Gianna Martinengo, precursore dell’intelligenza artificiale in Italia: “La comunicazione supera l’algoritmo”
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«L’intelligenza artificiale rappresenta una scienza. E l’interazione tra le persone rimane più efficace di qualsiasi algoritmo». Gianna Martinengo si trova nella sua abitazione a Milano, dove è impegnata in uno dei numerosi progetti di innovazione tecnologica e sociale che continua a seguire. Considerata una pioniera dell’intelligenza artificiale in Italia, imprenditrice da oltre quarant’anni, ha guidato centinaia di iniziative («più di mille») e ha sostenuto molteplici iniziative per incrementare la presenza femminile nel settore tecnologico. Tuttavia, la sua formazione non è di tipo tecnico. Martinengo è un’umanista. La sua avventura inizia all’inizio degli anni Ottanta, in un ambito completamente differente.
Insegna lingue in una scuola innovativa di Quarto Oggiaro, alla periferia di Milano, e partecipa a corsi di formazione all’Università Cattolica su Psicologia Cognitiva e Disturbi dell’Apprendimento. Poi una frase modifica il suo percorso. «La vita può essere cambiata». A pronunciarla è uno scienziato conosciuto anni prima a Stanford, Mario Zanotti, allievo del probabilista Bruno de Finetti. Martinengo ha due figli piccoli e sta vivendo uno dei periodi più complessi della sua esistenza: il padre muore giovane, inaspettatamente, e il suo matrimonio è in crisi. Quella frase diventa un impulso per tentare di cambiare. Partecipa a un bando internazionale, lo vince e si trasferisce negli Stati Uniti con i suoi due bambini.
Nel 1982 si unisce all’Institute for Mathematical Studies in the Social Sciences dell’Università di Stanford, uno dei centri in cui si stanno esplorando le frontiere più avanzate dell’informatica. «Non avevo mai utilizzato un computer e mi hanno assegnato il compito di fare debugging». Qui collabora con studiosi come Mario Zanotti, l’uomo che ha contribuito a trasformare la pedagogia in scienza computazionale, e Patrick Suppes, logico e matematico tra i pionieri nell’applicazione dei computer ai processi di apprendimento. «Ho avuto l’opportunità di partecipare a uno dei primi progetti di e-learning al mondo. Ho compreso come organizzare i contenuti in base ad algoritmi di intelligenza artificiale predittiva che miglioravano costantemente il livello di apprendimento dei bambini».
Ritornata in Italia, Martinengo cerca di mettere a disposizione delle università e delle istituzioni le nuove tecnologie per l’apprendimento apprese a Stanford. Tuttavia, il paese non è pronto. «Sono andata a discutere con un professore di Scienze dell’Informazione a Milano. La sua risposta è stata: ma questa cosa cos’è? Istruzione programmata? Al Comune di Milano, dopo aver spiegato per ore il funzionamento del sistema, un’assessora mi ha posto una sola domanda: «Chi c’è dietro di lei?». Martinengo non si lascia scoraggiare, si definisce “una donna del fare” e decide di proseguire. «Ho applicato lo stesso algoritmo ideato da Mario Zanotti ai contenuti di italiano di base».
L’incontro determinante avviene con l’allora presidente dell’Associazione Italiana per il Calcolo Automatico (AICA), l’ingegner Giorgio Sacerdoti, che riconosce il valore di quel lavoro e le apre le porte della Fondazione Don Gnocchi per sperimentarlo. «Con il supporto del Politecnico di Milano è stata realizzata una tastiera con quattro tasti molto grandi; sopra, sotto, destra e sinistra, i principi fondamentali della lettura e della scrittura. I bambini, molti dei quali con gravi disabilità motorie, riuscivano a interagire con il computer utilizzando bastoncini o puntatori. Alla fine del percorso, il sistema stampava anche il loro lavoro. Per molti è stata la prima volta che tornano a casa con una pagina scritta, a modo loro. A Stanford avevo appreso una lezione fondamentale: basta cambiare il canale di comunicazione per intercettare competenze che altrimenti rimarrebbero invisibili».
Da quell’esperienza nasce anche la sua prima impresa. Insieme al fisico Stefano Alessandro Cerri, uno dei pionieri europei dell’intelligenza artificiale, fonda nel 1985 DidaLab, il primo laboratorio di ricerca applicata interamente dedicato all’IA. «Avevamo riunito scienziati da tutto il mondo e 11 dei nostri 12 progetti sono stati finanziati dall’Unione Europea. In seguito abbiamo sostenuto un progetto pubblico italiano, teoricamente molto ambizioso, Atlantis, la città dell’innovazione a Cagliari. Tuttavia, le cose non sono andate come speravamo ed è stata una brutta parentesi».
