Elena Salmistraro da emergente ad affermata con progetti, passioni e parole
personaggi
Elena Salmistraro risiede e lavora a Milano. Ha conseguito la laurea al Politecnico di Milano in Fashion Design e, successivamente, in Industrial Design. Partecipa alla Settimana del design con dodici progetti (foto Beppe Brancato)
Ha a lungo rappresentato una designer promettente e in ascesa. Ora, all’età di quarantun anni (che non dimostra affatto), Elena Salmistraro, ormai affermata, è diventata un modello per i giovani creativi in cerca di visibilità. Tra i suoi riconoscimenti, la fiera di Francoforte Ambiente l’ha nominata designer dell’anno. E all’iperattivismo ha sostituito un sorriso sereno e distaccato.
Ha trovato la tranquillità, o meglio, l’armonia, essendo designer?
«Per lungo tempo sono stata afflitta dal dilemma del giovane designer, quello che tutti lodano ma che le aziende tendono a trascurare, preferendo puntare su soluzioni più sicure. Adesso che ricevo numerose offerte, mi godo questa nuova fase. E mi permetto di dire di no, di rifiutare alcune proposte. Nelle mie scelte, preferisco i marchi con cui ho già instaurato una relazione».
Come interpreta il suo successo, essendo un’outsider?
«Proprio per questo motivo. I miei genitori lavoravano nel settore bancario e in Borsa, mio nonno gestiva ristoranti e night club a Milano… Non avevo contatti nel mondo del design. Mi sono rimboccata le maniche e ho iniziato a lavorare intensamente. Inoltre, ho sempre seguito le mie passioni. Se non c’è sintonia con un’azienda, preferisco non collaborare; il progetto deve rispecchiare la mia personalità, possedere elementi di arte e ricerca che fanno parte del mio dna. Per questo motivo, credo nelle relazioni di qualità; parlo con le persone, visito le aziende e ascolto attentamente, evitando di presentare progetti già completati».
Incontrare un talent scout come Giulio Cappellini è stato d’aiuto.
«Senz’altro, ma proprio perché mi piace ascoltare e a lui piace co-progettare, eravamo destinati ad andare d’accordo fin da subito. E così abbiamo continuato. Quest’anno, per Cappellini, presenterò un mobile della collezione dedicata alle città italiane: per Milano ho realizzato un cabinet ispirato alla torre Velasca. Tornando alla continuità delle relazioni, la prova del nove del mio lavoro è che i marchi con cui collaboro mi contattano quasi sempre».
Parliamo di outfit. È diventata nota per il “turbante”. Ora lo utilizza meno. Ha un significato particolare?
«In realtà, non avevo l’intenzione di distinguermi con il “turbante”: avendo i capelli crespi, per risparmiare tempo, anziché lisciarli, optavo per avvolgerli in un foulard. Inoltre, ho notato che qualcun altro ha iniziato a imitarmi, e questo mi ha infastidito. Lo indosso meno, ma non lo rinnego: torna sempre utile».
Tra le molte novità che presenta questa settimana, c’è qualcosa di particolarmente divertente?
«Giulio Iacchetti mi ha chiesto di progettare gli scudi di uno scooter per Abet Laminati. Ho realizzato una grande tigre, e abbiamo denominato lo scooter Roaar. Vorrei menzionare anche due tavolini, una consolle e una grande parete decorativa per Litea, un marchio siciliano di marmi».
Il motorino elettrico Me personalizzato da Elena Salmistraro con il disegno Roaar realizzato per Abet Laminati
Nutre una grande passione per i gioielli.
«Ho avuto una sorta di imprinting. Da bambina, un giorno, mio nonno mi regalò dieci euro per comprare un anello. Io riuscii a trovare il modo di acquistarne dieci e riempirmi le mani. Quando Alberto Alessi mi ha chiesto di progettare dei gioielli, mi è sembrato che il cerchio si chiudesse».
Al Salone è l’anno delle cucine. Ama la buona cucina?
«A casa cucina mio marito, io so preparare solo il risotto allo zafferano. Comunque, ho un pessimo rapporto con il cibo. Sono celiaca e intollerante al lattosio e a molte spezie. Una piccola consolazione: ne guadagna la mia linea».