Lavoratori poveri, il paradosso occupazionale: impiegati, ma in difficoltà economica.
«Bisogna lavorare, se non per passione, almeno per necessità. Infatti, tutto sommato, lavorare è meno noioso che divertirsi».
Charles Baudelaire
“Quando compirò 18 anni me ne andrò di casa, troverò un impiego e sarò finalmente autonomo”, una frase che almeno una volta tutti noi abbiamo detto ai nostri genitori. Durante l’adolescenza, si prova un’emozione intensa al solo pensiero di vivere da soli, senza genitori, senza regole, avendo la libertà di fare ciò che si desidera e quando si vuole. Un pensiero che non considera ovviamente tutte le reali conseguenze che si dovranno affrontare. Crescendo, si impara a confrontarsi con la vita e, in particolare, con le sue sfide, comprendendo quanto non sia sempre tutto così semplice e diretto.
Al giorno d’oggi, la povertà è sempre più presente e non colpisce solo chi è disoccupato, ma anche chi ha un lavoro, mettendo a dura prova la possibilità di condurre una vita dignitosa. Questo fenomeno che accomuna un numero crescente di italiani è definito “working poor”. Eppure, chi avrebbe mai immaginato di essere in difficoltà economica pur avendo un impiego, pur ricevendo ogni mese uno stipendio e, quindi, un reddito per vivere? “Troverò un lavoro e sarò finalmente autonomo”, non era così che suonava la nostra affermazione da giovani? La triste verità è che ci troviamo a dover affrontare lavori part-time non scelti, affitti eccessivi e contratti lavorativi ben lontani dal garantirci l’indipendenza tanto desiderata durante l’adolescenza.
Un problema che colpisce ormai non solo i giovani, ma anche i lavoratori autonomi, come piccoli artigiani e commercianti.
Dati alla mano, la difficoltà di arrivare a fine mese
L’Eurostat ha esaminato questo fenomeno, affermando che in Italia oltre un lavoratore su dieci (11,8%, rispetto al 10,9% della media europea) è a rischio povertà, considerando il 2024. Con rischio di povertà si intende un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Questi dati sono in crescita del 2% rispetto al 2023 e rappresentano un valore superiore alla media europea, collocando l’Italia all’ottavo posto tra i ventisette paesi dell’UE. La povertà in Italia non è determinata solo dall’assenza di un lavoro e quindi di uno stipendio.
Un’analisi approfondita è stata effettuata anche dall’Osservatorio di Antoniano. Considerando il periodo da gennaio a settembre 2025, le persone occupate che si sono rivolte alla rete di “Operazione Pane”, campagna di Antoniano avviata nel 2014 per raccogliere fondi a sostegno delle venti realtà francescane in Italia e delle cinque attive nel mondo, sono aumentate del 3,52% rispetto al 2024.
Secondo i dati del 2025, tra i 6.696 singoli assistiti da “Operazione Pane”, 765 appartengono alla categoria dei working poor.
I dati di Eurostat e dell’Osservatorio di Antoniano evidenziano una realtà caratterizzata dalla precarietà lavorativa, da contratti part-time non voluti e da un’inflazione crescente. Se in passato il lavoro era sinonimo di sicurezza, ora non lo è più, poiché non è più sufficiente. Un’ulteriore conferma proviene dal 59,36% delle persone senza dimora che si sono rivolte a “Operazione Pane”, percentuale scesa nel 2025 al 24,72%, dimostrando come la povertà non colpisca più solo chi è senza casa o senza una condizione di vita stabile.
Ancora l’Osservatorio di Antoniano si concentra sulla distinzione tra uomini e donne. Gli uomini soli sono i più colpiti, passando dal 74,26% del 2024 al 74,58% del 2025. Per le donne sole la percentuale è aumentata dal 24,32% del 2024 al 25,42% del 2025. Una povertà che colpisce tutte le fasce d’età, con un incremento di +0,81% nei giovani tra i 18 e i 30 anni e un +7,85% tra gli over 60.
In Italia, il Veneto è la regione con il maggior numero di working poor, dove il numero degli occupati che si sono rivolti a “Operazione Pane” è aumentato dal 2024 del 57,89%. Oltre al Veneto, troviamo la Lombardia con il 22,75% e il Piemonte con il 13,46%. Quest’ultimo si trova al primo posto con una crescita del 42,74% rispetto al 2024 per quanto riguarda le persone senza dimora che si sono rivolte alle mense francescane.