Oggi la sua azienda si è trasformata in DKTS – Digital Knowledge Technology Services, una società che sviluppa soluzioni di intelligenza artificiale e piattaforme digitali per la formazione nelle aziende.
Fin dall’inizio della sua carriera, Martinengo sviluppa la convinzione che guiderà tutta la sua traiettoria: «L’interazione è più potente dell’algoritmo. La tecnologia da sola non è sufficiente. Per funzionare deve interagire con altre discipline, linguistica, psicologia cognitiva, filosofia del linguaggio, neuroscienze, e soprattutto con le persone». E mentre l’intelligenza artificiale è diventata un argomento centrale nel dibattito pubblico, lei evidenzia qual è il rischio. «È continuare a considerare l’AI solo come uno strumento. L’aspetto che mi ha sempre guidato è stata la certezza che si trattasse di una disciplina scientifica. L’intelligenza artificiale nasce dall’incontro tra computer science (hardware, software, logica, algoritmi, reti), i componenti dei sistemi informatici e le scienze cognitive (percezione, ragionamento, pianificazione, azione, collaborazione, competizione, comunicazione), tutte funzioni collegate con linguistica, psicologia, filosofia del linguaggio, antropologia, sociologia, neuroscienze».
Martinengo ha portato questa visione anche nel dibattito europeo sull’intelligenza artificiale. Ha partecipato attivamente alla stesura dell’AI Act come membro dell’International Advisory Board dello STOA (Scientific and Technological Options Assessment), l’organismo del Parlamento europeo che analizza l’impatto delle nuove tecnologie prima che diventino oggetto di regolazione. Ed è promotrice di un nuovo provvedimento. «Ho proposto un’idea semplice ma di cui vado orgogliosa: applicare all’intelligenza artificiale un modello simile a quello dei farmaci. Prima si sperimenta, poi si mette sul mercato. Il principio è quello delle sandbox, ambienti controllati in cui le tecnologie possono essere testate prima di essere diffuse su larga scala, come avviene nei trials clinici dei farmaci. Un approccio che consentirebbe di identificare prima i rischi e ridurre gli effetti imprevisti dei sistemi intelligenti».
Molte cose ancora ci sfuggono riguardo all’intelligenza artificiale. «Ho compreso cosa sia l’intelligenza artificiale praticandola. Non credo esista un solo corso per afferrarla, anche se ce ne sono alcuni molto validi. Consiglio spesso quello sviluppato dall’Università di Helsinki, che trovo aggiornato e che suggerisco a scuole e imprenditrici. Ma un conto è sapere cosa sia, un conto è saperla costruire o anche semplicemente utilizzarla. Pensare che basti acquistare un sistema per comprendere l’intelligenza artificiale è come credere che comprando un telescopio si diventi astronomi…».
Nel 1999 Martinengo ha fondato Women&Tech ETS, associazione dedicata alla valorizzazione del talento femminile nelle discipline STEM, a cui dedica moltissimo tempo. «Meno ragazze si iscrivono alle facoltà scientifiche. Dobbiamo continuare a incoraggiare le giovani donne a frequentare le materie STEAM, dove questa famosa A non sta per Arte, ma per Arts and Humanities, scienze sociali e scienze umane. Credo nella multidisciplinarietà». Martinengo promuove anche un premio internazionale Le Tecnovisionarie, dedicato alle scienziate under 40, protagoniste delle nuove tecnologie.
Che cosa la motiva? «Una lezione che ho appreso da mio padre: la solidarietà. Ho bisogno di vivere in un mondo in cui chi è meno fortunato possa comunque avere opportunità, anche se attraverso strade diverse. Mi spinge la voglia di mettere a disposizione ciò che so e di riconoscere il talento».
Due figli laureati in giurisprudenza. «Mi hanno supportato moltissimo. Sono passati da una mamma che insegnava e preparava loro le torte a una mamma un po’ più all’americana che dice: apri il frigo e serviti».
Che cosa ha appreso nella sua vita che può essere utile a tutti noi?«Che bisogna aprirsi agli altri, dialogare, prendersi cura di chi ci circonda. A volte scopriremo che non ne valeva la pena, ma anche le esperienze negative insegnano qualcosa. La vita professionale non è fatta di scale, ma di costellazioni: ogni incontro ti arricchisce. E se impari ad ascoltare, acquisisci moltissimo. Oggi stiamo vivendo un periodo di grande complessità. Le tecnologie evolvono a una velocità incredibile, dietro una rivoluzione ne arriva subito un’altra. Le big tech sono diventate attori sociopolitici e questo genera incertezza. Ma possiamo affrontare questa complessità con intelligenza, umana, emotiva e anche artificiale. A condizione di considerare quest’ultima come una disciplina scientifica».
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