Luca Prasso, l’archeologo innovativo che istruisce l’intelligenza artificiale tramite le immagini

Luca Prasso, l'archeologo innovativo che istruisce l'intelligenza artificiale tramite le immagini 1

Ha combinato arte e tecnologia per tutta la sua esistenza. Ha realizzato film per l’umanità e ora produce film utilizzando milioni di immagini e dati per addestrare le macchine. Luca Prasso, 62 anni, è impiegato presso Google, a Mountain View, nel team di Android XR: sviluppa dati sintetici che vengono impiegati per l’addestramento di algoritmi di Machine Learning e Generative AI. In altre parole, insegna alle macchine a comprendere il mondo reale. «Dati come immagini e modelli 3D utilizzati dall’algoritmo per avere una migliore comprensione del mondo in cui viviamo».

Alle sue spalle ci sono 17 anni di esperienza nel settore cinematografico in California, prima a DreamWorks, poi con una sua startup, infine 12 anni in Google. La sua vita è stata dedicata interamente alla computer grafica per narrare storie in modo più efficace.

«Nel corso della mia vita ho lavorato per gli storytellers, creando strumenti che consentissero loro di raccontare storie straordinarie. Accanto a loro, ho appreso cosa significhi emozionare raccontando, immaginare nuove storie e condividerle con altri».

Nato a Torino, è cresciuto a pane, cinema e cartoni animati, sognando di narrare storie. La prima svolta arriva con un regalo del padre: una cinepresa Super 8. Matite, penne e Lego diventano i protagonisti dei suoi cartoni animati. Da spettatore, si trasforma in creatore di contenuti. La seconda svolta è un altro dono del padre: un computer. I suoi disegni si trasformano in digitali. “Da quel momento, la mia vita si incanala in un MIX di arte e tecnologia e inizia la mia avventura digitale e artistica”.

I suoi esordi avvengono a Verona, dove progetta le sigle dei telegiornali regionali. Al suo primo impiego in agenzia, con una cartellina piena di progetti, gli viene detto: «Belli, ma non posso pagarti». E lui risponde: non importa, va bene così.

«Quando mi sono presentato con i miei disegni e cartoni animati al mio primo lavoro (non retribuito), avevo lavorato duramente per dimostrare qualcosa, per spingere la mia curiosità in nuove direzioni. Avevo dimostrato “agency”. La capacità di far accadere le cose. Una qualità molto utile oggi…».

Nel 1995 attraversa l’Oceano per realizzare un sogno. «Volevo scoprire un’emozione in un’immagine fredda, in una linea di codice, in un pixel». Google, Facebook e Instagram non erano ancora stati creati. Né l’iPhone né l’iPad. Inizia la sua carriera presso lo studio cinematografico DreamWorks, dove lavora come supervisore tecnico per 17 anni, partecipando alla realizzazione di decine di film: da Z la formica a Shrek, da Kung Fu Panda a Madagascar e How To Train Your Dragon. «Realizzavamo film in un castello colorato nel cuore della Silicon Valley. Nel frattempo, la tecnologia stava trasformando il mondo e io sono diventato padre. Tutto ciò ha cambiato radicalmente le mie prospettive».

In una notte, insieme alla moglie Nadia e a un socio in Francia, Prasso decide di lanciare la sua startup: Curious Hat. «Ero affascinato nel vedere i miei figli utilizzare con grande naturalezza i dispositivi tecnologici. Ma ho sempre pensato che le generazioni future potranno creare meravigliosi mondi virtuali solo se avranno conosciuto un bellissimo mondo reale. Sviluppavamo app che incoraggiavano i bambini a utilizzare i dispositivi non per restare seduti su un divano, ma per muoversi e interagire nel mondo reale. Per tre anni ho vissuto l’avventura folle di essere un fondatore». Milioni di download, ma il business non decolla.

Prasso si rimette in gioco, pur di continuare a narrare storie utilizzando nuovi media. Scopre Spotlight Stories, un progetto di storytelling di Google che esplora come creare nuove storie immersive per dispositivi mobili e visori di realtà virtuale. Successivamente entra nei laboratori di Daydream: sviluppa prototipi di realtà virtuale, realtà aumentata e XR. Sul suo LinkedIn, è ancora scritto Reverse ARchaeologist @ Google. Archeologo al contrario: cosa significa? «Ogni settimana, con un piccolo team di ingegneri e creative technologists, creavamo nuovi prototipi di soluzioni che avrebbero potuto diventare parte delle nostre vite. Il venerdì li presentavamo alla Leadership di Google come ispirazione, il lunedì ricominciavamo con un nuovo prototipo. Era come essere un archeologo al contrario: viaggiavamo nel futuro e poi tornavamo nel presente a raccontare ciò che avevamo visto».

