Il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti richiede a Meta e Google l’identità degli oppositori all’ICE.

Il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti richiede a Meta e Google l'identità degli oppositori all'ICE. 1

Minneapolis, manifestazione di protesta contro l’ICE, il 25 gennaio 2026. Getty 

Negli Stati Uniti si è accesa una nuova polemica che coinvolge direttamente libertà di espressione, sorveglianza governativa e potere delle piattaforme digitali: il Dipartimento della Sicurezza Interna (Department of Homeland Security, DHS), l’agenzia federale responsabile, tra l’altro, della controversa Immigration and Customs Enforcement (ICE), nota per atti di violenza e abusi in tutto il paese, ha inviato centinaia di mandati amministrativi alle principali aziende tecnologiche come Google, Meta, Reddit e Discord. Qual è il fine? Richiedere dati identificativi di utenti social che hanno espresso critiche, criticano o monitorano l’operato dell’ICE. Questa situazione aggiunge un inquietante elemento al già complesso scenario di preoccupazioni tra la popolazione, attivisti per i diritti civili e osservatori digitali riguardo alle possibili conseguenze sui diritti costituzionali e sulla privacy.

Quali richieste ha inoltrato il DHS

Le richieste in questione non sono mandati giudiziari tradizionali: si tratta di subpoena amministrativi, strumenti legali che il DHS può emettere senza la necessità di un’autorizzazione giudiziaria per ottenere informazioni da aziende private. Negli ultimi mesi, come riportato dal New York Times, l’agenzia ha utilizzato questa facoltà per inviare a Google, Meta (che gestisce Facebook, Instagram e altri servizi), Reddit e Discord centinaia di documenti ufficiali richiedenti nomi, indirizzi email, numeri di telefono e altre informazioni collegate a profili che “monitorano o criticano” l’ICE o condividono aggiornamenti sulle operazioni dell’agenzia.

È utile chiarire cosa siano i subpoena amministrativi nel contesto legale statunitense. Si tratta di richieste formali di informazioni o documenti, ovvero citazioni amministrative, emesse direttamente da un’agenzia federale nell’ambito delle proprie funzioni investigative. A differenza dei mandati giudiziari, come già accennato, non necessitano dell’autorizzazione preventiva di un giudice, ma possono obbligare individui o aziende a fornire dati, registri o testimonianze pertinenti a un’indagine. Sono previsti da leggi specifiche che conferiscono tali poteri alle agenzie in materia di sicurezza , immigrazione o concorrenza. Il destinatario ha la possibilità di contestarli in tribunale, ma in assenza di una valida deve ottemperare alla richiesta.

Ritornando alla questione attuale, le piattaforme non sono legalmente obbligate a fornire questi dati. Tuttavia, fonti governative e interne alle aziende citate dal quotidiano statunitense affermano che alcune richieste siano già state soddisfatte, con la consegna di informazioni identificative. In altri casi, gruppi come Reddit e Discord avrebbero informato gli utenti coinvolti della richiesta, concedendo loro un periodo (di solito 10–14 giorni) per opporsi al mandato in tribunale prima di procedere. Così, la responsabilità ricade su di loro. Google ha dichiarato che, quando riceve una richiesta, il suo processo di revisione è progettato per “proteggere la privacy degli utenti mentre si adempie agli obblighi legali” e che i dati vengono condivisi solo quando è giuridicamente richiesto o non è possibile avvisare gli utenti in anticipo. Questo significa un po’ tutto e niente.

Perché queste richieste suscitano polemiche

Le critiche alle azioni del DHS provengono principalmente da esperti di diritti civili e organizzazioni per le libertà individuali. Secondo Steve Loney, avvocato senior della American Civil Liberties Union (ACLU), l’uso massiccio di subpoena amministrativi rappresenta “un livello completamente diverso di frequenza e mancanza di responsabilità” da parte dell’agenzia, estendendo strumenti precedentemente utilizzati principalmente in indagini su crimini gravi a un contesto di sostanziale monitoraggio dell’opinione politica e dell’attivismo online. Ma anche della più basilare libertà di espressione. Questa mossa si collega bene a quanto avverrà a breve per i viaggiatori stranieri provenienti dai paesi coperti dall’Esta, l’autorizzazione elettronica che esonera da un visto tradizionale, tra cui l’Italia: presto sarà obbligatorio segnalare i propri profili social.

