La Sydney Opera House e la storia di Jørn Utzon

Il 20 ottobre 1973 la regina Elisabetta II inaugurò ufficialmente la Sydney Opera House, un edificio destinato a diventare una delle opere architettoniche più riconoscibili del Novecento. Dietro le grandi coperture bianche affacciate sul porto di Sydney si nascondevano però sedici anni di progettazione e costruzione, difficoltà ingegneristiche, costi cresciuti enormemente e uno scontro politico che aveva spinto il suo ideatore, l’architetto danese Jørn Utzon, ad abbandonare l’Australia prima del completamento. Il giorno dell’inaugurazione Utzon non era presente e il suo nome non compariva sulla targa commemorativa. Decenni più tardi sarebbe stato richiamato a collaborare con l’istituzione che aveva costruito senza aver mai potuto vedere terminata la propria opera.
Un teatro per Sydney
L’idea di costruire un grande centro dedicato alle arti performative maturò nel Nuovo Galles del Sud durante gli anni Cinquanta. Sydney disponeva di spazi per concerti e spettacoli, ma mancava una struttura capace di ospitare grandi produzioni musicali e teatrali e di rappresentare le ambizioni culturali della città.
Per realizzarla venne scelta Bennelong Point, una penisola che si protende nel porto, non lontano dal Sydney Harbour Bridge. Il luogo aveva una storia molto più antica della città coloniale. Conosciuto come Tubowgule, era stato per migliaia di anni un luogo di incontro e cerimonia per le popolazioni aborigene dell’area. La stessa Sydney Opera House riconosce questa storia precedente alla costruzione dell’edificio.
Nel 1956 il governo del Nuovo Galles del Sud bandì un concorso internazionale per scegliere il progetto.
Arrivarono più di duecento proposte provenienti da numerosi Paesi.
Tra queste c’era quella di un architetto danese relativamente poco conosciuto fuori dall’ambiente professionale. Si chiamava Jørn Utzon.
Il progetto di Jørn Utzon
Nel gennaio 1957 la giuria annunciò il vincitore.
La proposta di Utzon rompeva radicalmente con l’architettura convenzionale di un teatro. Sopra un grande basamento si innalzavano coperture curve che sembravano vele, conchiglie o enormi frammenti sospesi sul porto.
L’immagine era potente, ma i disegni presentati al concorso lasciavano irrisolte molte delle questioni strutturali necessarie per trasformarla in un edificio.
Proprio questa caratteristica contribuì alla sua fortuna.
La giuria vide nel progetto una possibilità eccezionale. L’UNESCO avrebbe successivamente definito la scelta di Utzon un momento che segnò un approccio radicalmente nuovo alla costruzione e avrebbe riconosciuto nella Sydney Opera House uno dei grandi lavori architettonici del XX secolo.
Vincere il concorso era però soltanto l’inizio.
Bisognava capire come costruire ciò che Utzon aveva immaginato.
Il problema delle grandi vele
Le coperture della Sydney Opera House rappresentavano la maggiore difficoltà tecnica.
La loro forma non poteva essere realizzata semplicemente seguendo i disegni presentati al concorso. Utzon lavorò insieme allo studio dell’ingegnere britannico Ove Arup, avviando un lungo processo di sperimentazione.
Furono studiate numerose geometrie.
La soluzione arrivò quando le diverse coperture vennero concepite come sezioni ricavate dalla superficie di una stessa sfera. In questo modo era possibile utilizzare elementi strutturali ripetibili invece di progettare separatamente ogni singola curva.
L’idea consentì di trasformare una forma architettonica estremamente difficile in un sistema che poteva essere effettivamente costruito.
Il progetto divenne un laboratorio di nuove tecniche. Secondo la documentazione presentata all’UNESCO, soltanto la soluzione e la costruzione delle coperture richiesero otto anni, mentre lo sviluppo delle speciali piastrelle ceramiche utilizzate sulla superficie occupò più di tre anni. Il cantiere funzionava anche come una gigantesca fabbrica all’aperto per elementi prefabbricati.
Architettura e ingegneria stavano procedendo insieme, modificandosi reciprocamente mentre l’edificio prendeva forma.
Un cantiere iniziato troppo presto
I lavori erano cominciati nel 1959, quando diversi problemi progettuali erano ancora irrisolti.
La decisione consentiva al governo di mostrare rapidamente l’avanzamento del progetto, ma avrebbe avuto conseguenze sulla durata e sui costi dell’opera.
