Dazi, Bettini: “È un festival dell’incertezza. Le aziende hanno resistito, ma l’Europa deve reagire”
Silvano Simone Bettini, presidente Federmeccanica e patron della Rosss che dalla Toscana vende nel mondo scaffalature professionali in metallo
MILANO – “Qual è la novità? È da un anno che Trump cambia idea da un giorno all’altro: con lui viviamo in un clima di incertezza continua”. Queste le parole di Silvano Simone Bettini, presidente Federmeccanica. Ci troviamo a discutere mentre il presidente statunitense annuncia un nuovo cambiamento di strategia: il dazio globale, inizialmente fissato al 10%, in risposta alla decisione della Corte Suprema, aumenta al 15%. Non sorprende chi è a capo di una filiera strettamente connessa agli Stati Uniti: dei quasi 70 miliardi di made in Italy esportati negli Usa nel 2025, 12,4 miliardi riguardavano “macchinari e apparecchi”. Se si includono anche i mezzi di trasporto, si arriva a quasi 22 miliardi.
Come affrontate questo nuovo sviluppo?
“Per anni i nostri imprenditori hanno dovuto confrontarsi con l’instabilità politica e frequenti cambi di governo, gestendo le fluttuazioni del cambio e recandosi quotidianamente in azienda per innovare. In questa fase hanno saputo trarre insegnamento da quelle esperienze. Inoltre, abbiamo marchi di qualità che ci tutelano”.
Ma ci sono anche molte Pmi…
“Le nostre medie imprese risentono dei ‘dazi di ritorno’. Chi di noi collabora con un grande gruppo tedesco che opera negli Usa, subisce le conseguenze dei cali di volume”.
In estate affermò che anche un 1% di dazio sarebbe stato un disastro. Gli ultimi dati sull’export non sono stati così negativi…
“È vero, la reazione della filiera è stata inaspettata. In un periodo così critico ha dimostrato di avere le risorse necessarie. Abbiamo aziende che stanno riportando la produzione in patria, e anche chi cerca di acquistare direttamente negli Stati Uniti. E soprattutto c’è una forte volontà di esplorare nuovi mercati”.
Chi sta sostenendo i costi doganali?
“In alcune filiere, come quella del vino, è stato possibile distribuire i costi tra importatori, distributori e consumatori. Per noi, invece, non è fattibile e i margini non permettono di sostenere sconti eccessivi. Fino ad ora, il 15%, rispetto ad altri Paesi come la Cina, non ci ha penalizzato e le prospettive sugli ordini per il 2026 rimangono positive”.
Chi fermerà Trump?
“Gli americani, che stanno subendo le conseguenze delle sue politiche. Sono convinto che iniziano a rendersi conto della situazione, anche perché il tanto promesso rimpatrio delle produzioni – insieme all’espulsione dei lavoratori stranieri – non sta funzionando”.
Cosa si aspetta dall’Europa?
“Una reazione: con Trump deve essere ferma ma pragmatica. E rivedere le normative interne: penso al Cbam (la “tassa sul carbonio” che gli importatori Ue devono pagare sui beni ad alta intensità di emissioni, ndr). È un dazio autoimposto che rischia di soffocare intere filiere, come la nostra”.
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