Tardelli: “Litigai al Mundial con Brera e Sconcerti. Mura? Un grande”

Tardelli: “Litigai al Mundial con Brera e Sconcerti. Mura? Un grande” 1

Marco Tardelli, 71 anni, è un campione del mondo del ’82 e un collega di parole. Scrive di calcio per La Stampa. Gestisce tutto tramite il cellulare: raccoglie le idee, le trascrive e le rivede. È sempre stato un accanito lettore di libri. Durante un volo, il suo bagaglio andò perso e, al momento della riconsegna, il doganiere francese aprì il suo zaino e rimase sorpreso.

Per quale motivo?

“La prima cosa che emerse fu un libro. Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Mi chiese: ma lei non è un calciatore? Ho iniziato con Robbins, poi Morris West, Philip Roth, anche se Pastorale Americana mi ha lasciato una certa malinconia; a ho conosciuto Roberto Calasso, che spesso mi regalava i libri dei suoi autori. Sono diplomato come geometra, non pretendo di averli apprezzati o compresi tutti. Leggevo invece poco i giornali, e quasi esclusivamente quelli di Torino, visto che per dieci anni ho giocato nella Juventus. Ero amico di molti giornalisti; si conversava nello spogliatoio, anche dopo le partite, si discuteva animatamente e poi ci si riappacificava. Tuttavia, non li ho mai invitati a pranzo, non volevo che fraintendessero. Cercavo di evitare di leggere le pagelle, ma come tutti, ci cascavo e mi infuriavo; mi sembrava che non venisse riconosciuto che un atleta dà sempre il massimo, anche se a volte, purtroppo, non è sufficiente.”

Lei detiene il record di aver avuto conflitti con due campioni di : Gianni Brera e Mario Sconcerti.

“Sì, durante il mondiale dell’82 in Spagna. Brera mi era simpatico, era ieratico; quando lo ascoltavo in tv, apprendevo sempre qualcosa. Ma su Repubblica scrisse che avevo le gomme sgonfie. Ero al bar del ritiro a Pontevedra a sorseggiare un caffè quando lo vidi entrare. Non appena si avvicinò, dissi: me ne vado, sento una brutta puzza. Non credo di aver usato la parola merda, ma era ciò a cui pensavo. Lui udì perfettamente, ma fece finta di nulla. Non dovevo comportarmi così, ho sbagliato, avrei dovuto mostrargli rispetto, anche per questioni di età; il mio rammarico è che con lui non ho mai avuto l’opportunità di chiedere scusa. L’ho fatto con suo figlio durante una serata a Lodi, in un fan club.”

Con Sconcerti, però, stava per arrivare alle mani.

“Tutto iniziò per gioco. Era il 28 giugno. Campo di allenamento a Gavà, nei pressi di Barcellona. Eravamo in silenzio stampa, ma tutti venivano a vederci, sperando di rompere il nostro silenzio. Con Gentile e Dossena facevamo finta di parlare con il radiocronista Ezio Luzzi, ma in realtà mimavamo solo le parole. Sconcerti, che era lontano, non poteva capire che era un bluff; la tensione aumentò, entrambi esagerammo, da toscani arrabbiati ci urlavamo: vediamoci fuori. Eravamo pronti a combattere, anzi, avevamo voglia di farlo. Poi intervennero molte persone e ci calmammo.”

Sconcerti era figlio di un procuratore di boxe.

“Con Mario ci siamo rincontrati e ci siamo frequentati anche in tv. Spesso non eravamo d’accordo; quella leggera tensione dell’82 era ancora presente, ma più per gioco. A Repubblica, ho invidiato molto anche Gianni Mura, per la persona che era, per come si presentava, senza arroganza. Era una generazione che ascoltava, che faceva domande per farci parlare, senza volersi mettere in primo piano. Una frase, una riga, mi viene da dire. Oggi si pongono domande che sono veri e propri trattati, che già contengono le risposte, ma abbandona l’enciclopedia e chiedimi qualcosa di chiaro e, per favore, cerca di capire che il soggetto principale non sei tu, ma chi hai di fronte.”

Lei in Spagna tirò anche gli zoccoli contro Antonio Matarrese, presidente della .

“Forse dire che tirai gli zoccoli è esagerato, ma lo criticai a modo mio. Anche gli altri, certo, ma io di più. Entrò nei nostri spogliatoi per congratularsi dopo la vittoria contro il Brasile. Peccato che prima avesse affermato che meritavamo di essere presi a calci nel sedere. Anche con lui ho fatto pace, anzi, fuori dal calcio l’ho trovato molto piacevole. Un’altra cosa che ci ferì, sempre riguardo a Repubblica, fu l’accusa di aver comprato il pareggio con il Camerun. Era una calunnia veramente cattiva e ingiusta. Il pareggio con il Camerun non ci serviva per passare.”

Da lettore, anche distratto, cosa ha compreso.

“Che Repubblica rappresentava qualcosa di nuovo, sia per formato che per linguaggio. Che si poteva avere uno stile diretto, non rigido, più caloroso. Anche se poi io scrivo a modo mio e non sono veloce. Quando mi fu chiesto di scrivere un articolo per la morte di Paolo Rossi, inizialmente dissi di no. Non riuscivo, mi aveva svegliato Michel Platini con una telefonata alle sei del mattino per darmi la notizia. È stato devastante, il momento in cui ho compreso che con lui se ne andava un’era. La nostra. Con lui, anche se è retorico dirlo, morivamo un po’ tutti noi. È stata la mia compagna Myrta Merlino a insistere, a dirmi di provarci, di non vergognarmi. Paolo per me è stato un fratello di luce e di felicità. È venuto fuori questo. Repubblica mi ha insegnato che lo sport non è solo un risultato, racconta molto di più. Parla di noi, di partenze e traguardi, di chi siamo e di ciò che aspiriamo a diventare. Lo ricordo ogni anno quando vado al Palazzo dell’Onu a parlare ai giovani sui valori per Change the world. Proviamoci.”

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