Balbo e il fenomeno dello squadrismo? Responsabilità del Biennio rosso.

di Riccardo Giori

Si afferma che la storia diventa fonte di divisione quando il passato non è più un ricordo collettivo, ma si trasforma in uno strumento politico o identitario. Questa frattura è emersa in modo chiaro giovedì, durante la prima tappa ferrarese alla Sala Estense del Festival delle Città Identitarie, un evento culturale itinerante concepito e diretto da Edoardo Sylos Labini, che presenta uno spettacolo in cui la storia locale viene reinterpretata attraverso il racconto di figure ed eventi che hanno segnato il suo sviluppo, dal Rinascimento fino ai giorni attuali. Uno dei protagonisti selezionati, Italo Balbo, ha inevitabilmente riacceso un dibattito che continua a spaccare la città.

Ad aprire la serata sono stati i saluti istituzionali del vicesindaco di Ferrara Alessandro Balboni, il quale, rispondendo alle polemiche che avevano accompagnato l’organizzazione dell’evento nei giorni precedenti, ha affermato che “la risposta migliore alle controversie degli ultimi giorni è vedere una Sala Estense piena, dove le persone desiderano conoscere, apprendere e ascoltare”, sottolineando che “l’ascolto è un’azione che non deve mai essere data per scontata, poiché purtroppo ci sono molte persone che non vogliono aprire le orecchie, non vogliono soprattutto comprendere il messaggio di questo festival, che è quello di raccontare Ferrara, sia nel bene che nel male, nella sua complessità”.

L’intervento del vicesindaco ha ribadito la determinazione dell’amministrazione comunale di sostenere l’iniziativa come un’opportunità di approfondimento storico e culturale, nonostante le numerose contestazioni che hanno caratterizzato quello che è probabilmente l’appuntamento più atteso della serata, affidato al racconto di Giordano Bruno Guerri.

Pur avendo dichiarato in altre occasioni di essere “più che antifascista e libertario”, lo storico è stato ripetutamente accusato da una parte della storiografia accademica, in particolare da quella di orientamento più tradizionale, di adottare una lettura revisionista della storia italiana del Novecento, in particolare riguardo al ventennio fascista. Le critiche mosse nei suoi confronti sostengono che le sue ricostruzioni tendano talvolta a minimizzare o attenuare il peso delle responsabilità del regime e di alcuni dei suoi esponenti, privilegiando aspetti biografici, culturali o istituzionali rispetto alle violenze e alla repressione che hanno caratterizzato la sua azione politica.

Guerri ha aperto il suo intervento soffermandosi sul concetto di revisionismo storico, un termine che, a suo avviso, viene spesso utilizzato con un’accezione negativa. Secondo lui, il revisionismo è uno strumento essenziale per il progresso della conoscenza, “sembra una cosa negativa, ma è fondamentale per migliorare in ogni settore, dalla medicina all’architettura”, ha affermato, sostenendo che anche la storia debba essere continuamente rielaborata alla luce di nuove fonti e interpretazioni.

Entrando nel merito della figura di Balbo, Guerri ha pronunciato una delle frasi che hanno catturato maggiormente l’attenzione del pubblico: “se Balbo fosse deceduto a vent’anni, oggi avrebbe una via a lui intitolata anziché avere una manifestazione contro qui fuori”, riferendosi alla diversa percezione che si avrebbe del giovane volontario della Prima guerra mondiale rispetto al successivo gerarca fascista.

Trattando successivamente il rapporto tra memoria e ricerca storica, Guerri ha ammesso di comprendere “che a Ferrara Balbo abbia lasciato anche dei ricordi, a dir poco molto sgradevoli”, poiché guidò le lotte contro la sinistra, ma ha sottolineato che la storia non vive dei ricordi delle persone, ma di fatti, e che è necessario studiarla e analizzarla, separando il bene dal male per fornire un quadro complessivo degli eventi e delle persone. Durante la conferenza, ha chiarito di non voler proporre una riabilitazione di Balbo, riconoscendo le sue responsabilità, che ha definito indubitabili, nella nascita del fascismo in Italia e nel consolidamento del regime.

