La normalizzazione dei conflitti distanti ci induce all’indifferenza.

Le guerre non portano mai a conseguenze positive e, a mio avviso, non possono essere giustificate. Non approvo nemmeno la tendenza alla normalizzazione dei conflitti lontani. Prima di essere leader di uno Stato, di un territorio o di una potenza, siamo esseri umani capaci di comunicare, discutere e argomentare le nostre idee e riflessioni. Quando la ricchezza è in gioco, perdiamo la nostra umanità. Questo avviene anche nella vita quotidiana, figuriamoci quando sono i potenti a contendersi territori con potenziale.

Nella nostra esistenza, l’unico scopo sembra essere quello di accumulare ricchezze. Le persone tendono a negarlo quando si affronta questo tema, ma non vedo nulla di sbagliato, poiché sappiamo che il denaro è desiderato da tutti, che ognuno ha bisogno di somme diverse e, soprattutto, in base allo stile di vita che scegliamo di adottare.

Rifiutare la ricchezza diventa complicato, ma credo che abbiamo la fortuna di poter scegliere i mezzi da utilizzare. Possiamo arricchirci, ma con metodi discutibili, che possono arrecare danno ad altri, o comunque con mezzi poco trasparenti. Questo accade frequentemente in guerra, nei conflitti, ricorrendo a armi e violenza, strumenti che considero inadeguati. Questi sono i mezzi più semplici a nostra disposizione e anche quelli che possono fornire risultati più rapidi.

Se io possiedo un territorio con armi più avanzate e personale militarmente addestrato, è ovvio che il territorio avversario avrà maggiori difficoltà a contrastarmi. Così come quando nei notiziari sentiamo di gruppi di giovani che aggrediscono anziani o coetanei, utilizzando mazze o addirittura ferendoli con coltelli e altri strumenti pericolosi. Questo rappresenta la volontà di vincere facilmente, che in questo caso non è motivata da un guadagno economico, ma piuttosto dalla necessità di affermare il proprio dominio, dimostrando di avere potere e di poter controllare la vita degli altri.

Queste aggressioni fungono da avvertimenti, che se non ti sta bene, sai già quale sarà il tuo destino. Non è molto diverso da quanto accade nelle guerre, che sono sicuramente più complesse, con un numero maggiore di morti e feriti, e si protraggono per un periodo molto più lungo rispetto a un attentato che si conclude in pochi minuti.

Le motivazioni che spingono queste persone ad agire in questo modo, a voler “annientare” altri per il piacere di dimostrare la propria superiorità, non cambiano. Il “maranza” agisce così perché gli piace mostrarsi superiore ai suoi coetanei, e questo gli conferisce, a mio avviso, una sorta di autovalutazione, mentre, nelle guerre, dove ci sono in gioco molto di più, il potente crede di avere il controllo su tutti, e per lui questa è l’unica forma di felicità o soddisfazione che può ottenere nella sua vita. Sto cercando di comprendere insieme a voi cosa spinga realmente queste persone a comportarsi in questo modo, e mi sembra strano definirle persone, poiché non mostrano nulla di umano.

È preferibile discutere con un panino e un bicchiere di vino piuttosto che intraprendere una guerra, anche se stiamo assistendo al fatto che non è così per tutti. Il problema non risiede solo nella presenza di conflitti, ma anche nel modo in cui vengono raccontati e come noi li percepiamo. Ultimamente, accendendo la televisione, assistiamo a una carrellata di eventi di cronaca nera, seguiti o preceduti da notizie di guerra, presentate come mera cronaca.

Ogni volta, ho l’impressione che ormai ci siamo abituati a ricevere queste notizie, e spesso chi le riporta lo fa con “tranquillità” perché sono diventate parte della quotidianità. Le nostre giornate scorrono, e mentre siamo impegnati nelle nostre attività, abbiamo come sottofondo il racconto delle guerre in corso.

Per esempio, il mio compagno, ma non credo sia l’unico, al mattino mentre si reca al lavoro accende la radio in auto e ascolta le ultime notizie, che, purtroppo, gli fanno compagnia durante il tragitto. Ci sono sempre persone interessate che ascoltano per rimanere aggiornate, vivendo quelle guerre o situazioni come se fossero coinvolti, e chi, invece, ascolta per distrazione o lascia andare la radio, perdendosi in altre conversazioni.

La noncuranza che noto in molti, a mio avviso, deriva dal fatto che percepiamo le guerre come qualcosa di troppo distante da noi. È anche una forma di egoismo umano, se un evento non ci tocca da vicino, non esiste o perde di significato.

