La questione della dipendenza dai social approda in aula, mentre Instagram nega le responsabilità.
Adam Mosseri, Ceo di Instagram, lascia il tribunale di Los Angeles dopo aver testimoniato in un processo sui social media, che potrebbe stabilire un precedente legale sulla possibilità che le aziende di social media abbiano deliberatamente progettato le loro piattaforme per indurre dipendenza nei bambini.
La situazione in California è complessa sia dal punto di vista legale che sociale.
Negli Stati Uniti, le numerose cause legali contro Meta, TikTok, Snap e Google sono state riunite in un Multidistrict Litigation (MDL), un meccanismo della giustizia federale americana utilizzato per accorpare in un unico tribunale più cause simili presentate in diverse giurisdizioni statali.
Questo sistema è stato creato per coordinare prove e decisioni, riducendo sprechi di tempo e risorse, e include casi pilota (bellwether trials) che servono a prevedere quali potrebbero essere gli esiti delle altre cause analoghe.
Il processo che si è svolto l’11 febbraio a Los Angeles, durante il quale è stato ascoltato il Ceo di Instagram Adam Mosseri, si inserisce nel vasto panorama di procedimenti paralleli che gravano sulle aziende produttrici di social media.
In particolare, il tribunale ha focalizzato l’attenzione sulla causa civile promossa da una giovane di vent’anni, il cui nome è mantenuto riservato e alla quale, nei documenti legali, si fa riferimento con le iniziali KGM.
Cosa ha dichiarato Adam Mosseri
Il Ceo di Instagram (social media che fa parte, insieme a Facebook, Threads e WhatsApp, dei prodotti Meta) ha negato che la piattaforma possa generare dipendenza, pur riconoscendo che può contribuire a problemi minori.
Tra questi, Mosseri ha menzionato un uso problematico della piattaforma da parte di individui che vi trascorrono più tempo di quanto desidererebbero e che, per questo motivo, provano un senso di disagio o malessere.
Oltre all’uso problematico, Mosseri ha evidenziato l’importanza di discutere gli effetti di Instagram sull’umore e sull’ansia degli utenti, sottolineando che alcune funzionalità suscitano preoccupazioni per la salute mentale delle persone. Il riferimento è in particolare ai filtri di bellezza che sono stati in parte rimossi dall’app.
Tutto ciò, ha ribadito il Ceo di Instagram, non può essere considerato equivalente a una dipendenza nel senso clinico del termine, evidenziando che non esiste evidenza scientifica che dimostri in modo incontrovertibile una qualsiasi forma di “dipendenza da Instagram” e che, allo stesso modo, devono essere respinte le ipotesi che l’app possa causare direttamente depressione o altri disturbi clinici.
Perché la situazione in California è significativa
Oltre alle possibili conseguenze per Meta e Google – nel dibattito si farà riferimento anche a YouTube – che potrebbero comportare esborsi miliardari e danni reputazionali, a sottolineare l’importanza dei procedimenti legali è la presenza in aula di Adam Mosseri.
Negli Stati Uniti è insolito che un alto dirigente si presenti davanti a un giudice; di solito sono i legali delle aziende coinvolte a svolgere tali compiti.
I dirigenti di alto livello entrano in aula quando le cause riguardano decisioni strategiche di grande rilevanza e in gioco ci sono la consapevolezza e la piena responsabilità aziendale.
La presenza di Mosseri è significativa, poiché nelle aule californiane non si sta discutendo un lungo e complesso processo locale, ma si sta affrontando l’intero settore dei social media e gli impatti possono essere globali.
Non si sta solo esaminando la presunta facilità con cui i minorenni possono accedere a contenuti inappropriati, lo scroll infinito o gli effetti che l’uso dei social può avere sulla mente e sul corpo.
I temi principali sono più sottili: si sta indagando se le piattaforme incentivino deliberatamente la dipendenza privilegiando il profitto rispetto alla sicurezza degli utenti.
La posizione di Instagram
Mosseri, oltre a escludere la possibilità che Instagram e le altre piattaforme possano generare dipendenza, ha sottolineato che l’azienda testa le novità prima di implementarle e che, a supporto, offre una serie di strumenti per proteggere gli utenti.
Tra questi, oltre alla rimozione dei filtri fotografici, ci sono gli sforzi di Meta per limitare i contenuti per adulti, il silenziamento delle notifiche durante le ore notturne e sistemi interni per identificare gli utenti considerati vulnerabili.
Non è solo una questione americana
Anche al di fuori degli Stati Uniti cresce la pressione contro i social media. L’Europa, attraverso azioni collettive, indagini, multe e procedimenti amministrativi, si concentra principalmente sulle possibili violazioni delle normative.
Australia, Brasile e Canada hanno intrapreso battaglie più incisive e complete, con azioni più simili a vere e proprie class action.
Anche l’Italia si sta facendo sentire. Diverse associazioni di genitori e familiari hanno aderito a un’azione legale contro Facebook, Instagram e TikTok la cui prima udienza, inizialmente prevista per il 12 febbraio, è stata rinviata al 14 maggio dal Tribunale delle imprese di Milano a causa di problemi di notifiche legali nel Regno Unito.
Le associazioni richiedono che le piattaforme verifichino l’età degli utenti, che li informino sui rischi per la salute e che abbandonino tutte le tecniche che possono generare dipendenza.
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