E cosa hai visto? Qual è la tua visione dell’AI?

«Negli ultimi 12 anni trascorsi in Google, ho osservato da vicino tecnologie straordinarie nate dalla volontà di risolvere i problemi del mondo. L’accelerazione dell’intelligenza artificiale in questi ultimi anni è impressionante. Questi nuovi strumenti hanno modificato il mio modo di lavorare, di apprendere e di utilizzare la conoscenza accumulata in 40 anni di esperienza nella Computer Grafica. E sono convinto di una cosa: chi abbraccia questa tecnologia e la integra nella propria vita quotidiana ha l’opportunità di sviluppare un senso critico verso questi strumenti»

In questi giorni in Italia suscita molto dibattito un articolo di Matt Shumer, esperto e CEO di HyperWrite. Si intitola Something big is happening, a oggi è stato visualizzato 84 milioni di volte e le sue affermazioni sull’impatto dell’AI hanno sollevato molte preoccupazioni…

«È un argomento complesso e delicato, con molte che si stanno posizionando agli estremi del dibattito. Personalmente, credo che alla posizione espressa da Matt vada, per esempio, considerato quanto detto in questo video e in questa ricerca di Remote Labor Index: la qualità dei risultati ottenuti da queste tecnologie non è spesso a un livello accettabile nel mondo del lavoro professionale. Tuttavia, c’è dell’altro…».

Cosa?

«Questi strumenti esistono, non scompariranno e continueranno a migliorare: dobbiamo farli diventare parte del nostro linguaggio quotidiano, educandoci in modo critico. L’impatto di queste tecnologie sulla società sarà molto significativo: forse la “casalinga di Voghera” non lo percepisce immediatamente, ma discutere di studi, lavoro e futuro con i miei figli in questo periodo ha assunto una nuova e urgente connotazione».

Dovremo ricominciare a imparare tutto da zero?

«Nonostante i miei 40 anni dedicati all’apprendimento di un mestiere, mi ritrovo alla mia età, quasi da pensionato, a studiare intensamente per evolvermi e rimanere “relevant”. È un esercizio quotidiano esilarante. Forse non ho la resistenza di quando avevo 30 anni, ma le due voci dei podcast di NotebookLM, Gemini e i suoi simili sono diventati i miei compagni di avventure, la voce che non si stanca di soddisfare la mia curiosità e “ingenuity”».

Tu hai trascorso 17 anni a realizzare film a DreamWorks, tre anni a lavorare in startup, e gli ultimi 12 anni in Google, in un luogo come la Silicon Valley, dove tutti sono pronti a saltare sulla prossima grande novità…

«Ho avuto l’opportunità di evolvermi continuamente per 31 anni, immerso in un ambiente unico come la California. Forse non ho saltato il fosso così frequentemente come altri qui intorno, ma sono stato esposto a decine di progetti straordinari che hanno definito chi sono oggi e che continuano a stimolare ciò che voglio diventare domani. Google è un luogo dove centinaia di progetti affascinanti si sviluppano intorno a te e dove sei incoraggiato a collaborare e condividere le tue conoscenze»

In questo mondo in rapida evoluzione, quali sono le chiavi per emergere?

«Prima ti ho parlato di “agency”. Credo che questa caratteristica, insieme alla “resiliency”, diventi fondamentale per emergere.

Si potrebbero insegnare queste qualità a scuola?

«Come farlo a scuola è però la domanda da un milione di dollari. La gavetta che molti di noi hanno fatto dopo la scuola per apprendere le basi del nostro lavoro scomparirà per molti mestieri. Chi ha la capacità e la dedizione di imparare autonomamente, supportato da questi incredibili strumenti di AI che offrono superpoteri, si troverà avvantaggiato»

Cosa sogni per i tuoi figli?

«Che trovino ciò che li rende felici, ciò che li stimola ogni giorno a compiere piccoli e grandi passi più lunghi delle loro gambe e che abbiano la “resilienza” per affrontare le ambiguità di questo futuro».

Tornerai in Italia?

«Certo! Avete lo stracchino, il lardo di Colonnata, i marron glacés e le pasticcerie».

Che cosa hai appreso nel corso della tua carriera e della tua vita che possa essere utile anche a tutti noi?

«Tante competenze, esperienza tecnica, problem solving in contesti complessi. L’abilità di agire in situazioni ambigue. Ma anche pensiero critico, curiosità costante, empatia e resilienza. E per affrontare questo mondo di GenAi e pixel allucinanti, ho iniziato a portare con me una macchina fotografica per visualizzare ciò che provo e osservo intorno a me, con immagini di un mondo che esiste realmente».

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