Maurizio Scaltriti, innovatore nella medicina traslazionale per il trattamento dei tumori. «Sconfiggeremo il cancro»

Maurizio Scaltriti, innovatore nella medicina traslazionale per il trattamento dei tumori. «Sconfiggeremo il cancro» 1

«Il cancro ha una scadenza». A Gaithersburg, nel Maryland, a nord di Washington, esiste un luogo dove il futuro della terapia oncologica è già in fase di sviluppo. Nuove molecole, biomarcatori e farmaci saranno integrati nella pratica clinica nei prossimi cinque o dieci anni. Tra coloro che stanno partecipando a questa trasformazione c’è un biologo molecolare italiano di fama mondiale, pioniere della medicina traslazionale.

Il suo nome è Maurizio Scaltriti, 52 anni, dei quali 25 dedicati a una missione: portare terapie innovative nel mondo reale. «La medicina traslazionale è la disciplina che funge da collegamento tra laboratorio e clinica».

Originario di Correggio, si definisce «reggiano doc». Ha trascorso una vita accademica all’estero e dal 2020 lavora in una grande azienda farmaceutica. Attualmente è Vicepresidente della Medicina Traslazionale della Ricerca e Sviluppo Oncologico di AstraZeneca. Guida un team di 170 scienziati. Si muove in ambiti diversi: accademia, clinica, industria, divulgazione, mantenendo sempre un approccio critico, etico e profondamente umano nei confronti della scienza. È un ottimista. «Il mio ottimismo si basa sui dati. Non è più una questione di “se” sconfiggeremo il cancro, ma di quando lo faremo».

Non se, ma quando è anche il titolo del suo libro (pubblicato da Piemme).

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Scaltriti vanta oltre 30mila citazioni scientifiche. Le sue scoperte hanno consentito significativi progressi nella cura del cancro al seno. Ha sviluppato nuovi farmaci ed è fondatore di una startup health tech (interamente italiana) che sta addestrando un LLM che, incrociando i dati del paziente con tutte le ricerche e gli studi globali, suggerisce all’oncologo quale terapia adottare.

Il percorso di Scaltriti è unico. Non è un medico. Ha conseguito una laurea in veterinariaHa ottenuto un dottorato in biologia molecolare tra Modena e New York. Ha svolto un post-dottorato a Barcellona, dove è rimasto per sei anni. Qui ha incontrato il suo mentore José Baselga, oncologo di fama mondiale, figura centrale nello sviluppo della medicina oncologica di precisione. «È stato un drug developer straordinario nel campo della medicina traslazionale. Tutti dovremmo avere un mentore. Lui ha cambiato la mia vita. Mi ha portato prima a Harvard, a Boston. Poi è diventato direttore scientifico del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. E io sono diventato professore associato della medicina traslazionale di quell’istituto. Da Barcellona a New York, una corsa da Formula uno».

Nel 2020 Scaltriti abbandona l’accademia e si unisce ad AstraZeneca, attiva nella ricerca e sviluppo di terapie innovative in oncologia. «Con la medicina traslazionale, da un lato analizziamo tessuti, campioni e sangue dei pazienti prima, durante e dopo il trattamento per comprendere meglio cosa accade a livello molecolare in quei tumori. Dall’altro lato, grazie alla tecnologia, utilizziamo queste informazioni per testare e validare nuove terapie. Identifichiamo i biomarcatori nei pazienti che rispondono a determinate terapie, mentre altri risultano resistenti».

Lo intervisto in videoconferenza, per lui sono le 13, per noi le 19. Parla di dati, cita ricerche e numeri. È un divulgatore. Se lo seguite su X, noterete il suo stile. È all’estero da anni, ma nutre un grande amore per l’Italia ed è molto legato alla sua terra. Attualmente sta lavorando sui tumori solidi. «Stiamo analizzando circa quaranta molecole diverse e contemporaneamente circa 200 studi clinici».

Se lei dovesse definire il cancro?

«Il cancro è una malattia del DNA e del sistema immunitario. Perché si sviluppi, devono verificarsi due condizioni: da un lato, l’accumulo di alterazioni nel DNA di una cellula, dall’altro, la presenza di un microambiente favorevole che consente a quelle cellule di proliferare senza essere eliminate. Se il sistema immunitario funzionasse sempre al 100%, questo non accadrebbe. Allo stesso tempo, se non avessimo il sistema immunitario che possediamo, probabilmente moriremmo tutti di cancro intorno ai vent’anni».

A che punto siamo con la ricerca?

«Se tracciamo una linea temporale degli ultimi cento anni, osserviamo un progresso accelerato nella ricerca e nella clinica in oncologia [qui Scaltriti compie anche un gesto con la mano, disegnando una curva che sale bruscamente verso l’alto ndr]. Fino a 30 anni fa avevamo solo chemioterapia (che ora si tende a utilizzare sempre meno), radioterapia e le prime ormonoterapie. Oggi abbiamo centinaia di nuove molecole, basate su decine di meccanismi d’azione differenti. È la differenza tra un cavallo da tiro e una Lamborghini. Ma c’è un’altra buona notizia».

Ci racconti…

«I tumori sono sempre più curabili. Molti hanno una scadenza. Dalla fine degli anni ‘90, la mortalità è in costante diminuzione…»

Quale tipo di tumori?

