Che cos’è la Sezione 230 e perché non ha sostenuto Google e Meta nelle cause legali che hanno perso
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Una giuria di un tribunale di primo grado a Los Angeles ha dichiarato Meta e Google responsabili di negligenza nella creazione delle piattaforme, progettate per generare dipendenza e amplificare la diffusione di contenuti dannosi.
Si tratta di una sentenza significativa per vari motivi, a partire dal fatto che quella emessa il 25 marzo rappresenta un caso pilota e il suo esito influenzerà le circa duemila cause civili intentate da diversi soggetti contro i colossi dei social media.
In aggiunta, non sono stati messi sotto accusa i contenuti ma il design delle piattaforme social. Un cambiamento di prospettiva radicale che sposta l’attenzione dai contenuti agli algoritmi.
Il caso specifico coinvolge una giovane di vent’anni, identificata con le iniziali K.G.M, che nel corso del tempo ha sviluppato ansia e depressione aggravate dall’uso dei social media.
La ragazza ha citato in giudizio Meta (Facebook e Instagram), Google (YouTube), TikTok e Snap (Snapchat). Mentre le ultime due aziende hanno raggiunto un accordo con la giovane, Meta e Google hanno optato per la via legale e sono state condannate a versare 3 milioni di dollari. Meta dovrà coprire il 70% dell’importo, mentre Google il 30%. Entrambe le aziende dovranno risarcire anche i danni punitivi, il cui ammontare sarà determinato successivamente.
Durante il processo, sia Meta che Google hanno invocato la Sezione 230 (Section 230) della legge federale statunitense Communications Decency Act, firmata nel 1996 dall’allora presidente Bill Clinton, che regola le responsabilità delle piattaforme online. A differenza di quanto avvenuto in precedenza, in questa circostanza, la Sezione 230 non ha fornito protezione alle due aziende.
Cosa dice la Sezione 230
La Sezione 230 stabilisce che le piattaforme online (social network, blog, forum, eccetera) non sono ritenute responsabili per i contenuti pubblicati dagli utenti. Possono moderare tali contenuti senza essere considerate come editori tradizionali.
In sintesi, è la base giuridica che ha favorito la crescita delle piattaforme come le conosciamo oggi, riconoscendo loro il ruolo di intermediari e non di editori.
Nel caso di K.G.M e in un altro procedimento discusso nel New Mexico, che si è concluso con una multa di 375 milioni di dollari a carico di Meta, la Sezione 230 si è rivelata inapplicabile e ha aperto la strada a un cambiamento significativo nel modo di giudicare i social network.
In quest’ultimo caso, che riguarda la diffusione di contenuti sessualmente espliciti rivolti a minorenni, la Corte ha rigettato l’applicazione della Sezione 230 e ha respinto anche la difesa di Meta che si è appellata alle libertà garantite dal Primo emendamento.
Come è stata bypassata la Sezione 230
Gli avvocati dell’accusa non hanno contestato i contenuti ma il design delle reti sociali e, quindi, il modo in cui gli algoritmi presentano tali contenuti, per quanto tempo li mostrano e come influenzano il tempo di permanenza degli utenti, oltre a criticare lo scroll infinito, le notifiche e le modalità autoplay che avviano automaticamente la riproduzione di contenuti audio e video.
Sia in California che nel New Mexico, i tribunali hanno cominciato a non considerare scontata la Sezione 230 (e gli emendamenti), soprattutto quando si tratta di responsabilità dirette dei produttori.
Un cambiamento significativo che rompe un equilibrio consolidato nel tempo. Le piattaforme, storicamente viste come intermediari (e quindi protette dalla Sezione 230), diventano ora potenzialmente responsabili per la progettazione dei loro prodotti.
I tribunali stanno evidenziando l’importanza del design delle piattaforme, degli algoritmi di raccomandazione e della sicurezza degli utenti, in particolare dei minorenni.
Almeno in primo grado, la Sezione 230 non ha retto perché – allo stato attuale – fa parte della giurisprudenza che protegge le piattaforme dai contenuti di terzi, ma non è chiaro se sia sufficiente a proteggere gli algoritmi che li raccomandano. Da qui le strategie delle accuse che si concentrano non sui contenuti ma sulla pericolosità del design delle piattaforme stesse.
Se i tribunali di secondo grado dovessero confermare sia la sentenza californiana sia quella del New Mexico, potrebbero arrivare ulteriori querele contro tutte le piattaforme sociali, ma, ancor prima, potrebbero essere costrette a rivedere i fondamenti su cui si basano, riformulando anche le avvertenze rivolte agli utenti, che dovranno essere informati in modo più diretto e comprensibile riguardo ai danni che le piattaforme possono causare.
Il futuro della Sezione 230
Negli Stati Uniti, a 30 anni dalla sua introduzione, la Sezione 230 è al centro di numerosi dibattiti. Il Congresso intende riconsiderarne il ruolo e i limiti. Proposte bipartisan mirano a restringere le immunità che la Sezione 230 concede, ad aggiornare l’intera legge tenendo conto di algoritmi e intelligenze artificiali che, nel 1996, non rappresentavano un problema e persino a abrogarla entro i prossimi due anni se necessario, costringendo così il legislatore a trovare un nuovo equilibrio normativo.
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