Sono certa che se in quella guerra ci fosse un familiare di qualcuno, o se il conflitto stesso arrivasse esattamente dove abitiamo, tutti noi saremmo colti dal terrore. In quel caso, la preoccupazione sarebbe palpabile, ci sarebbero pianti e l’ansia di non arrivare vivi al giorno successivo. Tuttavia, le guerre che ascoltiamo in tv o leggiamo sui giornali non sono così lontane da noi, basta poco affinché possano raggiungerci. Ma abbiamo la convinzione che sia improbabile che ciò accada.

Quando una famiglia perde un figlio, è una tragedia che colpisce e fa male, anche se non ci riguarda direttamente, e abbiamo anche la convinzione che sia difficile che possa accadere proprio a noi. Mi chiedo spesso perché ragioniamo in questo modo, anche a me capita, e quando succede penso che sia un evento così brutto a cui forse non vogliamo nemmeno pensare.

Non esistono guerre lontane

Finora abbiamo parlato in modo generico, vi ho descritto come la guerra, sempre dal mio punto di vista, venga presentata a chi la segue da casa, ma vorrei anche fornire qualche esempio, poiché non tutte le guerre sono uguali e nemmeno la narrazione è sempre la stessa.

Il conflitto in Ucraina ha scosso le nostre vite, soprattutto all’inizio, quando non si parlava d’altro. La televisione e i giornali mostravano incessantemente immagini strazianti, con testimonianze dirette di chi stava vivendo quell’orrore, inclusi inviati di alcuni giornali. In Ucraina è stato possibile ascoltare le voci dei bambini a un passo dalla morte, mentre a Gaza è stato più difficile e la documentazione è avvenuta da remoto. Paolo Giordano affronta questo tema in modo eccellente nel suo ultimo libro, Da vicino – Raccontare la guerra oggi.

Mi sembra che ognuno di noi riesca a stabilire un legame in modo diverso con le vittime di ogni guerra, poiché alcune guerre ci toccano emotivamente di più, mentre altre di meno. Quando apprendo dell’inizio di un nuovo conflitto, non faccio distinzione tra le vittime, per me sono tutte persone che hanno perso la vita, la possibilità di costruirsi un futuro, soprattutto se si tratta di bambini. Anche quando avviene un’aggressione con un omicidio, per me nessuno ha il diritto di porre fine alla vita di un’altra persona, e lo stesso vale in guerra.

Ci troviamo in un periodo in cui si stanno verificando numerosi conflitti, quindi, noi da casa siamo sommersi da una grande quantità di informazioni, e in un certo senso siamo diventati un po’ apatici; ci affezioniamo a alcune vittime, è vero, dove alcune contano di più di altre, ma se facciamo un bilancio rimangono solo numeri per noi.

Il blocco dello stretto di Hormuz ci ha colpito di più, abbiamo percepito questa problematica come un evento più vicino a noi, infatti, i prezzi dei carburanti sono aumentati, causando un impatto diretto sulle nostre finanze. Già molti italiani faticano a vivere con il proprio stipendio e a raggiungere la fine del mese, il costo del cibo cresce e ora anche recarsi al lavoro diventa complicato, perché se prima con un pieno si riusciva a coprire anche una settimana, ora non più. E tutti sappiamo che esiste una sproporzione tra lo stipendio percepito e il costo della vita.

Quando abbiamo appreso del blocco dello stretto di Hormuz, ho notato il panico negli occhi di alcune persone che conosco, non tanto per l’ennesima guerra diffusa, ma per le possibili conseguenze che avrebbero “finalmente” raggiunto anche noi. Ho messo “finalmente” tra virgolette perché la guerra non è mai positiva e non è utile, ma questa volta la gente si è informata, non è rimasta passiva ad ascoltare quando capitava. Tutti si sono mobilitati per un tornaconto personale, perché in questo caso avrebbero perso loro i soldi, si sarebbero trovati in difficoltà.

Ho detto in precedenza che il problema risiede anche nel modo in cui ci viene raccontata la guerra, ma riflettendo ora, spesso i giornalisti hanno quella reticenza che è parte del loro lavoro, ovvero raccontare ciò che accade con un linguaggio freddo, oggettivo e distaccato dalla realtà. Non perché non provino sentimenti, soprattutto chi fa l’inviato di guerra, secondo me, vive una miriade di emozioni, ma in quel momento deve riportare con professionalità ciò che osserva, e magari mettere da parte un po’ se stesso come essere umano che soffre.