La costruzione viene generalmente suddivisa in tre grandi fasi. La prima riguardava il podio, la seconda le coperture e la terza le pareti vetrate e gli interni. Utzon supervisionò direttamente le prime due, mentre la parte finale sarebbe stata completata dopo la sua uscita dal progetto.
Le difficoltà tecniche provocarono ritardi e revisioni continue.
Nel frattempo il costo previsto continuava ad aumentare.
Quella che era stata presentata come una grande impresa culturale australiana stava diventando anche una questione politica.
I costi della Sydney Opera House
La prima stima del 1957 indicava un costo di circa 3,5 milioni di sterline australiane.
Le previsioni aumentarono progressivamente. Nel 1965 la stima aveva raggiunto 24,7 milioni di sterline, equivalenti a 49,4 milioni di dollari australiani dopo il passaggio alla nuova valuta.
Quando la Sydney Opera House venne completata, il costo finale era arrivato a circa 102 milioni di dollari australiani.
Anche i tempi erano molto diversi da quelli previsti.
L’intero processo dal concorso al completamento occupò sedici anni, circa sei in più rispetto alle previsioni indicate nella documentazione UNESCO.
Le cifre alimentarono le polemiche sul progetto e contribuirono a trasformare il rapporto tra Utzon e le autorità del Nuovo Galles del Sud.
Il problema divenne particolarmente grave dopo un cambiamento politico.
Lo scontro con il governo
Nel 1965 il governo laburista del Nuovo Galles del Sud perse le elezioni dopo oltre vent’anni al potere.
Il nuovo governo liberale guidato da Robert Askin nominò Davis Hughes ministro dei Lavori pubblici. Hughes divenne uno dei principali interlocutori di Utzon e il rapporto tra l’architetto e l’amministrazione si deteriorò rapidamente.
Al centro dello scontro c’erano costi, scadenze, pagamenti, documentazione tecnica e controllo del progetto.
Utzon riteneva indispensabile mantenere una forte integrazione tra architettura, struttura e progettazione degli interni. Il governo chiedeva invece maggiore controllo amministrativo e finanziario su un’opera che aveva già superato ampiamente le previsioni iniziali.
Nel febbraio 1966 la crisi raggiunse il punto di rottura.
A seguito di una controversia sui finanziamenti necessari per proseguire il lavoro, Utzon presentò le proprie dimissioni.
Probabilmente immaginava che la pressione pubblica avrebbe potuto riportarlo al progetto.
Non accadde.
Utzon lascia l’Australia
L’uscita dell’architetto provocò proteste.
Utzon aveva progettato l’edificio che ormai dominava Bennelong Point, ma non avrebbe avuto la possibilità di completarne personalmente gli interni.
Lasciò l’Australia nel 1966 e non sarebbe più tornato a Sydney.
Il governo affidò la fase successiva a un gruppo di architetti australiani guidato da Peter Hall, con Lionel Todd e David Littlemore e con il coinvolgimento dell’architetto governativo Ted Farmer. Ove Arup & Partners continuò invece a fornire l’ingegneria necessaria per il progetto.
La separazione produsse una situazione particolare.
L’esterno della Sydney Opera House conservava sostanzialmente la concezione architettonica di Utzon, mentre una parte importante degli spazi interni venne sviluppata dopo la sua partenza.
La storia dell’edificio diventò quindi anche una storia di autorialità divisa.
La stessa documentazione UNESCO distingue il podio e le coperture progettati e supervisionati da Utzon dagli interni principali e dalle pareti vetrate completati dal gruppo guidato da Hall.
Prima dell’inaugurazione
L’attività artistica cominciò prima della cerimonia ufficiale.
Il 28 settembre 1973, quasi un mese prima dell’inaugurazione, l’Opera Theatre ospitò War and Peace di Sergej Prokof’ev, rappresentata dall’Australian Opera.
Nel Concert Hall si esibirono la Sydney Symphony Orchestra, la soprano svedese Birgit Nilsson e il direttore Charles Mackerras. Gli spazi della struttura cominciavano così a essere utilizzati mentre si preparava la grande cerimonia pubblica.
Dopo anni di discussioni sulla fattibilità del progetto, problemi ingegneristici, revisioni, aumenti dei costi e scontri politici, l’edificio era finalmente pronto.