È evidente come il fenomeno del working poor cambi radicalmente il volto delle famiglie. Nel 2025, è stato registrato un calo delle famiglie supportate da “Operazione Pane”, -11,99%, grazie a nuove opportunità e misure di sostegno, con una diminuzione ulteriore per le famiglie monogenitoriali, -6,30% e una riduzione del numero di minori coinvolti, -31,58%.
Tuttavia, anche se il numero delle famiglie assistite è diminuito, è aumentato il numero medio di componenti per nucleo, passando da 3 a 4 e quello dei figli da 2 a 3. Analizzando questi dati, sicuramente penserete che l’aumento sia lieve, certo si parla di un solo punto, eppure, mostrano comunque le difficoltà che quotidianamente devono affrontare le famiglie più svantaggiate.
Grazie a questo quadro generale, abbiamo compreso come il concetto di working poor colpisca non solo chi è disoccupato, ma indistintamente tutti noi, lavoratori, giovani, intere famiglie, anche chi non avrebbe mai immaginato di trovarsi in questa situazione.
L’articolo 36 della Costituzione
«Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente a garantire a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunciarvi».
Come si intitolava la canzone di Mina in duetto con l’attore Alberto Lupo del 1972? Per caso “Parole parole”? In effetti, l’articolo 36 della Costituzione non è altro che un insieme di parole disperse, poiché di concreto c’è ben poco. L’articolo menziona la giusta retribuzione, ovvero un compenso che garantisca uno stile di vita dignitoso al lavoratore.
Attenzione, per degno non si intende la possibilità di vivere una vita agiata, tra viaggi e shopping, ma piuttosto di poter coprire tutte le spese necessarie nel corso del mese senza dover contare anche i centesimi. Oppure, peggio ancora, dover scegliere tra fare la spesa o pagare le bollette.
Tuttavia, come si può stabilire quale sia il giusto compenso? Solitamente, effettuando un calcolo approssimativo, si cerca di realizzare un bilancio tra lavoro svolto e compenso ricevuto, bilancio che sembra essere piuttosto lontano nelle case degli italiani.
Ma qualcosa non torna, infatti, l’articolo 36 della Costituzione prevede quanto descritto in precedenza, eppure non stabilisce concretamente un salario minimo come compenso. Ad ogni modo, la giurisprudenza italiana tende a concretizzare il diritto alla giusta retribuzione tramite i contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), i quali definiscono il minimo salariale in base al tipo di attività, all’inquadramento e all’anzianità di servizio.
Caro affitti, prezzi in salita in tutta Italia
Un altro fattore che incide sul fenomeno del working poor è la questione del caro affitti.
Un recente studio condotto da Locare, società specializzata nel mercato immobiliare, ha analizzato i costi medi degli affitti nelle principali città italiane, confrontandoli con gli stipendi netti medi dei residenti, cercando di comprendere quale percentuale del reddito mensile venga assorbita dal canone di locazione.
Le grandi città del Nord presentano una forte domanda abitativa e canoni molto elevati. Scendendo verso il Centro Italia, la situazione sembra essere più equilibrata, infatti, i prezzi rimangono alti ma con un equilibrio più presente. Nel Mezzogiorno, in alcune città il rapporto tra affitti e stipendi appare più sostenibile, tuttavia, i livelli salariali sono i più bassi.
A prescindere da questa analisi effettuata dividendo l’Italia in tre fasce, l’aspetto importante è comprendere quale sia effettivamente la soglia di sostenibilità di un affitto.
Nel settore immobiliare, un canone è sostenibile quando non supera il 30% o il 35% del reddito disponibile. Se la soglia viene superata, allora il costo della casa tende a comprimere la capacità di spesa delle famiglie.
Ormai, è scontato ricordare che Milano sia la città che rappresenta il mercato immobiliare più costoso di tutta Italia. Per esempio, un bilocale di 60 metri quadrati in una zona semicentrale può costare circa 1.380 euro al mese. In questo caso, un tale affitto arriva ad assorbire fino al 65,7% del reddito mensile.
A Roma, altra città per niente economica, l’affitto per un appartamento di 60 metri quadrati sempre in una zona semicentrale arriva ad assorbire il 55,3% dello stipendio netto mensile.
