Un’influenza impercettibile che ci guida come burattini nella società?
Viviamo in una società caratterizzata da norme, leggi, limiti e confini da rispettare. Tuttavia, tutti questi parametri che strutturano la nostra esistenza non sono così evidenti, non possiamo toccarli fisicamente, ma siamo consapevoli della loro presenza. Se avessimo discusso di questo tema anni fa, avremmo parlato di coercizione; oggi, non lo definiamo in questo modo, ma non siamo così distanti da tale sistema. Questi parametri rappresentano modalità attraverso cui si esercita il potere, come un velo sottile che manovra la nostra vita, dalla formulazione di un pensiero critico all’implementazione delle nostre azioni. Ma quanto siamo pronti ad affermare che sia realmente così, ad accettare che nessun aspetto della nostra vita ci appartenga veramente, ma sia solo il risultato di un potere invisibile che ci muove come marionette?
Il giornalismo come riflesso della realtà o come sua manipolazione?
Per chiarire, iniziamo con un esempio concreto: il giornalismo. Questo è sempre stato considerato il “quarto potere”, accanto all’esecutivo, al legislativo e al giudiziario. Essendo considerato un potere a tutti gli effetti, ci aspetteremmo una totale imparzialità e obiettività, ma siamo certi che sia sempre così?
Al giorno d’oggi, la quantità di informazioni è estremamente ampia, e il giornalista, che rappresenta il giornalismo, si trova a dover affrontare una responsabilità non indifferente. L’informazione è ormai disponibile in tempo reale, e i contenuti sono praticamente illimitati, ma il giornalismo non garantisce sempre una narrazione accurata e corretta dei fatti.
Nel vasto oceano dell’informazione, diventa sempre più complesso fare chiarezza, specialmente con l’avvento dei social media. Le modalità di fruizione delle notizie sono cambiate nel tempo; basti pensare che anni fa erano i giornali cartacei o i telegiornali a detenere il monopolio dell’informazione, mentre ora ognuno di noi può esprimere la propria voce. Non esiste più una singola persona o entità che controlla l’informazione e ha il potere di divulgarla in modo autentico, ma chiunque, grazie a internet, può diventare una fonte di notizie.
Ineluttabilmente, ci confrontiamo quotidianamente con fake news, disinformazione e commenti inappropriati. È importante non generalizzare, poiché spetta anche al giornalista verificare le informazioni e, soprattutto, le fonti, per garantire veridicità e trasparenza al lettore.
Se la vita quotidiana è caratterizzata da un ritmo frenetico, anche le notizie ne sono vittime, ponendo il giornalismo di fronte a sfide che sembrano insormontabili. La velocità impone pressioni al giornalista, il quale deve rispondere a una domanda sempre crescente di notizie immediate, riducendo così i tempi dedicati alla verifica delle informazioni.
Di conseguenza, il giornalismo deve essere obiettivo, deve fornire al lettore i fatti privi di qualsiasi filtro personale, senza trasformarsi in uno strumento di manipolazione delle coscienze. Tuttavia, ci sono individui che formano il proprio pensiero basandosi su internet o sui social, diventando vittime di notizie dai toni sensazionalistici o manipolati. L’obiettività rimane un principio fondamentale del giornalismo, ma non è sempre semplice e immediato per il giornalista osservare il mondo e riportare i fatti senza alcuna inclinazione.
Fake news
Il termine fake news o notizie false non è nuovo per nessuno di noi, e la loro diffusione ha origini antiche, amplificate dall’avvento di internet e dei social media. La creazione di queste notizie fuorvianti ha come obiettivo quello di ingannare il pubblico, manipolare le coscienze e alterare la percezione dei fatti. L’opinione pubblica diventa quindi vittima di questo meccanismo.
Spesso, la falsificazione è intenzionale, con il fine ultimo di ottenere un vantaggio politico o economico. Un contenuto che suscita indignazione o paura sarà condiviso più facilmente dal lettore, il quale spesso ha difficoltà a distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è.
Quando il giornalismo decide di raccontare un evento, come farlo e con quale tono, in quel preciso momento non descrive più obiettivamente l’accaduto, ma partecipa già alla costruzione sociale. Pertanto, queste scelte influenzano la percezione del pubblico, anche se quest’ultimo non ne è consapevole, poiché tutto avviene così rapidamente e in modo velato che si preoccupa solo della fruizione di questi contenuti per come vengono presentati.
