A trent’anni dal massacro dei monaci di Tibhirine, durante il periodo in cui la guerra civile devastò l’Algeria.
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È passato un trentennio dal massacro dei monaci di Tibhirine. La loro vicenda ha colpito il grande pubblico grazie al film “Uomini di Dio”, che nel 2010 ha ricevuto un premio speciale della giuria al festival di Cannes. La pellicola narra la decisione dei monaci di rimanere a Tibhirine, un villaggio algerino a maggioranza musulmana, condividendo la vita con la comunità che aveva imparato ad amarli e rispettarli, mentre nel resto del paese infuriava la guerra civile e agli stranieri veniva ordinato di abbandonare l’Algeria. Una guerra violenta, scatenata dal colpo di stato militare del 1992 che dichiarò illegale il Fronte islamico di salvezza (Fis), vincitore delle elezioni politiche. Decine di migliaia di giovani musulmani presero le armi contro il regime militare, alcuni optarono per il terrorismo. La repressione fu brutale, con un numero di morti che superò le centomila unità. I monaci, tutti di nazionalità francese, rimasero neutrali. Il leggendario fratel Luc, medico, era solito prendersi cura di chiunque bussasse alla porta del monastero. Lo fece anche con i feriti di entrambi i lati, i “fratelli della pianura” e i “fratelli della montagna”, come i religiosi si riferivano ai militari e ai ribelli. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, un gruppo di uomini armati fece irruzione nel monastero trappista e portò via sette dei nove monaci presenti (due riuscirono a nascondersi). Il 21 maggio fu annunciata la loro morte. La versione ufficiale attribuiva la strage al Gruppo islamico armato (Gia). Tuttavia, i dubbi sono aumentati nel corso degli anni. Oggi, le persone che furono più vicine ai sette monaci, proclamati da papa Francesco beati e martiri della fede cristiana, ne parlano sottovoce, richiedendo l’anonimato. Una cautela comprensibile, poiché non si desidera mettere in difficoltà la piccola comunità cristiana che vive in Algeria e che papa Leone si prepara a visitare il 13 aprile in un pellegrinaggio sulle orme di sant’Agostino (un algerino, anch’egli).
I primi interrogativi sulla versione ufficiale emersero già il giorno dei funerali, il 2 giugno 1966, ad Algeri, quando il determinato procuratore generale dei trappisti, Armand Veilleux, insistette per aprire le bare e identificare i suoi confratelli uccisi. Scoprì, con orrore, che le bare contenevano solo le teste dei monaci. I dubbi si intensificarono quando nel 2009, a seguito dell’apertura di un’indagine in Francia, fu registrata la deposizione del generale Francois Buchwalter, all’epoca addetto militare presso l’ambasciata francese ad Algeri: la morte dei religiosi sarebbe stata causata da un’operazione militare andata male, condotta con elicotteri; per nascondere la loro responsabilità, i militari avrebbero fatto sparire i corpi dei monaci crivellati di proiettili, mettendo nelle bare solo le teste. Inoltre, ci sono i racconti dei due superstiti; rivelano che i ribelli della zona avevano già fatto irruzione nel monastero in altre occasioni, ma quelli che rapirono i sette martiri non erano mai stati visti prima, un “gruppo sconosciuto” lo definisce fratel Jean-Pierre Schumacher in un recente libro, “Thibirine vive”, pubblicato dalla Libreria editrice vaticana. Una cosa è certa: nella giunta militare, in quegli anni, cresceva un sentimento di avversione nei confronti della Chiesa cattolica, specialmente dopo l’iniziativa della comunità di sant’Egidio che nel 1994 aveva riunito a Roma le forze politiche dell’opposizione algerina nel tentativo di favorire una mediazione di pace. Un clima ostile che portò uno dei monaci incontrati a Tibhirine da padre Veilleux, pochi mesi prima dell’eccidio, a dichiarare: «Se ci succederà qualcosa sappiate che non saranno stati gli islamici, ma quelli con le divise regolari».
Qualunque sia la verità riguardo alla strage dei monaci, se i loro carnefici siano militanti islamisti o militari del regime, non cambia il significato della testimonianza che essi ci lasciano: non cercarono il martirio, desiderarono semplicemente essere fedeli fino in fondo alla loro vocazione, di preghiera e di fraternità cristiana all’interno di un’amicizia con il popolo islamico. La gente di Tibhirine pianse la loro morte. Nel suo testamento spirituale, padre Christian de Chergé, priore del monastero, aveva già assicurato il perdono all’uomo che lo avrebbe ucciso: «E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio dire questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah».
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