In partenza la Flotilla verso Cuba. Gli italiani: “Siamo consapevoli dei rischi, ma è indispensabile”
Leggi in app
(ansa)
Quattro imbarcazioni, con a bordo circa un centinaio di individui provenienti da diverse nazioni e tonnellate di aiuti umanitari. È pronta a partire la flotilla del Nuestra America Convoy, un’iniziativa di solidarietà nei confronti di Cuba, gravemente colpita dall’embargo totale imposto da Trump. E proprio dagli Stati Uniti, dove è stata concepita la strategia di soffocamento energetico, è scaturita la reazione della società civile che, seguendo l’esempio della flotilla che a settembre ha tentato di raggiungere Gaza, ha progettato una nuova azione “umanitaria e politica insieme”.
Lo chiarisce da mesi, sia negli Stati Uniti che all’estero, David Adler, ricercatore, ex consulente di Bernie Sanders, attualmente coordinatore dell’Internazionale Progressista e tra i principali promotori della flotilla che intende arrivare a L’Avana il 21 marzo. “L’amministrazione Trump sta intensificando l’assedio con l’intento di porre fine a Cuba – afferma – La popolazione mondiale deve sostenere il popolo cubano, opporsi a queste politiche punitive e rivendicare il diritto di ogni nazione a vivere, progredire e determinare il proprio avvenire senza subire intimidazioni”.
Gli attivisti italiani della Flotilla
Quella marittima rappresenta solo una delle “rotte” verso l’isola: a L’Avana si attendono oltre 400 attivisti provenienti da quattro continenti che in pochi mesi hanno raccolto quasi 20 tonnellate di aiuti tra Europa e Stati Uniti. Un “convoy” europeo è partito nei giorni scorsi da Roma e Milano, mentre altri partecipanti stanno partendo in queste ore dalla Colombia con valigie cariche di farmaci salvavita. Quattro italiani – José Nivoi, rappresentante dei camalli di Genova e tre attivisti di Aicec, associazione che da anni opera con progetti sull’isola e tra i promotori della campagna Let Cuba Breathe – sono pronti a salpare nelle prossime ore. Come tutto l’equipaggio, sono consapevoli che si tratta di una delle rotte più pericolose del Convoy.
“Gli Usa potrebbero bloccarci, ma imbarcarsi è necessario”
“Siamo consapevoli che imbarcandoci ci esponiamo a dei rischi, gli Usa hanno posizionato una nave militare in acque internazionali, al confine con le acque territoriali cubane – ammette Martina Steinwurzel di Aicec – Se ci identificassero come attori ostili o come una minaccia, potrebbero fermarci”. Come ciò possa avvenire, è tutto da vedere. A bordo ci saranno decine di statunitensi ed europei, tra cui sindacalisti, politici e artisti, quindi è difficile, si ragiona, che navi statunitensi possano riservare alle imbarcazioni della flotilla lo stesso trattamento riservato alle presunte narcolanchas, i barchini che nei mesi scorsi sono stati presi di mira militarmente senza alcuna prova di coinvolgimento nel narcotraffico, ma il rischio esiste. Così come quello di una cattura. Per questo motivo, c’è la massima riservatezza riguardo alle imbarcazioni che salperanno, così come sugli orari esatti di partenza.
“L’Europa è ferma, tocca alla società civile reagire”
“Ma ci si imbarca comunque perché è fondamentale rompere questo assedio brutale e medievale”, afferma Steinwurzel, evidenziando come, ancora una volta, sia la società civile a prendersi la responsabilità di richiamare l’attenzione sul diritto internazionale. “Fatta eccezione per la Spagna, nessun governo si sta attivando. L’Europa è immobile, non si esprime a favore, ma non compie alcuna azione, è quindi giusto che la società civile faccia ciò che può. Chi si imbarca desidera semplicemente un mondo migliore, in cui non ci sia spazio per la legge del più forte”. L’assedio all’isola, spiega, è irragionevole e inaccettabile. “Cuba stava già cambiando e avrebbe adottato nuove forme nella loro totale sovranità di stato, ma così stanno affamando un popolo, non gli si consente di decidere liberamente”.
Artisti, politici e sindacalisti a sostegno della spedizione
Queste sono le idee che, nel giro di pochi mesi, hanno dato vita a una spedizione animata da un’ampia gamma di sindacalisti, politici e artisti. “Forse – osserva Nivoi – dovrebbe far riflettere il fatto che Trump non riesca a formare una coalizione per intervenire nello Stretto di Hormuz, mentre la società civile è riuscita a organizzare in pochi mesi una spedizione internazionale di solidarietà”. Tra i delegati che saranno a Cuba, nomi noti dai Kneecap, gruppo hip hop irlandese diventato simbolo del movimento per la Palestina, a Chis Smalls, dirigente sindacale di Amazon, dalla deputata colombiana María Fernanda Carrascal all’ex leader del Labour, ora a capo di Your Party Jeremy Corbyn e Danny Valdés, cofondatore di Cuban Americans for Cuba, una delle principali associazioni degli espatriati dell’isola negli Stati Uniti.
Sanzioni contro le famiglie, a Cuba serve tutto
“Le politiche attuate oggi da Washington colpiscono le famiglie cubane comuni, pur affermando di agire in nostro nome – spiega Valdés –. Ecco perché ci stiamo dirigendo verso L’Avana: per dimostrare che la solidarietà attraverso lo Stretto della Florida è più forte della politica del blocco”. A Cuba non manca solo l’energia, con inevitabili lunghi blackout e cali di tensione che iniziano a minacciare anche gli ospedali, ma anche medicinali, kit sanitari essenziali, alimenti specifici per neonati o malati e beni di prima necessità. Il latte in polvere è diventato un bene di lusso.
Il carico umanitario diretto sull’Isola
Nella stiva delle quattro imbarcazioni in partenza ci saranno beni di prima necessità, ma anche pannelli solari e generatori. Oltre cinque tonnellate di aiuti sono già giunte sull’isola insieme al convoglio europeo, mentre nei primi di aprile partirà dall’Europa un container che trasporterà altri 13 pallet di materiale sanitario, farmaceutico e ortopedico – tra cui ventilatori polmonari, respiratori, letti di degenza, apparecchi per anestesia, un microtomo chirurgico, ma anche barelle, sedie a rotelle e farmaci – del valore di mezzo milione di euro, raccolti grazie alla solidarietà europea. “Nella nostra America abbiamo appreso che le sanzioni non colpiscono i governi, ma la popolazione – afferma la deputata colombiana María Fernanda Carrascal – quando a un vicino vengono negati combustibile, cibo e farmaci, la solidarietà diventa un dovere”.
I commenti sono chiusi.