Il Fintech italiano cresce, la “banca in app” non ancora
Esiste un periodo dell’anno in cui la digitalizzazione smette di essere una mera promessa e si traduce in una voce di bilancio: investimenti, progetti, decisioni operative. Dati tangibili, da confrontare con le aspettative e la realtà. La Banca d’Italia lo evidenzia chiaramente nei risultati di due ricerche pubblicate nel 2025.
Da un lato, la quinta edizione dell’Indagine Fintech nel sistema finanziario italiano, che esamina come banche e intermediari non bancari stiano integrando le nuove tecnologie nei loro modelli operativi, includendo investimenti, strategie e governance, con riferimento al biennio 2023-2024.
Dall’altro, la prima Indagine Fintech sugli operatori non vigilati, aziende che offrono servizi nel settore finanziario e dei pagamenti senza essere soggette a vigilanza, amplia l’analisi sull’ecosistema nazionale, esplorando l’evoluzione delle fintech, i modelli di business, le tecnologie adottate, le strategie di crescita e il rapporto con la regolamentazione, con riferimento al 2024.
1 miliardo investito ma la banca “tutta in app” resta lontana
Cominciamo dai dati relativi alle banche: gli investimenti in tecnologie innovative effettuati da banche e intermediari non bancari nel biennio 2023-2024 ammontano a circa 1 miliardo di euro, con una stima simile anche per il biennio successivo, rappresentando un incremento dell’1,4 per cento.
Tuttavia, dall’indagine emerge anche una discrepanza tra la diffusione dei canali digitali e la completa digitalizzazione dei servizi. I canali online sono diventati la norma, ma l’operatività end-to-end online – ovvero la possibilità di aprire un conto, identificarsi, firmare, ricevere l’esito e utilizzare il prodotto senza passaggi “offline” o interventi in filiale – rimane piuttosto limitata.
Il processo di acquisizione e attivazione del cliente (dall’identificazione alla firma e all’apertura del conto o del servizio) è molto comune: nel 2024, i clienti acquisiti tramite una procedura interamente online sono stati 1,7 milioni, e i clienti digitali – definiti come coloro che hanno effettuato operazioni principalmente attraverso i canali digitali nell’arco dell’anno – raggiungono 43,6 milioni, pari al 58,2% del totale della clientela.
Tuttavia, quando si passa dai canali ai depositi e ai prestiti gestiti esclusivamente online, le proporzioni cambiano: i depositi in conti aperti digitalmente ammontano a 73,7 miliardi di euro, rappresentando solo il 5,1% del totale.
Per quanto riguarda il credito, nel 2024 sono stati stipulati circa un milione di contratti di prestito interamente online per le famiglie, per un totale di 4,3 miliardi di euro: una quota modesta, pari al 10,6% dei prestiti concessi alle famiglie nello stesso anno.
<psul fronte delle imprese, i finanziamenti online rimangono marginali: 25.000 contratti e 1,4 miliardi di euro, equivalenti all’1,2% dei prestiti concessi alle aziende nel 2024.
Questi numeri e tendenze ridimensionano, almeno in parte, l’idea della banca “tutta in app”: l’accesso è sempre più digitale, ma l’operatività completa lo è in misura molto minore.
Banche e intermediari comprano innovazione, ma scarseggiano le competenze
Il cambiamento più significativo avviene spesso attraverso collaborazioni con fornitori tecnologici. Le alleanze per l’adozione di nuove tecnologie sono diffuse, ma anche frammentate: l’indagine del 2025 conta 500 accordi con 308 partner diversi e il 37% degli intermediari riporta almeno un accordo di collaborazione. Molti partner, ma nessuno risulta nettamente predominante.
Crescono anche gli investimenti diretti nelle aziende tecnologiche: il valore nominale delle partecipazioni in aziende che offrono servizi IT arriva a 1,8 miliardi di euro, oltre il 60% in più rispetto alla rilevazione del 2023. Le strategie digitali degli intermediari si orientano verso due direttrici: adattarsi ai cambiamenti della clientela e sostituire infrastrutture IT obsolete. Pertanto, gli obiettivi principali sono migliorare l’esperienza del cliente e rendere più efficienti i processi interni.
