Migranti, la Corte d’Appello di Roma esprime riserve sulla validità del protocollo Italia-Albania.

Migranti, la Corte d'Appello di Roma esprime riserve sulla validità del protocollo Italia-Albania. 1

Giorgia Meloni e il primo ministro Edi Rama al meeting di Villa Pamphilj dello scorso novembre ()

Oggi in Parlamento Giorgia Meloni ha nuovamente sottolineato come il progetto pilota del centro italiano in Albania abbia ricevuto l’approvazione da parte dell’Europa e, per l’ennesima volta, la premier ha criticato i giudici che hanno firmato i numerosi provvedimenti che hanno liberato migranti in attesa di rimpatrio trasferiti dai Cpr italiani a Gjader.

Tuttavia, dalla Corte d’appello di è giunta una nuova battuta d’arresto. Questa volta, si mette in discussione la validità dell’intero protocollo Italia-Albania, modificato dal governo per essere utilizzato come l’undicesimo centro per i rimpatri italiani.

In tre ordinanze emesse nelle ultime settimane riguardanti la convalida del trattenimento di tre cittadini marocchini, per i quali era già stato emesso un decreto di espulsione, i giudici romani affermano che “la richiesta di convalida del trattenimento non avrebbe potuto essere accolta, poiché questa Corte d’Appello nutre dubbi sulla legittimità della normativa del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si richiede l’applicazione”.

La corte d’appello di Roma ricorda che si attende il nuovo pronunciamento della Corte di giustizia europea (atteso per il 23 marzo, in concomitanza con il referendum), a cui la Corte d’appello di Roma si è rivolta lo scorso novembre con un rinvio pregiudiziale, nel quale si chiede sostanzialmente se sia legittimo – come stabilito dal governo – utilizzare il centro di Gjader come se fosse un Cpr sul suolo italiano e non più come centro di trattenimento per richiedenti asilo in attesa delle procedure accelerate di frontiera, essendo provenienti da Paesi considerati sicuri.

Nei provvedimenti di circa dieci pagine, i giudici della Corte d’appello affermano che “permangono ancora oggi i dubbi già sollevati riguardo alla compatibilità con l’art. 9 della direttiva europea, che stabilisce che il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda”.

Questo rappresenta il punto cruciale di numerosi provvedimenti che hanno portato alla liberazione di immigrati in attesa di rimpatrio, molti dei quali con precedenti per reati gravi, già trattenuti in Cpr italiane e trasferiti dal governo in Albania. Situazioni, come quelle di questi ultimi tre marocchini, che il governo ha recentemente utilizzato durante la campagna referendaria per il sì, come prova dell’ ideologica di alcuni magistrati alle politiche governative. Tuttavia, si omette di menzionare che – se questi migranti in attesa di espulsione – fossero rimasti nei Cpr italiani, non sarebbero stati liberati e il governo avrebbe potuto facilmente procedere al loro rimpatrio.

Trasferiti a Gjader, invece, i migranti hanno presentato nuovamente richiesta d’asilo e, secondo la norma ribadita oggi dai giudici, in attesa della loro domanda (che il governo considera strumentale) hanno diritto a rimanere sul territorio europeo. E l’Albania, chiaramente, non rientra in questa categoria.

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