Zanda: “Repubblica decisiva nella difesa della democrazia”
Luigi Zanda (ansa)
“Cinquant’anni rappresenta un traguardo significativo: segna il trionfo della formula editoriale di Repubblica rispetto al tradizionale quotidiano”, riflette Luigi Zanda, ex senatore del Pd, già segretario generale e consigliere del gruppo Espresso, amico personale di Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo.
“Nave corsara” la definì il fondatore, si ritrova?
Una metafora perfetta del tumulto che portò nel mondo della stampa nazionale. Non solo per la novità del formato, della disposizione e della grafica, ma anche perché introdusse un nuovo approccio al giornalismo. Combinando la profondità dell’analisi di un settimanale impegnato come l’Espresso con la vivacità di un quotidiano emergente. Una felice mescolanza di generi — politica, geopolitica, economia, cultura e società — che ha trasformato l’informazione italiana.
Come conobbe Scalfari?
Il 12 febbraio 1976, Repubblica era appena nata da un mese, e io andai a ricoprire il ruolo di portavoce di Cossiga, nuovo ministro dell’Interno nel governo Moro. La prima telefonata che ricevetti fu quella di Scalfari, che conoscevo poco. Era furente perché Cossiga aveva rilasciato la sua prima intervista al Corriere della Sera. Inizia dicendo: “Voi siete sardi, ma ricordatevi che io sono calabrese”.
Luigi Zanda (al centro della foto) a una assemblea di Repubblica
La vostra amicizia non iniziò nel modo migliore.
Come spesso accade nelle grandi amicizie. Tuttavia, la situazione si risolse il giorno seguente perché lo contattai e gli chiesi se il divieto di interagire con altri giornali riguardasse solo l’Italia o anche l’estero, dato che al ministro era giunta una richiesta dal New York Times. Scalfari scoppiò a ridere e da quel momento in poi i nostri rapporti non si sono più interrotti.
Erano gli anni del terrorismo, lei era al Viminale e Scalfari dirigeva un quotidiano alla ricerca di scoop. Vi siete “usati” a vicenda?
Abbiamo sempre rispettato reciprocamente i ruoli dell’uno e dell’altro. Io ero molto attento a non rivelare confidenze ai giornalisti. E lui a non forzare la mano. A Eugenio non interessava scoprire segreti, quanto piuttosto comprendere il significato degli eventi. Durante il sequestro Moro, veniva spesso a trovarmi in ufficio, di notte, dopo la chiusura delle pagine. Nelle nostre conversazioni c’era un senso di affinità nella posizione politica.
Anche riguardo alla strategia della fermezza, sostenuta con convinzione da Scalfari?
In verità, da tutti i grandi giornali. E sotto il profilo politico dalla Dc e dal Pci. Ne abbiamo parlato a lungo: era necessario dimostrare l’esistenza di uno Stato democratico capace di resistere all’urto della violenza e dell’odio ideologico. Era l’unica opzione praticabile, anche perché le Br non hanno mai fornito segnali concreti sulla liberazione di Moro. Credo che avessero deciso fin dall’inizio che dovesse morire.
Nel 1976 andai a fare il portavoce di Cossiga. Il primo a telefonarmi fu Scalfari, era infuriato. Così nacque la nostra amicizia
All’epoca, attentati e omicidi erano all’ordine del giorno. Quale ruolo svolse Repubblica?
Fondamentale. Ogni sabato a Roma e Milano decine di migliaia di giovani scendevano in piazza; magistrati, poliziotti, politici, sindacalisti venivano uccisi. Sotto i colpi del terrorismo e dello stragismo, la democrazia italiana ha rischiato. Repubblica ha contribuito a difenderla. Senza dimenticare un altro aspetto.
Quale?
Gli anni in cui nacque Repubblica furono caratterizzati anche da riforme fondamentali. Statuto dei lavoratori, scuola media obbligatoria, aborto e divorzio. Il giornale è stato, oltre a essere testimone, anche protagonista di questo fermento. Alla fine degli anni ’70, l’informazione è diventata realmente il quarto potere: ha influenzato la politica, la società e i costumi, contribuendo a formare l’opinione pubblica.
Era questo l’obiettivo di Scalfari?
Oltre ad essere carismatico, era un grande seduttore. I rappresentanti del mondo culturale, politico ed economico facevano a gara per apparire sul suo quotidiano.
Lo hanno accusato di aver creato un giornale-partito a servizio della sinistra. È così?
Vale la risposta fornita dallo stesso Scalfari: “Repubblica sarà il quotidiano della sinistra italiana, ma anche la sua voce critica”. Credo che questa sia la ragione del suo successo tra i lettori e in quell’area politica, che desidera un giornale amico, ma non uniforme.
Nel 1980 Repubblica affronta delle difficoltà. E lei viene invitato a entrare nel gruppo. Come andò?
Eugenio aveva sempre affermato che se entro tre anni non avesse raggiunto il pareggio di bilancio, avrebbe chiuso. Era convinto che un giornale in perdita fosse un po’ meno libero. All’inizio erano molto disorganizzati: non avevano un amministratore delegato, né un direttore generale. C’erano solo tre persone a gestire tutto: contabilità, personale e pubblicità. Dopo la caduta del governo Cossiga, Scalfari e Caracciolo mi chiesero di lavorare con loro, ma io ero all’Iri e volevo rimanere lì. Finché una domenica, non mi invitarono a fare una passeggiata a villa Ada: “Siamo un gruppo che desidera crescere”, mi dicono, “oggi lo gestiamo in due, se vieni tu lo gestiremo in tre”. A quel punto accettai, senza nemmeno informarmi sul mio stipendio.
Strutturarsi come azienda, però, non basta; si cercano partner industriali e alla fine arriva De Benedetti.
È stato cruciale per la sopravvivenza: nella prima metà degli anni ’80 avevamo urgentemente bisogno di fondi. Ricordo il periodo in cui con Scalfari e Caracciolo andavamo ogni mese in pellegrinaggio dalle banche per ottenere anticipi per pagare gli stipendi. De Benedetti intervenne con un prestito significativo che, in un paio d’anni, portò al suo ingresso nell’azionariato.
Cinquant’anni dopo, che futuro intravede?
Stiamo vivendo una crisi generale dell’informazione che si accompagna alla crisi della politica e persino della democrazia liberale. Per superarla, i giornali dovranno innovare, mantenendo però la storia e i valori. È la forza della celebrazione del cinquantenario. Se si tagliano le radici, non ci può essere futuro.