Tuttavia, i limiti rimangono quelli di sempre: gli intermediari segnalano come principali ostacoli la difficoltà nel reperire personale qualificato e la scarsa compatibilità tra le nuove tecnologie e i sistemi informatici più datati. Non sorprende, quindi, che le competenze digitali degli intermediari si collocano su livelli medio-bassi. Solo nell’11,6% degli intermediari, il consiglio di amministrazione è composto da figure con competenze digitali di livello almeno medio-alto.
Le competenze digitali del personale su tecnologie specifiche risultano modeste. Riguardo all’Intelligenza artificiale e alle DLT (Distributed Ledger Technologies, ovvero tecnologie di registro distribuito, di cui la blockchain è la più nota), solo il 3,4% e il 4,9% degli intermediari ha personale con competenze almeno medio-alte.
GenAI quasi quintuplica: dall’11% al 53% dei nuovi progetti AI
Nell’indagine della Banca d’Italia, l’Intelligenza artificiale emerge come un trend di adozione significativo, non più solo sperimentale: è già presente, o almeno in fase di esplorazione, nel 79% dei casi in cui gli intermediari affermano di avere una strategia di trasformazione digitale.
L’impiego si concentra principalmente sui processi interni: in quasi metà delle strategie (47,5%) l’AI è utilizzata per automatizzare attività e semplificare i flussi operativi; segue la relazione con la clientela (28%), spesso attraverso chatbot per assistenza e raccomandazioni, e infine la gestione dei rischi (circa un intermediario su quattro), anche in chiave antifrode e antiriciclaggio.
La spinta più recente proviene dalla GenAI, che copre circa il 53% dei nuovi progetti AI (era l’11% nella rilevazione precedente).
Per quanto riguarda gli investimenti, i progetti che includono AI valgono 593 milioni di euro, quasi interamente attribuibili alle banche, e rappresentano sempre più spesso nuove iniziative: l’89% della spesa riguarda progettualità recenti (rispetto al 39% nella precedente indagine).
Fuori dalla vigilanza: il fintech italiano è piccolo, B2B e guarda all’estero
L’indagine della Banca d’Italia si estende anche alle aziende fintech “non vigilate”, operatori che forniscono servizi in ambito finanziario e dei pagamenti, spesso come fornitori tecnologici o piattaforme, ma che non rientrano tra gli intermediari autorizzati, non sono soggetti a vigilanza o supervisione da parte della Banca d’Italia e non risultano iscritti in albi specifici.
In questo contesto, meno visibile ma sempre più significativo, si sviluppa un fintech giovane e dinamico, composto principalmente da microimprese (oltre il 50% con meno di 10 dipendenti), in gran parte indipendenti, concentrate nel Nord Italia e orientate soprattutto al B2B.
Si distingue il ruolo dei fornitori tecnologici, che introducono nel settore finanziario soluzioni basate su Intelligenza artificiale, Big Data e Blockchain per rendere i processi più efficienti e migliorare l’esperienza della clientela. È un settore in espansione che fa ampio uso all’autofinanziamento, altamente interconnesso tramite collaborazioni con intermediari vigilati, altre fintech e aziende tecnologiche.
La vocazione internazionale è parte integrante della strategia di molte aziende: l’83% ha avviato, o prevede di avviare a breve, un percorso di internazionalizzazione. In parallelo, quasi un operatore su due è coinvolto in iniziative di Fintech for Good, cioè progetti in cui l’innovazione finanziaria mira a generare impatti sociali e ambientali positivi.
Dal punto di vista organizzativo, emerge una specializzazione elevata: oltre la metà delle aziende è classificabile come “Full Fintech”, con personale dedicato esclusivamente a queste attività. Predominano profili con competenze tecnico-scientifiche ed economiche, mentre la presenza femminile rimane limitata.
Infine, la maggior parte degli operatori considera la normativa più un’opportunità che un ostacolo, in particolare nei settori della protezione dei dati (75%), dei pagamenti (61%) e dell’antiriciclaggio (60%).