Avere qualcuno che racconta ciò che accade è utile a chi ascolta, come purtroppo non è successo con la strage avvenuta nella scuola di Minab. Sono morte oltre 160 bambine, ma per noi non è stata una tragedia, non ci ha colpito come avrebbe dovuto, perché nessuno era presente sul campo a documentare l’orrore. Non è nemmeno egoismo questo nostro modo di ricevere le notizie, forse lo facciamo anche per preservare la nostra salute mentale, magari stiamo già soffrendo in quel momento e non vogliamo aggiungere ulteriore dolore.

Questo racconto diretto è importante anche perché tendiamo a non fidarci più della narrazione oggettiva, sappiamo che i fatti possono essere manipolati, distorti in base al proprio punto di vista, orientamento politico, mentre un inviato sul campo è obbligato, anche in modo oggettivo, a diffondere le testimonianze che gli vengono affidate. Non esiste verità più autentica di questa.

E invece no, mi è venuto in mente un esempio che potrebbe contraddire quanto ho appena detto. La mia tesi di laurea magistrale si è concentrata sul massacro di Bucha in Ucraina. Abbiamo visto le fosse comuni, i giornalisti erano presenti dove il massacro era avvenuto, ma sono emersi molti dubbi, e anche ciò che era certo ha perso di significato. Siamo riusciti a formulare ipotesi anche di fronte a quanto ci veniva mostrato in diretta.

Le guerre che conosciamo meglio sono quelle in Ucraina, nella Striscia di Gaza e in Iran, ma esistono conflitti ormai “silenziosi” che proseguono da molto tempo, anche se non vengono documentati e noi non li seguiamo e non ci interessiamo. Già è diffusa questa normalizzazione della guerra lontana da noi, e lo è un po’ per i conflitti citati in precedenza, ovviamente, per questi conflitti più interni, lo è ancora di più. Noi non ce ne curiamo, e nel frattempo muoiono persone e bambini.

Per esempio, la guerra in Yemen non è recente, è iniziata nel 2014 e continua tuttora. A marzo di quest’anno, gli Houthi, ribelli dello Yemen, hanno lanciato un missile contro Israele, dimostrando la loro fedeltà all’Iran. Come lo Yemen, anche l’Africa è afflitta da conflitti come quello in Sudan, ma anche qui, non abbiamo molte notizie aggiornate. Sono conflitti che sappiamo esistere, ma non sappiamo come si stiano sviluppando, sia in positivo che in negativo. Inoltre, sono zone molto lontane da noi, quindi, quel distacco emotivo che già possediamo aumenta.

In generale, a prescindere dalla guerra che viene documentata, la nostra percezione dipende molto da come ci viene raccontata. Non potrò mai considerare di ricevere un’informazione obiettiva e pura, poiché molte volte è in gioco anche lo schieramento politico e l’obiettivo finale di chi ci racconta l’accaduto. Quella guerra in questione può essere descritta in vari modi, con dettagli nuovi e magari inventati, e in base a come la notizia ci viene presentata, di conseguenza, le nostre reazioni possono variare.

Se ci viene comunicato che sono morti 1.000 bambini, la notizia, ovviamente, è un colpo al cuore, penso che dispiaccia a tutti, ma se il tono è molto calmo e lascia intendere che non è nulla di preoccupante perché è normale o, addirittura, è un numero relativamente basso, diventa “spontaneo” alzare le spalle e pensare “vabbè, è una guerra, ed è normale che ci siano morti e che siano coinvolti anche dei bambini”.

Magari c’è anche chi soffre di più e piange per l’ennesima perdita di queste vite umane, ma già nelle guerre, per come le conosciamo, i morti e feriti fanno parte della routine, se poi vengono elencati frettolosamente e con frasi del tipo “uno in più o uno in meno cosa cambia”, aumenta solo la nostra indifferenza.

La prima Guerra del Golfo ha visto un popolo italiano coinvolto emotivamente

Nel 1991 non ero ancora nata, ma conosco e ho studiato la prima Guerra del Golfo, e ricordo come gli italiani abbiano vissuto questo conflitto come parte della loro vita. Infatti, i supermercati vennero saccheggiati, poiché gli italiani temevano di rimanere senza beni di prima necessità. Anche i distributori di carburante furono presi d’assalto.

Perché in questa guerra gli italiani si lasciarono prendere da una psicosi bellica, mentre oggi sembra che ci interessiamo poco? È anche vero che in questa guerra l’Italia partecipò con i cacciabombardieri Tornado IDS. Ma noi italiani assistemmo anche alla cattura del capitano dell’aeronautica italiana, Maurizio Cocciolone, insieme al maggiore, Gianmarco Bellini, da parte dell’Iraq. Forse, sapere che c’erano nostri connazionali coinvolti ci ha reso più partecipi?

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