Negati i finanziamenti pubblici al documentario su Regeni: annullata quella decisione infelice.
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Il documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo, Nastro d’argento della legalità, non merita quindi neppure uno dei 14 milioni di euro di “contributi selettivi” assegnati dai quindici membri della commissione del ministero della Cultura alle opere cinematografiche e documentaristiche che si sono distinte per “interesse artistico e culturale” e “identità nazionale italiana”. Dobbiamo quindi concludere che alla narrazione della vicenda di questo giovane ricercatore italiano, sequestrato, torturato, ucciso e oltraggiato dagli apparati di sicurezza del regime militare egiziano manchino sia l’uno (“l’interesse artistico e culturale”), sia l’altro (“l’identità nazionale italiana”).
È necessario, insomma, riconoscere che ci eravamo illusi nel ritenere che l’ottusità ideologica con cui la destra al governo ha gestito in questi anni il tema del supporto all’industria culturale cinematografica del nostro Paese avesse già raggiunto il suo apice. Si poteva e si è potuto fare di più. Si è considerato, evidentemente, che la storia di Giulio Regeni e la lotta per la giustizia e la verità riguardo alle responsabilità della sua morte, la loro rappresentazione, non siano un patrimonio e una memoria condivisa da tutto il Paese, ma solo da una sua parte. Non un atto di sovranità politica e di testimonianza civile. Ma, evidentemente, un capitolo di una narrazione di sinistra da cui purificare l’arte cinematografica e documentaristica nazionale.
È un affronto alla memoria di Giulio Regeni, all’Italia di cui è stato cittadino, alle 76 università che proietteranno quel documentario nelle loro aule magne. Che qualcuno tra i sovranisti del nostro Paese trovi un minimo di decenza per scusarsi di fronte “alla nazione” e annullare la scelta infelice di quella commissione.
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