Referendum, il vicepresidente della Cei Savino si ritira dal congresso di Md: il dibattito deve essere più sobrio.
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Una sedia lasciata vuota. Posizionata deliberatamente sul palco di Magistratura democratica. A rappresentare l’assenza di un vicepresidente della Cei, Francesco Savino, che sostiene “l’indipendenza della magistratura e i valori costituzionali”, ma a cui è stato infine consigliato di non accettare più l’invito a intervenire, che aveva inizialmente accolto come segno di “ascolto e condivisione”.
Una decisione difficile, Savino – già in passato autore di incisive riflessioni contro l’autonomia differenziata (“Per come è stata concepita e strutturata è un peso insostenibile per il Paese e per le generazioni future”), ora si adegua, ma non rimane in silenzio. E chiarisce in una lettera chiara e serena. “Ho scelto di rinunciare alla mia presenza, con l’amarezza di chi osserva la sostanza soffocata dal rumore, ma anche con il dovere di proteggere le istituzioni…”.
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Così il convegno di Md (la corrente di sinistra delle toghe) che avvia ufficialmente oggi al Pigneto il suo congresso – dopo la lunga maratona di ieri per il no, durata fino a notte inoltrata con Maurizio de Giovanni, don Luigi Ciotti, Rosi Bindi, Giovanni Bachelet – mette in evidenza subito un nervo scoperto all’interno della Chiesa, non solo in rispetto alle regole e allo stile stabiliti dalla Conferenza episcopale italiana.
“La mia annunciata partecipazione a un’iniziativa organizzata da Magistratura democratica ha generato letture e interpretazioni polarizzate, rischiando di deviare l’attenzione dai contenuti a dinamiche di contrapposizione. Per questo, con l’amarezza di chi osserva la sostanza soffocata dal rumore e con il dovere di proteggere le istituzioni, ho deciso di rinunciare alla mia presenza, sperando che tale scelta contribuisca a riportare il confronto su un piano più sobrio e costruttivo, rispettoso e realmente orientato al bene comune”.
Ma il tema del congresso, “Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro”, sottolinea Savino, merita ogni attenzione: “La Costituzione è l’infrastruttura istituzionale della coesione sociale: non un marcatore di parte, ma una casa comune che precede le maggioranze e non umilia le minoranze; una “legge superiore” perché ricorda a tutti – soprattutto a chi esercita potere – che esistono limiti invalicabili: la dignità della persona, i diritti inviolabili, le garanzie”.
Dunque, chiarisce il vescovo di Cassano sullo Jonio, mai avrebbe partecipato per fornire “un’indicazione di voto sul referendum. Non spetta a un vescovo suggerire un’opzione elettorale: sarebbe inappropriato sul piano istituzionale e riduttivo su quello spirituale. Ciò che compete, invece, è richiamare alcuni criteri di responsabilità civica che, in questo periodo, appaiono più necessari che mai”.
Il primo tra tutti: “custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. E quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi, la libertà diventa fragile; e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, i meno protetti, coloro che dispongono di minori risorse culturali o relazionali per difendersi”.
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