I cineasti iraniani candidati all’Oscar: “Repressione e ora conflitto. Stiamo affrontando un trauma collettivo”
I registi Sara Khaki e Mohammadreza Eyni hanno ricevuto la loro formazione tra l’Iran, loro nazione d’origine, e gli Stati Uniti. Il loro documentario Cutting Through Rocks, premiato al Sundance lo scorso anno, è tra i candidati per l’Oscar al miglior documentario: un risultato storico per un’opera indipendente iraniana. Il film narra per otto anni la vicenda di Sarah Shahverdi, la prima donna eletta nel consiglio del suo villaggio rurale nel nord-ovest dell’Iran, attivamente coinvolta nella promozione dell’educazione femminile, nella lotta contro i matrimoni precoci e nella ridefinizione dei rapporti di potere all’interno della comunità. In collegamento via Zoom dagli Stati Uniti, i due cineasti discutono con chiarezza e angoscia dell’attacco americano all’Iran e di cosa significhi raccontare una storia di emancipazione mentre il proprio Paese è sotto attacco.
Siete in contatto con i vostri familiari in Iran?
Khaki: “Quest’anno abbiamo vissuto anche la chiusura di internet. Non si tratta solo di un’interruzione tecnica, ma di un silenzio totale e inaspettato. Non c’è modo di comunicare. L’unica possibilità è che i nostri cari riescano a contattarci tramite telefoni fissi, ma non è facile, ci vogliono molti tentativi e tanta pazienza. Riusciamo a fare telefonate quotidiane, molto brevi, solo per sapere che sono vivi e stanno bene. Non possiamo raccontarci nulla, né condividere paure o pensieri. Tutto si concentra in pochi secondi di voce. Per questo stiamo attraversando uno dei periodi più bui, perché sentiamo i bombardamenti, leggiamo notizie frammentate e, di fatto, viviamo tra una telefonata e l’altra.”
Vivete e avete studiato negli Stati Uniti, che ora stanno attaccando il vostro Paese.
Khaki: “Ci sentiamo terribilmente male. La guerra è qualcosa di insopportabile. Immagina la tua casa d’infanzia bombardata, il tuo quartiere distrutto, i luoghi che hanno formato i tuoi ricordi ridotti in macerie. Quale beneficio potrebbe mai portare tutto questo alle persone? La guerra viene presentata come un’azione necessaria, talvolta come qualcosa fatto per il popolo, ma in realtà è il popolo a essere schiacciato. Non aiuterà nessuno. Allo stesso tempo, il nostro film racconta l’opposto della distruzione: narra di una persona che cerca di cambiare le cose dall’interno, che trasforma le prospettive in una piccola comunità. È una storia di tenacia, perseveranza e speranza, qualità che oggi vediamo in molti civili iraniani. È questo che ci sostiene. Il film parla anche di leadership, di come si possa avere un piccolo potere e decidere di condividerlo invece di usarlo per controllare o reprimere. Ogni giorno ci svegliamo con notizie terribili dai leader mondiali e questo film ricorda che il potere non dovrebbe schiacciare, ma creare spazio per gli altri.”
Eyni: “Siamo confusi e non abbiamo risposte. Due mesi fa molti civili iraniani sono stati uccisi per strada, è stato scioccante e non ci aspettavamo una cosa del genere in quelle proporzioni. È stato un trauma collettivo. E ora la guerra. Sta accadendo davvero. Provate a immaginare cosa significa essere iraniani oggi: vivere nel caos senza riuscire a dare un senso a ciò che accade. Le persone, dentro e fuori dal Paese, stanno vivendo giorni terribili, subendo repressione dall’interno e pressione dall’esterno. È come essere schiacciati tra due forze opposte. Nel mezzo ci sono persone concrete, i miei genitori, i miei amici, la mia gente. Nessuno sembra preoccuparsi di loro e questo rende tutto ancora più doloroso.”
Cosa può fare la comunità internazionale?
Eyni: “Il messaggio è semplice: non uccidete le persone. Non importa chi detiene il potere o chi bombarda dall’esterno, il risultato è lo stesso. Ogni bomba colpisce persone reali. Lasciate vivere le persone. I miei genitori hanno 80 e 75 anni e desidero solo che possano vivere in pace. Non è giusto che genitori, figli e adolescenti pieni di sogni debbano preoccuparsi ogni giorno di sopravvivere. Non è giusto che la loro vita si riduca alla paura.”