Le leggi e la giustizia vanno di pari passo?
Ma fare giornalismo significa allora esercitare la giustizia? Ossia, riportare i fatti per come sono realmente accaduti o, meglio, per come dovrebbero essersi verificati, significa esercitare lo strumento della giustizia?
Nel contesto del giornalismo, il diritto di cronaca è essenziale per raccontare la verità, per esercitare l’etica della professione stessa, contribuendo a quella che possiamo definire giustizia sociale. Tuttavia, sarebbe errato pensare che il giornalismo sia una forma di giustizia; piuttosto, il giornalismo non è giustizia ma aiuta a raggiungerla, solo quando viene divulgata un’informazione trasparente.
Il diritto di cronaca non è solo il diritto di pubblicare informazioni relative a fatti o eventi di interesse pubblico. È certamente corretto informare il pubblico, raccontando ciò che accade nel mondo, ma questo diritto di cronaca si confronta con dei limiti o confini, come il diritto all’oblio. Lo stesso diritto di cronaca è riconosciuto dall’ordinamento italiano tra le libertà di manifestazione del pensiero. Tuttavia, il diritto può essere interpretato anche come diritto positivo, ossia le leggi scritte, leggi che dovrebbero garantire la giustizia ideale, dal punto di vista morale.
Così come il diritto di cronaca può garantire trasparenza e obiettività al pubblico, le leggi applicate correttamente dovrebbero proteggere i più deboli e assicurare equità, traducendo la giustizia in regole concrete. Se consideriamo le leggi contro la discriminazione razziale, ci verrebbe naturale affermare che garantiscono realmente la giustizia, come quelle a tutela dei lavoratori. Tuttavia, le leggi sono formulate e scritte da chi detiene il potere, e possono riflettere gli interessi dei gruppi dominanti. Ripensando al passato, possiamo ricordare le leggi razziali del regime nazista, leggi che erano legali ma moralmente ingiuste, in netto contrasto con i principi di equità e uguaglianza.
Un altro esempio è l’apartheid, sistema di segregazione razziale applicato in Sudafrica dal 1948 al 1991, con l’obiettivo di sottomettere le minoranze, evidenziando la predominanza bianca. Questo sistema dimostra come il diritto sia stato utilizzato non per garantire la giustizia, ma per alimentare e giustificare disuguaglianze e discriminazioni.
L’obiettività, anche in questo caso, non è immediata; infatti, il diritto non coincide necessariamente con la giustizia. Può essere visto come uno strumento per realizzarla, ma anche per giustificare situazioni non moralmente corrette.
Una sicurezza troppo oppressiva è sinonimo di coercizione e controllo
Le leggi, se applicate in modo corretto, non dovrebbero solo garantire giustizia, ma anche promuovere un senso di sicurezza. In linea generale, io cittadino sono soggetto a una serie di leggi e controlli da parte dello Stato, al fine di essere protetto. Di conseguenza, le mie libertà sono in parte limitate, ma a favore di un bene comune più ampio.
Tuttavia, la sicurezza comporta un’erosione della libertà, diventando così una scusa. Proviamo a riflettere su quanto detto in precedenza. Le leggi sono formulate da chi governa, quindi subiscono inevitabilmente dei filtri personali e possono essere manipolate. Allora, perché i governi non potrebbero utilizzare la paura dei cittadini per ottenere consenso? Aumentare la sorveglianza e i controlli, riducendo gradualmente le nostre libertà? Forse è questo l’obiettivo finale? Una sicurezza che può trasformarsi in un modo per governare le persone, piuttosto che proteggerle realmente?
Paul-Michel Foucault, filosofo e critico sociale francese, ha discusso di una società in cui il controllo è diffuso ma invisibile. Ci ha insegnato a guardare oltre le strutture visibili del potere, analizzando più a fondo le forme sottili e pervasive di controllo presenti nella nostra società. Secondo il filosofo, tutti noi siamo soggetti a controllo e disciplina in ogni momento della nostra vita. Ad esempio, oggi utilizziamo costantemente il telefono, lasciando tracce digitali che possono essere monitorate. Un controllo invisibile, apparentemente, incarnato comunque nella forma di sorveglianza digitale.
