La nuova giovinezza del figlio dello Scià: “Galvanizza le piazze”
(reuters)
LONDRA – «Non pensi che, da giovane, ogni mattina mi osservassi allo specchio dicendo: diventerò re». Quarant’anni dopo l’intervista che mi concesse nella sua residenza nei dintorni di Washington, proprio di fronte alla sede della Central Intelligence Agency (così evidentemente la Cia poteva proteggerlo meglio), Reza Ciro Pahlavi II potrebbe apparire un po’ più vicino al “trono del Pavone” di cui è ufficialmente l’erede. La settimana scorsa, prima che il regime degli ayatollah imponesse un blackout su internet, ha incoraggiato gli oppositori iraniani a scendere in piazza per urlare slogan esattamente alle 8 di sera. E, da quel poco che è stato reso noto dall’Iran, a quell’ora precisa alcuni dei manifestanti hanno anche pronunciato il suo nome, iniziando con «morte al dittatore», in riferimento alla Guida suprema della rivoluzione islamica Ali Khamenei, e subito dopo «lunga vita allo Scià».
A protester in Kaj Square in the Saadat Abad district of west Tehran holds up a picture of Reza Pahlavi, exiled son of the late Shah.
Video: @FardadFarahzad
Location: https://t.co/RvOh1aS7WC
Verified by: @GhonchehAzad @GeoConfirmed pic.twitter.com/TKtxwHdA9P
— Shayan Sardarizadeh (@Shayan86) January 9, 2026
Non è la prima volta che il figlio dell’ultimo Scià di Persia invita il suo popolo alla rivolta. Lo faceva quando lo incontrai in America, pochi anni dopo la morte in esilio del padre. Lo ha rifatto durante le manifestazioni di massa del 2022 in Iran per i diritti delle donne. Ci ha riprovato nel corso della breve guerra del giugno scorso in cui Israele e gli Usa hanno fatto tremare Teheran. Tuttavia, commentatori e diplomatici esprimono dubbi riguardo alle sue reali possibilità di ascendere al trono. In primo luogo, non si conosce l’esito delle enormi proteste attuali. In secondo luogo, è improbabile che i manifestanti desiderino tornare indietro, ripristinando la monarchia. Né Pahlavi II è riuscito a unire il variegato fronte delle forze di opposizione. Avendo lasciato la sua patria a 17 anni per studiare negli Stati Uniti, e non essendoci mai tornato, l’erede al trono, ora 65enne, può evocare qualche nostalgia tra gli iraniani della diaspora. Forse non molto di più.
(reuters)
Tuttavia, in assenza di figure di spicco tra gli oppositori del regime, «la sua immagine è migliorata», osserva sul Financial Times Ali Vaez, esperto di Iran del think tank Crisis Group. «Sta contribuendo a energizzare i manifestanti e alcuni lo considerano un’opzione migliore rispetto ad altre», concorda Ellie Geranmayeh, analista dello European Council on Foreign Relations. «Ma, sebbene la sua popolarità sia aumentata, la società civile continua a lottare per un cambiamento democratico dall’interno». Nemmeno Donald Trump nutre aspettative su Pahlavi II: «È una persona perbene, ma credo che debbano emergere nuove figure interne», ha dichiarato il presidente americano. La lunga ospitalità ricevuta dagli Usa e un suo incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, avvenuto nel 2023 a Gerusalemme, alimentano i sospetti di interferenze esterne. D’altronde, nemmeno lui quarant’anni fa nutriva molte illusioni: «Desidererei contribuire a ripristinare libertà e giustizia per tutti», mi disse, «ma alla fine sarà il popolo iraniano a decidere cosa vuole».