Trump: “Khamenei deve avere paura”. Tensione sui missili nei negoziati con l’Iran

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(afp)

intensifica il suo linguaggio, affermando che Khamenei «dovrebbe essere allarmato». I media israeliani diffondono una serie di voci che dichiarano conclusi i colloqui con l’Iran ancor prima di iniziare. Tuttavia, al termine di una giornata frenetica di smentite e notizie trapelate, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, annuncia che i negoziati con gli Stati Uniti si svolgeranno domani in Oman, alle 10 del mattino. Questo rappresenterà il primo incontro ufficiale tra i rappresentanti dei due paesi – Steve Witkoff e Jared Kushner per Washington, Araghchi per Teheran – dall’attacco congiunto israeliano-americano di giugno ai siti nucleari e alle forze di sicurezza iraniane. Sarà il primo incontro dopo la brutale repressione delle manifestazioni di gennaio, che ha causato almeno 6mila vittime, secondo l’ong Human Rights Activists.

I colloqui erano inizialmente programmati in Turchia in un formato regionale, con la partecipazione di rappresentanti di Qatar, Egitto, Arabia Saudita e Turchia, ma gli iraniani hanno richiesto un cambio di sede, preferendo trattare esclusivamente con gli Stati Uniti in un contesto bilaterale. La presenza di paesi terzi è stata interpretata a Teheran come una «trappola, un tentativo di metterli con le spalle al muro e di includere nei colloqui anche questioni diverse da quelle nucleari», spiega un osservatore iraniano che desidera rimanere anonimo. «Il punto non è mai stato il dove, ma il cosa». E su questo aspetto le divergenze con Washington rimangono significative, forse insormontabili. Gli americani intendono discutere di tutta la politica regionale dell’Iran, dalla portata dei missili balistici al supporto per proxies e milizie. «Affinché i colloqui» con l’Iran «possano realmente portare a risultati significativi, dovranno includere alcune questioni» come «la portata dei loro missili balistici, il loro sostegno a organizzazioni terroristiche nella regione, il programma nucleare e il trattamento riservato al proprio popolo», ha chiarito il segretario di Stato , Marco Rubio.

Per Teheran, la questione dei missili balistici rimane assolutamente non negoziabile, in quanto parte fondamentale della strategia di difesa e deterrenza. Lo stesso vale per le alleanze regionali, con Hezbollah libanese, Houthi yemeniti e Hamas. Questi rappresentano i pilastri della politica estera della Islamica: rinunciare a tali alleanze significherebbe, di per sé, modificare la natura del sistema.

Il presidente Usa Donald Trump ha confermato che sono già in corso contatti, ma ha avvertito la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei: «Dovrebbe essere molto preoccupato», ha dichiarato in un’intervista alla Nbc. «Ho sentito che l’Iran sta cercando di riprendere il suo programma nucleare, se ciò accadrà, invieremo nuovamente i caccia. La pace in Medio Oriente non sarebbe stata possibile senza distruggere le capacità nucleari iraniane». Il presidente insiste sul tema nucleare, ben consapevole che i suoi emissari hanno presentato richieste più ampie e inaccettabili per Teheran. Tuttavia, gli americani non potevano ignorare le pressioni arabe e turche per tentare la via diplomatica: le potenze regionali non desiderano un cambiamento dello status quo che potrebbe destabilizzare anche i loro paesi, tanto più se violento. Le delegazioni giungeranno a Muscat con buone intenzioni e un profondo scetticismo. Un insuccesso nei colloqui potrebbe aprire la strada a un intervento militare americano.

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