Khaki: “È fondamentale essere testimoni di ciò che sta accadendo e dare voce ai civili, ai lavoratori, alle donne, agli artisti. Non siamo notizie, non siamo numeri, non siamo statistiche. Siamo persone con sogni e vite ancora da vivere. Voglio raccontare un’immagine che per me è molto forte: nonostante tutto, gli iraniani stavano preparando la primavera del 21 marzo, pulendo le case e le finestre per accogliere il nuovo anno. È un gesto di speranza radicato nella tradizione. E ora quelle finestre vengono distrutte dai missili. Questa è la realtà concreta. Parlare di guerra “per il bene del popolo” non corrisponde a ciò che sta accadendo, è esattamente il contrario.”
Per realizzare il film, (nelle sale italiane come evento speciale dall’8 all’11 marzo con Wanted), ci sono voluti otto anni.
Khaki: “Quando abbiamo iniziato non avremmo mai pensato che sarebbe stato un percorso così lungo. Ogni volta che tornavamo nel villaggio pensavamo fosse l’ultima, ma accadeva sempre qualcosa che rendeva la storia più complessa e stratificata. Non volevamo semplificarla né ridurla a uno slogan. Volevamo restare, osservare e accompagnare l’evoluzione delle persone nel tempo. Sarah Shahverdi è una figura straordinaria, l’unica donna motociclista della zona, ostetrica profondamente radicata nella sua comunità. Decide di candidarsi al consiglio locale e con un potere minimo riesce a cambiare prospettive, promuove la co-proprietà femminile, insegna alle ragazze a guidare la moto e mette in discussione pratiche considerate intoccabili. Oggi quei cambiamenti fanno parte della comunità, non sono più simbolici ma realtà quotidiana.”
Eyni: “Abbiamo lavorato anche contro i matrimoni precoci e per consentire alle ragazze di continuare a studiare. Ora si sta costruendo la prima scuola superiore del villaggio. Abbiamo girato per otto anni, in sessioni lunghe anche novanta giorni, perché volevamo essere presenti e osservare i cambiamenti. Non è stato semplice. Durante le riprese ci hanno vietato di lasciare il Paese per un anno, ci hanno confiscato i dischi rigidi e siamo stati interrogati perché eravamo indipendenti. Non eravamo nemmeno certi di riuscire a completare il film. Alla prima al Sundance ci tenevamo per mano chiedendoci come fosse stato possibile arrivare fin lì. Cutting Through Rocks è la storia di Sarah ma è anche la nostra storia dietro la macchina da presa.”
Che reazione avete ricevuto in Iran al film?
Eyni: “La gente è stata straordinaria. Persino l’avversaria politica di Sarah l’ha ringraziata per aver reso orgoglioso il villaggio. Oggi molti uomini sostengono le donne nella comunità e questo mi dà speranza, perché significa che il cambiamento è possibile. Ma le autorità non vedono di buon occhio l’indipendenza. In altri Paesi i registi vengono celebrati quando ottengono un riconoscimento, noi invece dobbiamo preoccuparci delle conseguenze.”
Khaki: “È paradossale: siamo il primo documentario iraniano indipendente nominato all’Oscar. È motivo di orgoglio ma anche una condizione di vulnerabilità. L’indipendenza è la nostra forza e allo stesso tempo ciò che ci espone di più.”
Esiste una leadership di opposizione al regime capace di cambiare l’Iran?
Eyni: “Non ho risposte definitive perché siamo nel mezzo di un trauma. Ma so che in Iran ci sono persone straordinarie, donne e uomini di talento. Se avranno spazio potranno cambiare il futuro. E non è solo una storia iraniana. Amici negli Stati Uniti ci dicono che è anche la loro storia, che i temi della leadership, dell’uguaglianza e della pressione sistemica attraversano molti Paesi. Dobbiamo rimanere vigili e consapevoli, perché se perdiamo questa attenzione il futuro rischia di diventare davvero oscuro.”
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