Iraq, liberata la reporter statunitense in cambio di membri di Hezbollah: “È obbligata a lasciare il territorio”

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GERUSALEMME – La giornalista freelance statunitense Shelly Kittleson è stata liberata dalle milizie irachene di Kataib Hezbollah, il gruppo sciita sostenuto dall’Iran che l’aveva rapita martedì scorso nel centro di Baghdad. È stata imposta la condizione di lasciare immediatamente il paese al momento della sua liberazione. I rapitori hanno comunicato di aver scelto di rilasciarla “in segno di riconoscimento per le posizioni patriottiche del primo ministro uscente”, Mohammed Shia al-Sudani, senza fornire ulteriori dettagli. Le modalità e le condizioni del rilascio non sono state rese pubbliche, ma funzionari iracheni, parlando in forma anonima, hanno rivelato che in cambio sarebbero stati liberati diversi miliziani arrestati in relazione a un attacco a una base americana in Siria.

Kittleson, di 49 anni, è ben nota a , dove ha stabilito la sua base operativa per lungo tempo, ma il suo principale interesse giornalistico era il Medio Oriente, di cui era esperta: ha lavorato a lungo in Iraq, così come in Afghanistan e in Siria, il paese da cui proveniva. Le immagini del suo rapimento, catturate da una telecamera a un incrocio nella capitale irachena, hanno fatto il giro del mondo, e il precedente rapimento di Elizabeth Tsurkov, ricercatrice a Princeton con doppia cittadinanza israeliana e russa, da parte di Kataib Hezbollah, era preoccupante, poiché Elizabeth fu rilasciata lo scorso settembre dopo due anni di torture, di cui porta ancora i permanenti. Kataib Hezbollah fa parte della rete delle Forze di mobilitazione popolare, incluse dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Secondo quanto riferito da funzionari dell’Fbi e del Dipartimento di Stato americano, Kittleson era stata avvisata più volte del pericolo che correva, essendo nel mirino di un gruppo iracheno, l’ultimo avviso risaliva proprio alla sera prima del suo rapimento. Lei stessa lo aveva confermato, parlando con un’amica poche ore prima di essere catturata dai miliziani, che l’hanno costretta a salire nel sedile posteriore di un’auto, scomparendo nel caos della capitale irachena. Tuttavia, la polizia, immediatamente informata del rapimento avvenuto in mezzo alla strada e sotto l’occhio di testimoni e telecamere, ha subito organizzato posti di blocco, avviando un inseguimento durante il quale una delle due auto utilizzate dai rapitori si è schiantata, e un sospetto è stato arrestato.

Sui responsabili del rapimento non c’erano quindi dubbi, ma contattarli per negoziare la liberazione non è stato semplice. Il clima di conflitto nella regione e le tensioni tra le milizie filo-iraniane e gli statunitensi hanno notevolmente aumentato il livello di sicurezza con cui la leadership dei miliziani cerca di evitare omicidi mirati, che hanno decapitato i vertici di Hamas, Hezbollah e delle forze iraniane in vari paesi. Tuttavia, la catena decisionale si è dimostrata breve, portando alla liberazione della giornalista in una settimana esatta.

Shelly aveva dalla sua una notevole esperienza e conoscenza del contesto in cui operava, ma anche i limiti di un lavoro precario da freelance in un periodo in cui non aveva incarichi. Alla sua amica e collega incontrata prima di scomparire aveva confidato di essere più preoccupata per questa situazione che per gli avvertimenti ricevuti dall’ambasciata americana. Era in difficoltà economiche, e non potendo permettersi alberghi di categoria internazionale con una sicurezza adeguata, così come limitando l’assistenza di assistenti e autisti fidati per gli spostamenti, si trovava in una condizione sfavorevole per lavorare in un ambiente ostile.

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