Questo approccio desta preoccupazione poiché potrebbe compromettere ciò che da decenni è considerato un pilastro della democrazia negli Stati Uniti: il diritto all’espressione anonima online. Molti degli account presi di mira non avevano infatti un nome reale associato e spesso diffondevano informazioni o analisi critiche sulle operazioni dell’ICE, specialmente in seguito a eventi gravi come quelli avvenuti nelle ultime settimane a Minneapolis. Oppure si tratta di profili creati da gruppi di vigilanza comunitaria o da singoli cittadini per pubblicare avvisi in tempo reale – spesso definiti “ICE alerts” – per informare le comunità immigrate locali sulla presenza di agenti federali nei quartieri, nelle stazioni della metropolitana o nei luoghi di lavoro.

Secondo l’ACLU e altri sostenitori dei diritti digitali, la possibilità che una persona venga identificata da richieste governative semplicemente per aver criticato o documentato le attività di un’agenzia federale potrebbe naturalmente innescare un effetto deterrente sulla libertà di espressione. “Il dipartimento è impegnato a far rispettare le leggi della nostra nazione e a garantire la sicurezza del nostro personale” – ha invece dichiarato il DHS in una nota – non commenteremo su specifiche indagini in corso”.

Il ruolo delle piattaforme digitali

Le Big Tech, che spesso si trovano a collaborare con l’amministrazione , si trovano così nel mezzo di un conflitto di : da un lato, sono tenute a rispettare richieste legali legittime. Dall’altro, sono sotto pressione per difendere i diritti alla privacy e all’anonimato dei loro utenti, un aspetto su cui fanno leva nella loro comunicazione e nel loro modello di business. Google ha pubblicamente affermato di esaminare ogni richiesta e di opporsi a quelle che considera eccessive o troppo generiche, informando gli utenti quando possibile. Meta, Reddit e Discord hanno invece adottato approcci meno trasparenti nelle dichiarazioni pubbliche, con alcune che hanno preferito non commentare dettagli specifici sulle risposte ai mandati. Insomma, almeno pubblicamente non si espongono.

La situazione è inquietante perché si inserisce in un contesto più ampio in cui gli strumenti di sorveglianza – da software di riconoscimento facciale utilizzati in strade e luoghi pubblici e privati a database di identificazione – sono già al centro di accesi dibattiti. In passato, pagine e progetti digitali come ICE List – un database che raccoglieva informazioni su presunti agenti dell’ICE – sono stati oggetto di blocchi e rimozioni su piattaforme come Facebook e Instagram, suscitando ulteriori polemiche sul confine tra informazione pubblica, sicurezza e censura.

I rischi per il Primo Emendamento e il dibattito pubblico

Al centro della controversia c’è un tema cruciale: fino a che punto lo Stato può intervenire per identificare chi critica le sue politiche? Attivisti e difensori dei diritti costituzionali temono che l’uso estensivo di subpoena amministrativi possa segnare una nuova frontiera di sorveglianza, in cui la distinzione tra indagine su reati effettivi e continua repressione del dissenso politico diventa sfumata. La possibilità di rivelare l’identità di chi esercita una forma di attivismo digitale – anche se anonimo – rischia di indebolire protezioni storiche come il diritto all’espressione anonima garantito dal Primo Emendamento della Costituzione statunitense. “Il governo si sta prendendo più libertà di quanto facesse in passato – ha dichiarato Steve Loney, avvocato senior con funzioni di supervisione all’American Civil Liberties Union della Pennsylvania, al NYTimes – è un livello completamente diverso per frequenza e mancanza di responsabilità”.

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