Non serviva Foucault per spiegarci come il potere sia presente ovunque, tuttavia, è possibile esercitare una maggiore consapevolezza, cercando di ridurre la sua influenza su di noi. Se divento consapevole e cosciente del suo operato, nonostante sia difficile sfuggirvi, sarò in grado di muovermi nel mondo con maggiore libertà e autonomia. Non potrò certamente limitare o impedire questa forma di controllo che incombe su di noi, anche tramite un velo invisibile, ma potrò gestire l’influenza che ha sulla mia vita, dalle mie opinioni fino alle mie azioni.
La sicurezza è necessaria per garantire ordine e vigilanza nella società; altrimenti, ci sarebbe solo caos, ma un eccesso di sicurezza e l’annullamento della libertà possono portare a controllo e autoritarismo.
Il potere invisibile che ci accompagna nella nostra vita come un’ombra
Se viviamo in un mondo governato da un potere invisibile, che ci controlla senza farlo in modo eccessivamente evidente, ci indirizza ma ci lascia anche scegliere apparentemente, come agisce realmente questo potere? L’idea generale è quella di essere marionette mosse da fili, a loro volta gestiti da una forma di potere che non si vuole definire tale, ma che lo è sotto gli occhi di tutti, o quasi.
Foucault riassume anche in questo caso questo concetto o visione, ricordandoci la presenza di questo potere che non si manifesta completamente ma che si percepisce. Oggi, nessuno mi ordina di fare una cosa piuttosto che un’altra, ma c’è “qualcuno” che influenza le mie azioni, che orienta le mie scelte; in poche parole, non sono libero di pensare con la mia testa. Meglio ancora, credo di farlo, ma non è così, perché anche se non ho nessuno che mi tira per la manica per dirmi “ehi, stai sbagliando”, il potere invisibile lo fa.
Non sarà il potere come lo conosciamo a governare la nostra vita come in passato, ma ora esistono i social, gli algoritmi e le app.
Le nostre interazioni e preferenze vengono costantemente analizzate e studiate dagli algoritmi. Quante volte accediamo a un social e ci imbattiamo in un contenuto che abbiamo cercato il giorno prima o qualche ora fa? La mia esperienza di navigazione è influenzata, non è dettata unicamente dalla mia volontà, ma è manipolata da un’entità esterna, in questo caso dagli algoritmi. Un potere visibile e diretto non deve necessariamente manifestarsi sotto forma di una persona in carne e ossa, ma può esercitarsi anche in modo indiretto, facendo sentire comunque la sua presenza in modo chiaro.
Gli algoritmi, o qualsiasi altra forma di potere non evidente, non ci obbligano direttamente come un despota, ma ci influenzano, ci consigliano e, forse, riescono anche a cambiare la nostra idea principale, pur non volendo, facendoci credere che tale cambiamento sia dovuto a un nostro esclusivo ripensamento.
Il prezzo o il beneficio di essere invisibili oggi
La nostra presenza sui social e sui media implica visibilità, avere una voce nel dibattito pubblico, poter esprimere in modo “libero” la nostra opinione. Tuttavia, essere visibili comporta anche controllo, sicurezza, un giudizio continuo e forse qualche libertà sottratta. Quindi, se sono invisibile, perdo tutti i diritti garantiti a chi è visibile, sono escluso da ogni meccanismo che governa la società. Per avere un quadro chiaro, sono invisibili, ad esempio, i migranti senza rappresentanza, i lavoratori precari, chiunque viva ai margini della società. Essere invisibili, quindi, significa trovarsi al di fuori delle dinamiche di controllo a cui sono sottoposti i visibili, dinamiche di controllo che sono sinonimo di sorveglianza in senso positivo o negativo?
Tuttavia, posso decidere liberamente di essere invisibile, magari sottraendomi ai social, tutelando la mia privacy, rimanendo una persona pensante.
Non necessariamente essere invisibile implica perdita di autonomia e di potere. Potrei essere invisibile e non privo di potere; piuttosto, mi sento libero dal controllo a cui sono sottoposti gli altri, da quei sistemi di sorveglianza che ci plasmano tutti allo stesso modo, facendoci agire come marionette, come se fossimo realmente noi artefici del nostro destino o delle nostre azioni, scoprendo poi che non è completamente così.
Tutto può influenzarci: un giornalismo non obiettivo, un diritto che non lavora per garantire la giustizia, una sicurezza travestita da forma di controllo e oppressione. Qualsiasi fattore che determina anche in minima parte il nostro modo di pensare o una nostra azione è potere, ma non visibile che ci tocca e ci fa male, ma invisibile, spesso peggiore di quello che ci tiene in vita palesandosi.
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