Fortunatamente, esiste Torino, dove l’affitto per un bilocale della stessa dimensione incide il 37,3% del reddito netto mensile. A Napoli, nella medesima situazione, l’incidenza dell’affitto ha un peso pari al 48,8%. A Palermo, invece, l’affitto si attesta intorno al 29,6% del reddito disponibile, risultando una delle poche città che rientra nei livelli sostenibili.
La gig economy
Il mondo del lavoro è estremamente frammentato, e lo dimostrano soprattutto le tipologie di contratto diffuse sul mercato. Il full-time sembra essere ormai un miraggio lontano a cui aspirare, e spesso ci si accontenta di un part-time se la fortuna è dalla nostra parte, altrimenti di lavori freelance o occasionali. Questa situazione viene riassunta molto bene dal concetto di gig economy, un modello economico che sta trasformando il mondo del lavoro e che coinvolge lavori temporanei, come i contratti appena menzionati, o i cosiddetti “gig”, che non prevedono vincoli contrattuali a lungo termine.
Viviamo in un mondo frenetico, che ci richiede energia e tempo che spesso non abbiamo nemmeno a disposizione, e questi lavori rapidi e senza vincoli possono soddisfare le esigenze di alcuni lavoratori. I lavoratori che si prestano a entrare nel mondo della gig economy non sono legati unicamente a un solo datore di lavoro, piuttosto decidono con chi collaborare e soprattutto quando. Una vera e propria economia dei lavoretti, che privilegia flessibilità e immediatezza a scapito della stabilità contrattuale. La gig economy ha trovato terreno fertile grazie alla digitalizzazione, che ha facilitato l’incontro tra domanda e offerta. Una precarietà nuova che si aggiunge così a un mondo già precario di suo.
Il caso di Glovo e Deliveroo: caporalato e violazione dei diritti
Rimanendo sempre in tema di gig economy, a febbraio Glovo è stata coinvolta in un’inchiesta. La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario di Foodinho srl, società che gestisce la piattaforma di food delivery Glovo, con l’accusa di caporalato su 2mila rider a Milano e 40mila in tutta Italia.
Il reato di caporalato è ormai diffuso, e non ha bisogno di grandi spiegazioni. È un reato che punisce chiunque sfrutti lavoratori in stato di bisogno. Il caporale, ossia colui che dà vita a questo sistema di lavoro illecito, offre ai propri lavoratori paghe misere, con orari di lavoro interminabili. Spesso, viene associato all’agricoltura e all’edilizia, ma, come possiamo notare in questo caso, si estende a qualsiasi settore, compreso il food delivery. Attualmente, la legge italiana ha introdotto delle misure per affrontare questo sistema, grazie all’articolo 603-bis del Codice Penale, che punisce i caporali e i datori di lavoro che decidono di utilizzare questo sistema di sfruttamento.
A 2mila rider di Milano e a 40mila in tutta Italia sarebbero state erogate retribuzioni inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e dell’81,62% rispetto ai contratti collettivi del settore. Ricollegandoci all’articolo 36 della Costituzione, si può dedurre che sia presente una vera e propria violazione, non garantendo di certo una vita dignitosa con salari nemmeno utili alla sopravvivenza.
Tra le diverse testimonianze, una descrive appieno la vita di queste persone:
«Sono sempre geolocalizzato tramite l’app e, se sono in ritardo con una consegna, Glovo mi chiama per sapere cosa succede (…) Il compenso varia tra 2,50 e 3,70 euro a consegna».
Molti di questi lavoratori sono di origine straniera, un dato da non sottovalutare, in quanto rappresenta un motivo in più per accettare un lavoro come questo, infatti, non gioca solo il fattore del mantenersi a tutti i costi, ma anche la necessità di inviare denaro nel proprio paese d’origine.
Parallelamente, la stessa situazione è avvenuta nei confronti di Deliveroo Italy, accusato sempre di caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila in tutta Italia. Alla base si parla sempre di violazione dei diritti dei lavoratori e, quindi, della violazione dell’articolo 36 della Costituzione. Anche in questo caso, non è stata garantita una retribuzione proporzionata.
Un altro esempio di food delivery, noto a tutti, è Just Eat, l’unico che ha regolarizzato il lavoro dei rider applicando il ccnl «Logistica, Trasporto Merci e Spedizione».
Il settore è il medesimo, ma allora cosa cambia? I rider che lavorano per Just Eat sono assunti come dipendenti, non sono lavoratori autonomi come nel caso
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