Tuttavia, l’impostazione del suo intervento è sembrata concentrarsi principalmente sugli aspetti considerati più significativi della personalità e dell’azione del gerarca ferrarese. Attraverso un percorso tra episodi e vicende storiche, il racconto ha messo in evidenza il carattere di Balbo, le sue imprese aviatorie e il contributo fornito allo sviluppo dell’aeronautica civile e militare italiana, mentre le pagine più oscure della sua lunga carriera politica e militare nel fascismo, comprese le violenze che segnarono la sua attività di capo dello squadrismo, durata per una parte significativa della sua vita, hanno trovato uno spazio molto più limitato nella ricostruzione proposta.

Pur affermando che “nessuno qui vuole parlare bene dello squadrismo”, tali episodi sono stati richiamati brevemente e in parte ricondotti al “clima politico pre-rivoluzionario del Biennio Rosso”, nel quale, secondo Guerri, la violenza era un elemento diffuso dello scontro politico, poiché “si comprendeva all’epoca l’uso della violenza da parte dei fascisti, perché c’era una violenza uguale e contraria dall’altra parte”.

Durante la serata, il racconto è stato intervallato anche da momenti musicali che hanno contribuito a scandire la narrazione. Al pianoforte, il maestro Sergio Colicchio ha accompagnato la serata, mentre il soprano Maria Rita Combattelli ha interpretato La Canzone del Piave, inserendosi nella parte dedicata agli anni della Prima guerra mondiale e alla formazione del giovane Balbo.

Un ampio spazio dell’intervento è stato dedicato anche agli anni in cui ricoprì l’incarico di governatore della Libia, dal 1934 fino alla sua morte nel 1940. Anche in questo caso, la narrazione di Guerri è apparsa orientata a valorizzare soprattutto i risultati amministrativi e le capacità organizzative di Balbo, lasciando in secondo piano le conseguenze che quelle politiche ebbero sulla popolazione libica e il più ampio contesto del colonialismo fascista.

Nel ripercorrere quel periodo, ha insistito soprattutto sulle grandi opere infrastrutturali promosse durante la sua amministrazione, dalla realizzazione della strada costiera ai progetti di modernizzazione del territorio, soffermandosi inoltre sugli investimenti in campo agricolo e sulle campagne di immigrazione italiana che, secondo le intenzioni del regime, avrebbero dovuto trasformare la colonia in una nuova terra di insediamento per migliaia di famiglie provenienti dalla penisola.

É rimasto invece sullo sfondo il contesto repressivo che caratterizzò il dominio coloniale italiano, come gli espropri di terreni appartenenti alle comunità libiche per destinarli ai coloni italiani, i trasferimenti forzati di parte della popolazione verso aree meno fertili per favorire gli insediamenti agricoli, lo sfruttamento della popolazione indigena come manodopera a basso costo, il mantenimento di una netta segregazione politica e giuridica tra cittadini italiani e sudditi libici, e la repressione delle forme di opposizione al dominio coloniale che, secondo la ricostruzione di Guerri, venne eseguita da Balbo colpendo solo i capi dell’opposizione e non la popolazione nativa.

La narrazione si è conclusa infine con la ricostruzione della morte del gerarca e aviatore ferrarese, abbattuto nei cieli di Tobruk nel 1940 e con una testimonianza diretta di Giovanni Martines Augusti, nipote del generale di cavalleria Gino Augusti, che fu amico di Balbo.

Al termine dell’intervento, il pubblico della Sala Estense ha dedicato un lungo applauso al racconto di Giordano Bruno Guerri, che, tornando sulle polemiche che avevano preceduto l’evento, alzandosi in piedi si è rivolto direttamente al pubblico dichiarando che “non si può mettere il bavaglio alla cultura” e che “la vera manifestazione antidemocratica è quella avvenuta fuori”, in riferimento al grande presidio antifascista organizzato in concomitanza a pochi passi da piazzetta municipale.

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