Missili, sistemi radar e comandanti autonomi: ecco come gli Houthi hanno organizzato l’assalto.
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L’azione degli Houthi solleva numerosi interrogativi riguardo al futuro del conflitto. Fino ad ora, si sono limitati a colpire Israele, ma la minaccia più significativa riguarda il Mar Rosso: se iniziassero a attaccare il traffico navale diretto a Bab el-Mandeb, potrebbero infliggere un duro colpo al commercio petrolifero. Proprio ieri, l’oleodotto saudita che collega al porto occidentale di Yanbu ha raggiunto una capacità di 7 milioni di barili al giorno. Questo è l’unico greggio della regione che sfugge al controllo iraniano di Hormuz e ora rischia di diventare un obiettivo.
Negli ultimi due anni, la milizia yemenita ha subito bombardamenti intensi, ma ha dimostrato una resistenza notevole. Ha costretto Donald Trump, lo scorso maggio, a stipulare un accordo di non aggressione durante la prima campagna della sua presidenza, dopo che più volte la Us Navy è stata messa in difficoltà da droni e missili.
Il confronto con Israele, invece, è continuato e il 28 agosto scorso si è verificato un attacco a Sanaa che ha decimato la leadership del movimento sciita, causando la morte di 13 dirigenti, tra cui il primo ministro Ahmed al-Rahawi e il capo di stato maggiore Muhammad al-Ghamari. Anche in questo caso, la decapitazione non ha ridotto le istanze bellicose e, secondo l’analista Ibrahim Jalal dello Stimson Center di Washington, nelle ultime settimane si sono preparati per la battaglia. Avrebbero spostato missili a lungo raggio e radar lungo la costa del Mar Rosso, nelle aree di Hodeida e Hajjah, e vicino al confine saudita, ad al-Jawf e Sa’adah. Seguendo il modello dei pasdaran, avrebbero disperso i depositi e fornito istruzioni ai comandanti delle rampe per agire in autonomia, evitando di esporre le loro posizioni tramite comunicazioni radio.
Non si conosce con precisione quanti armamenti abbiano conservato. I tecnici yemeniti li assemblano localmente, utilizzando però componenti iraniani e cinesi. Anche loro hanno aumentato la produzione negli ultimi mesi e si stima che attualmente dispongano di un numero significativo di droni, mentre i missili balistici sarebbero al massimo duecento. Se decidessero di aprire il fuoco contro i Paesi del Golfo o le basi americane, potrebbero creare seri problemi alle difese già provate da un mese di conflitto.
Teheran continua a lanciare ordigni contro tutte le infrastrutture della regione, spesso in risposta ai bombardamenti israeliani: per esempio, in reazione alla distruzione delle acciaierie, ieri ha colpito gli impianti di alluminio degli Emirati. La situazione più allarmante riguarda gli aeroporti dove sono stati accumulati i jet statunitensi: è emerso che quello saudita Prince Sultan è stato colpito due volte in una settimana. Complessivamente, ci sarebbero stati più di 25 feriti, tra militari americani e di altre nazioni, con diversi rifornitori KC135 e persino un radar volante E3 Sentry danneggiati. Il bilancio è mantenuto riservato, ma in precedenza un altro attacco sulla stessa pista aveva temporaneamente messo fuori uso cinque velivoli cisterna, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca.
Proprio per questo, nei giorni scorsi parte dei parà in arrivo dagli Stati Uniti è atterrata nell’installazione di Gibuti, la più distante dall’Iran ma che si trova proprio di fronte allo Yemen e ora non sembra così sicura. Tutta la pianificazione del Pentagono mostra i suoi limiti: non ci sono forze navali sufficienti per scortare le petroliere nel Golfo Persico, figuriamoci per svolgere la stessa missione nel Mar Rosso. Sembra probabile la partenza della portaerei Bush per sostituire la Ford, attualmente ferma a Creta per riparazioni dopo un incendio a bordo. Squadriglie di F35, F16 ed F18 stanno sostituendo i caccia in attesa di manutenzione. E ci sono segnali di allerta riguardo alle scorte di missili. L’Us Navy avrebbe utilizzato contro l’Iran 850 cruise Tomahawk: un numero superiore a quello impiegato in tutta la guerra in Iraq del 2003; quattro volte rispetto al Kosovo.
Le voci riguardanti un possibile boots on the ground aumentano: si prevede l’invio di 10mila soldati con carri armati e artiglieria, in aggiunta a quasi 5mila marines e duemila parà. Prima che siano pronti ci vorranno settimane e attualmente ci sono in zona solo i 2200 fanti di marina della Task Force Tripoli, sufficienti per affrontare un’operazione molto limitata.
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