Interruzione della normativa contro la propaganda tramite intelligenza artificiale. Ascani (Pd): “Alcuni cercano di beneficiarne.”
L’Italia non avrà una normativa per disciplinare l’impiego di video alterati dall’IA durante le elezioni. La proposta avanzata dal Partito Democratico è stata bloccata venerdì dal governo. Questo intervento è avvenuto alla Camera dopo mesi di discussioni tra le forze politiche. Un’apparente urgenza bipartisan di dotarsi di uno strumento a tutela delle prossime elezioni è svanita nel tempo. “Nessuna risposta. Nessuna spiegazione ufficiale. E questo è imbarazzante”, afferma Anna Ascani, vicepresidente della Camera e prima firmataria del progetto di legge. La normativa richiedeva regole più severe e un maggiore controllo sui social. Tuttavia, molte cose sono cambiate. I social sono cambiati. E anche l’atteggiamento della politica nei confronti dei social è mutato. In un’intervista a Italian Tech, Ascani chiarisce i retroscena di un blocco che potrebbe non rappresentare la conclusione della questione.
Onorevole Ascani, cosa è accaduto alla sua proposta di legge?
“È accaduto che venerdì scorso è stata fermata dal governo. Ho presentato questo testo molto tempo fa. Come Pd abbiamo deciso di proporlo in quota opposizione, consapevoli che le elezioni politiche si avvicinano. Abbiamo atteso per mesi che il governo facesse la sua parte per trovare una soluzione condivisa. Credo ci sia stata una sincera apertura, in particolare da parte del relatore Paolo Emilio Russo (Forza Italia). La questione dei deep fake e della propaganda ci sembra urgente, specialmente in vista delle prossime elezioni. Ma non è mai giunta alcuna comunicazione. Nessuna risposta. Almeno formalmente. E questo è imbarazzante”.
Seguendo il percorso della discussione su questo testo, sembra che verso dicembre si fosse raggiunto un accordo di massima, basato su un patto morale tra le forze politiche che condividevano l’urgenza di intervenire. Cosa è cambiato?
“Quando non esiste un quadro normativo, gli impegni morali non sono sufficienti. E ci sono partiti che potrebbero pensare di trarre vantaggio, direttamente o indirettamente, da queste tecnologie. Ci sono profili creati interamente con intelligenza artificiale che stanno facendo campagna per il referendum costituzionale senza che i loro contenuti siano contrassegnati in alcun modo. C’è un totale caos, per cui chi osserva, anche in questa campagna referendaria, trova estremamente difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è. Questo implica che le nostre democrazie risultano più vulnerabili”.
Quale spiegazione le hanno fornito dalla maggioranza?
“L’unica spiegazione che hanno accennato, in modo vago, è che poiché nel frattempo la legislazione europea e italiana è stata aggiornata, era necessario un allineamento”.
Ha tentato di fare qualcosa?
“Ho presentato emendamenti che mirano a allineare questo testo all’AI Act europeo e al disegno di legge di Alessio Butti. Ma non ho ricevuto alcun tipo di riscontro”.
Quale spiegazione si è data?
“Ritengo ci sia un certo imbarazzo. Infatti, molti nella maggioranza condividono l’idea che sia necessario intervenire. Tuttavia, il governo non sa come procedere e quindi, in un certo senso, respingere silenziosamente sembra la scelta migliore. Finora non ha parlato letteralmente nessuno e, insomma, questo è piuttosto imbarazzante”.
Proviamo a riflettere. Il tema centrale della sua legge riguardava i video modificati con l’IA e il loro uso come strumenti di propaganda per influenzare l’esito elettorale.
“Esattamente. Esistono regole per i media e i giornalisti. C’è un’autorità che vigila su questo. Ma tali regole non sono presenti quando si parla di social network. E il 75% degli italiani è attivo sui social. Dove si informano. E dove possono diventare vittime di propaganda, soprattutto da parte di nazioni estere. Pensi a quanto accaduto in Romania con l’annullamento delle presidenziali”.
Il clima politico sui social network, però, è cambiato. Quelli che erano considerati bastioni del mondo liberale americano, oggi sono strumenti del trumpismo.
“La realtà è che oggi alcuni a destra credono di essere avvantaggiati dall’ecosistema social. Questo perché le grandi aziende tecnologiche, in particolare americane, sono attualmente molto vicine a Donald Trump e a chi si riconosce in quelle politiche. Solo qualche anno fa la situazione era completamente diversa. Mi chiedo: possiamo permettere che il funzionamento delle nostre democrazie dipenda dal vento che soffia in un altro paese o, peggio, dalle convenienze economiche di alcuni grandi imprenditori? Io penso di no, e credo che chi oggi si sente avvantaggiato debba riflettere sul fatto che qualche anno fa si sentiva svantaggiato, quindi magari tra qualche anno potrebbe trovarsi di nuovo in difficoltà”.
Crede che il blocco da parte della maggioranza sia avvenuto per evitare di dotarsi di una legge troppo restrittiva per i grandi social network?
“Temo che questo possa essere un fattore. Ma invito sinceramente i colleghi della maggioranza a prestare attenzione quando fanno questo tipo di valutazioni. Proprio perché questi sono imprenditori, quindi nel momento in cui la convenienza economica cambia, e di conseguenza anche la vicinanza al potere politico cambia, cambia l’effetto. Pertanto, anche se oggi ci si considera avvantaggiati, domani si potrebbe essere ampiamente svantaggiati. Credo che dobbiamo stabilire leggi che riteniamo giuste, indipendentemente da queste dinamiche, e penso sia difficile sostenere che una legge di questo tipo non sia necessaria”.
Crede che ci sia spazio per riavviare un dialogo con la maggioranza?
“Da parte mia c’è piena disponibilità. Anche a rivedere il nucleo del testo. A individuare insieme eventualmente altri attori che devono essere coinvolti. Ho modificato la mia stessa legge per eliminare ogni incompatibilità rispetto alla legislazione vigente, quindi anche al Ddl Butti. Ho votato contro quel disegno di legge, ma è legge e quindi deve essere rispettata”.
Lei proponeva come autorità di controllo l’Agcom. Il governo preferirebbe l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.
“Ho scelto l’Agcom perché già si occupa di vigilare sugli altri media, quindi mi sembrava la scelta più logica e razionale. Tuttavia, se ci fosse un problema, si può discutere”.
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