Mancava però l’uomo che lo aveva immaginato.
Il 20 ottobre 1973
La Sydney Opera House venne inaugurata ufficialmente il 20 ottobre 1973 dalla regina Elisabetta II, accompagnata dal principe Filippo.
La cerimonia concluse una vicenda iniziata con il concorso internazionale del 1956.
L’edificio disponeva allora di quattro principali sale per gli spettacoli. Il Concert Hall aveva 2.679 posti, l’Opera Theatre 1.507, il Drama Theatre 544 e la Music Room, successivamente diventata Playhouse, 398. A queste si aggiungevano spazi per prove, esposizioni, ricevimenti e ristorazione.
La giornata celebrava una delle più ambiziose opere pubbliche realizzate in Australia.
Jørn Utzon non era presente.
Ancora più eloquente era la targa collocata nell’edificio per ricordare l’inaugurazione. Riportava il nome di Elisabetta II e la data del 20 ottobre 1973.
Il nome dell’architetto non compariva.
La documentazione ufficiale della stessa Sydney Opera House registra entrambe le circostanze.
L’uomo che aveva vinto il concorso sedici anni prima era assente dall’inaugurazione del proprio edificio.
Un’opera diventata patrimonio mondiale
Le polemiche che avevano accompagnato la costruzione non impedirono alla Sydney Opera House di trasformarsi progressivamente in un riferimento dell’architettura internazionale.
La posizione sul porto e la forma delle coperture resero l’edificio immediatamente riconoscibile. La sua importanza andava però oltre l’immagine esterna.
Le soluzioni sviluppate durante la progettazione delle strutture, la collaborazione tra Utzon e Ove Arup e l’utilizzo della prefabbricazione rappresentarono importanti sperimentazioni nell’ingegneria e nell’architettura del secondo Novecento.
Nel 2007 l’UNESCO inserì la Sydney Opera House nella Lista del Patrimonio Mondiale.
La motivazione la definisce un capolavoro dell’architettura del XX secolo e sottolinea tanto il progetto di Utzon quanto le innovazioni ingegneristiche che permisero di realizzarlo.
Era anche un riconoscimento definitivo del ruolo dell’architetto che non aveva partecipato all’inaugurazione.
Il ritorno di Utzon senza tornare a Sydney
La riconciliazione arrivò molti anni dopo.
Nel 1998, in occasione del venticinquesimo anniversario dell’inaugurazione, la Sydney Opera House avviò un percorso per riallacciare i rapporti con Utzon e coinvolgerlo nuovamente nella gestione architettonica dell’edificio.
Nel 1999 l’architetto accettò formalmente di tornare a collaborare come consulente.
Non tornò fisicamente in Australia. Lavorò dalla Danimarca insieme al figlio e architetto Jan Utzon e all’australiano Richard Johnson.
Da quella collaborazione nacquero gli Utzon Design Principles, un insieme di indicazioni destinato a preservare la filosofia originaria dell’edificio durante le trasformazioni future. Nel 2004 venne inoltre completata la ristrutturazione della Reception Hall, successivamente chiamata Utzon Room.
Il rapporto tra l’architetto e la sua opera veniva così ricostruito più di trent’anni dopo la rottura.
Utzon morì nel 2008.
Non aveva mai visto personalmente la Sydney Opera House completata.
Un edificio nato dal conflitto
La storia della Sydney Opera House è difficile da separare dalle tensioni che accompagnarono la sua costruzione.
Il progetto scelto nel 1957 proponeva forme per le quali non esisteva ancora una soluzione strutturale definitiva. Architetti e ingegneri dovettero quindi inventare parte dei metodi necessari per costruirlo mentre il cantiere procedeva.
Il costo finale superò enormemente le prime previsioni e il rapporto tra Utzon e il governo del Nuovo Galles del Sud terminò con una rottura che impedì all’architetto di completare personalmente l’edificio.
Eppure proprio quella sperimentazione contribuì a produrre ciò che l’UNESCO avrebbe riconosciuto come un’opera di eccezionale valore universale.
Il 20 ottobre 1973, mentre Elisabetta II inaugurava il nuovo teatro davanti al porto di Sydney, mancava il nome dell’uomo che aveva disegnato le sue coperture. La successiva riconciliazione restituì a Jørn Utzon un ruolo nella tutela della propria creazione, chiudendo almeno in parte una delle vicende più tormentate dell’architettura del Novecento.
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