Meta sospende la pubblicità degli avvocati riguardanti le cause legali contro i social network.

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Meta ha iniziato a eliminare da Facebook e Instagram le inserzioni utilizzate dagli studi legali per attrarre querelanti nelle cause riguardanti la salute mentale dei minori.

Questa informazione è stata riportata da Axios, a pochi giorni da una storica sentenza in California che ha aperto un nuovo capitolo nel conflitto tra Big Tech e il sistema giudiziario statunitense.

Dopo la sentenza di Los Angeles

Alla fine di marzo, una giuria di Los Angeles ha dichiarato Meta e YouTube responsabili dei gravi danni psicologici subiti da una giovane di diciannove anni, che ha sviluppato depressione e tendenze suicide a causa di un’adolescenza caratterizzata da un uso compulsivo delle piattaforme iniziato in tenera età.

Il tribunale ha stabilito un risarcimento di 6 milioni di dollari. Si tratta di una somma significativa, ma soprattutto simbolica: per la prima volta, un giudice ha stabilito che le aziende tecnologiche possono essere ritenute responsabili per la progettazione dei propri prodotti.

Il caso di Los Angeles è considerato un processo esemplare che potrebbe influenzare migliaia di cause simili ancora in corso. In sostanza, rappresenta un indicatore per comprendere come le giurie americane potrebbero valutare le prove in futuri procedimenti.

Gli studi legali colpiti

Gli studi legali interessati dal blocco di Meta -tra cui grandi nomi del settore come Morgan & Morgan e Beasley Allen – accusano l’azienda di Mark Zuckerberg di sfruttare il proprio predominio sulle piattaforme per ostacolare l’accesso alla giustizia.

Per gli avvocati, la pubblicità sui social rappresenta il principale strumento per informare le persone sui propri diritti e raccogliere testimonianze in azioni legali in cui migliaia di danneggiati condividono lo stesso torto.

Non avere accesso a Facebook e Instagram, sostengono gli studi legali colpiti, equivale a isolare le vittime proprio nel luogo in cui il danno è avvenuto.

Meta, naturalmente, ha una visione differente.

I social media sotto accusa per gli algoritmi

Per anni, le aziende tecnologiche si sono difese invocando la Sezione 230 del Communications Decency Act, la legge del 1996 che protegge le piattaforme da qualsiasi responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

Tuttavia, i nuovi sviluppi giuridici hanno cambiato il focus: non si discute più di contenuti, ma di design. Quello che porta allo scroll infinito.

Secondo gli avvocati che portano avanti queste cause, sono da condannare gli algoritmi che tengono gli utenti incollati allo schermo: si tratta di meccanismi progettati deliberatamente per sfruttare le vulnerabilità neurologiche dei più giovani, con effetti simili a quelli delle slot machine.

La sentenza di Los Angeles ha confermato che questo tipo di scelte progettuali non è coperto dalla Sezione 230, poiché non riguarda la libertà di espressione degli utenti, ma la natura stessa del prodotto.

Un fronte in espansione

Los Angeles non è un caso isolato. Anche un tribunale del New Mexico ha condannato Meta a risarcire 375 milioni di dollari per aver ingannato il pubblico sulla sicurezza dei minori e per aver facilitato, attraverso i propri algoritmi, situazioni di sfruttamento sessuale infantile.

Di fronte all’aumento delle cause, gli avvocati avevano intensificato le loro campagne pubblicitarie. Meta ha risposto chiudendo i rubinetti.

Secondo gli esperti di marketing legale, nelle settimane successive al blocco, la pubblicità televisiva e radiofonica sui danni causati dai social media è triplicata. La battaglia si sta semplicemente spostando su canali che la Silicon Valley non controlla.

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