«La maggior parte dei tumori al seno guariscono. Se si tratta di tumori con recettori positivi agli estrogeni, oltre il 90% dei pazienti guarisce. Mia madre è sopravvissuta a questo tipo di tumore al seno: lo ha avuto nel 1999. Molte leucemie, comprese quelle infantili, guariscono. Sono notizie che osserviamo quotidianamente. C’è un altro indice che si frequentemente quando si parla di tumori: è la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi. Quest’anno, per la prima volta, almeno negli Stati Uniti, ma in Europa non va peggio, la sopravvivenza a 5 anni per ogni tipo di tumore ha raggiunto il 70%. Trent’anni fa, il valore era sotto il 50…».

Arriveremo a sconfiggerlo completamente?

«Sì, secondo me, sì. Oggi non possiamo dichiarare vinta questa guerra, perché non esiste un cancro unico, ma ce ne sono centinaia. Tuttavia, ci saranno molte occasioni in cui potremo ottenere risultati significativi per molti tipi di tumori, fino a sconfiggerli, anche quando sono a livello metastatico. E non dobbiamo aspettare 100 anni per vedere questo. Lo stiamo già osservando nel presente…».

Questo è il risultato del progresso, della tecnologia, dei capitali, del talento umano?

«È il frutto di un lavoro intenso, di tantissimo studio. E di tecnologia. Più la tecnologia avanza, più possiamo approfondire: comprendere le vulnerabilità del tumore, il suo tallone d’Achille o come si adatta a nuove molecole. Inoltre, la tecnologia ci consente di progettare farmaci in modo più sofisticato e con meccanismi d’azione molto diversi. Trent’anni fa avevamo due meccanismi d’azione, oggi ne abbiamo 100. Siamo in grado di dirottare il sistema immunitario verso una cellula tumorale quasi prendendole per mano e facendole avvicinare…».

Non mi aspettavo questo ottimismo…

«Le cattive notizie fanno più scalpore. Ho una posizione privilegiata: lavoro su farmaci che, se tutto va bene, entreranno nella terapia clinica tra 5-10 anni. Non posso prevedere il futuro, ma sono certo che alcuni di questi funzioneranno. Chi svolge il mio lavoro nelle più importanti aziende farmaceutiche probabilmente osserva situazioni simili. È come una corsa di Formula 1, chi vince lo farà per pochi secondi…».

Non si è mai pentito di aver lasciato l’accademia?

«Mai. Non c’è progresso senza l’alleanza tra aziende farmaceutiche e mondo accademico. L’industria ha risorse che l’accademia non possiede. Ma ciascuno sa fare cose che l’altro non sa fare, è una simbiosi mutualistica perfetta. Inoltre, c’è anche un aspetto che ci unisce e che può sembrare un po’ naïf: è la volontà di far progredire l’umanità».

Come le appare l’Italia da lì?

«Torno spesso in Italia, ero a anche qualche giorno fa. Vedo emergere una nuova generazione di oncologi, 30-40enni, ricercatori straordinari, appassionati, preparati e coinvolti»

Tornerà?

«Mai dire mai…».

Lei non è un medico, eppure è tra gli scienziati più riconosciuti a livello oncologico. Come mai ha scelto questo campo?

«Molti pensano che sia per mia madre, che si è ammalata di cancro al seno poco dopo la mia laurea a 24 anni. In realtà, ho sempre avuto una passione per la biologia, per le cellule e per le molecole. Ho conseguito il dottorato in un laboratorio di base che si occupava di oncologia. Si è aperta una porta e ci sono entrato, come nel film Sliding Doors, poi ho seguito quella strada. Il primo “cambio di marcia” è avvenuto a Barcellona, dove ho iniziato a praticare medicina traslazionale quando forse non si chiamava ancora così. Lavoravo moltissimo. Vivevo per lavorare. In quegli anni provavo un mix di euforia, perché la scoperta di ciò che puoi realizzare con la medicina traslazionale è esaltante, e di tristezza perché ero comunque lontano dalla mia famiglia».

È stato difficile?

«C’è un momento preciso in cui sai che non tornerai. E che devi abituarti a una lingua che non è la tua, a una cultura che non è la tua. E che nei prossimi 20 o 30 anni sarai un po’ in prestito. È un momento piuttosto difficile da accettare.

Devi anche confrontarti con quel senso di colpa cronico, sempre presente, pronto a manifestarsi ogni volta che torni a casa. E osservi i tuoi invecchiare, i nipotini, gli amici che perdi…».

Lesson learned: che cosa ha imparato nella sua vita che può servire a tutti noi?

«Te lo dico in inglese: You never Know. Non puoi mai sapere. Non avrei mai immaginato di fare quello che ho fatto, di arrivare dove sono arrivato. Non sapevo cosa avrei fatto della mia vita. E lungo il cammino ho provato paura, incertezze, tantissimi momenti in cui mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto: Cosa ci fai in questo posto remoto dello Yorkshire o in questo appartamento a Boston? Sei sicuro di voler affrontare questa pressione o di rimanere nel campo oncologico dove ogni giorno affrontiamo storie difficili da elaborare? Non credo di essere un genio. Ho avuto la fortuna di avere accanto qualcuno che ha creduto in me. Da solo non si va da nessuna parte. Vorrei un po’ sfatare il mito del supereroe indistruttibile. Abbiamo tutti le nostre vulnerabilità, i momenti difficili, quelle notti in cui alle tre non riesci a dormire e ti chiedi: ma chi me lo ha fatto fare? Poi al mattino le paure si superano, devi avere un po’ di coraggio e un po’ di fortuna. Di essere nel posto giusto, al momento giusto».

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