Paolo De Coppi, il chirurgo pediatrico che opera i bambini prima della nascita

Paolo De Coppi, il chirurgo pediatrico che opera i bambini prima della nascita 1

Uno studio pubblicato nel 2007 su Nature Biotechnology ha rappresentato un punto di svolta nella medicina prenatale. Ha avviato una rivoluzione che oggi permette di correggere le anomalie congenite prima della nascita. Dietro a questa ricerca si trova il chirurgo pediatrico italiano, Paolo De Coppi, che ha ispirato migliaia di interventi per affrontare due gravi malformazioni: la spina bifida e l’ernia diaframmatica. De Coppi ha scoperto che nel liquido amniotico si trovano cellule staminali potentissime, in grado di riparare tessuti danneggiati e di generare nuovi organi. Questa scoperta è emersa da una grande passione.

«Ho sempre desiderato lavorare con i bambini e la chirurgia complessa mi ha sempre affascinato. Avevo una zia missionaria: tornava dal Mozambico e mi mostrava le foto dei bambini che curava. Forse è stato proprio in quel momento, da bambino, che è nata in me la volontà di trovare soluzioni innovative per i più sfortunati». De Coppi, 53 anni, è uno dei chirurghi pediatrici più rinomati a livello globale. Lavora al Great Ormond Street Hospital di (GOSH), il più antico ospedale pediatrico del mondo anglosassone, fondato nel 1852, dove si eseguono interventi di chirurgia complessa, come quelli per separare i gemelli siamesi. De Coppi è a capo della Chirurgia pediatrica, specializzata in chirurgia neonatale e fetale. «Sono un uomo fortunato. Lavoro con bambini che ogni giorno ci insegnano qualcosa di meraviglioso: la spontaneità».

Nel suo paese , Santa Lucia Di Piave (Treviso), non ci sono laureati in famiglia, né medici. Al liceo non è uno studente esemplare, poi si iscrive alla facoltà di medicina all’Università di Padova. E si innamora. «In Italia ho posto le basi di ciò che ho poi realizzato nella mia vita». Tesi in patologia generale, specializzazione in chirurgia pediatrica, un anno di Erasmus ad Amsterdam. A un certo punto realizza che, così com’è strutturato il sistema, non può coniugare ricerca e chirurgia, entrambe essenziali per lui. «Quando ero in laboratorio, qualcun altro gestiva i casi in sala operatoria, e quando ero in sala operatoria non c’era nessuno ad aiutarmi in laboratorio».

Si trasferisce a Boston, dove si iniziava a condurre ricerche sul feto. Si domanda: se molte malformazioni congenite vengono diagnosticate prima della nascita, dove si può intervenire senza compromettere il feto? «Ho cominciato a studiare le cellule nel liquido amniotico e ho scoperto cellule staminali che potevano essere coltivate e utilizzate in futuro come terapia».

Quelle cellule diventano la chiave di volta di tutta la sua carriera. Parte per Philadelphia, poi si sposta a Houston, inizia a eseguire chirurgia fetale nell’utero e porta questa pratica per la prima volta a Londra.

Quali malformazioni possono essere operate? «Si corregge la spina bifida: alcuni bambini nascono con un difetto nella chiusura della spina dorsale, il che provoca loro problemi motori e di continenza vescicale e anorettale. Poi trattiamo l’ernia diaframmatica, una malformazione che si verifica quando il diaframma, il muscolo che separa l’addome dal torace, non si sviluppa. Inseriamo un palloncino nella trachea del feto. Eseguiamo tutto in fetoscopia, senza dover aprire l’utero».

Le malformazioni non sono così rare. Si stima un caso su 5.000. «Il 3% dei bambini nati presenta una malformazione rara. Se fino a poco tempo fa, quando informavamo i genitori che “il feto ha un problema”, li lasciavamo nel dubbio se interrompere la gravidanza o affrontare una serie di complessità chirurgiche alla nascita, oggi possiamo offrire loro un’alternativa».

Lo stesso discorso vale per i gemelli siamesi. Al GOSH ne vedono uno all’anno. «Non è un intervento così difficile. E una volta separati, i gemelli possono condurre una vita normale». È dopo l’intervento che si comprende veramente il significato di agire in anticipo.

«I bambini possiedono una risorsa incredibile. In inglese diciamo: they don’t know anything else. Sono abituati fin dal primo giorno a interagire con il mondo con ciò che hanno. Un bambino nato con una gamba sola si mette la protesi e cammina come gli altri. Possiedono risorse straordinarie e una capacità fenomenale di interagire e rispondere a ciò che hanno ricevuto».

Tra le sue scoperte recenti, c’è un progetto che De Coppi ha realizzato con Mattia Gerli. «Abbiamo scoperto che dalle cellule staminali possiamo generare organelli che replicano l’organo del feto. Creiamo in vitro piccoli polmoni e un giorno potremo utilizzarli per medicina personalizzata. E testare esattamente su quel feto il farmaco più adatto prima di somministrarlo. Così potremo effettuare diagnosi più precise».

Per questo lavoro, il Time ha incluso De Coppi tra i 100 medici più influenti al mondo. E ora sta pubblicando una nuova ricerca che consentirà di creare nuovi organi con le cellule staminali per studiare le malattie.

Il segreto? «Lavorare duramente. Non nascondo che richiede molto impegno. Poi occorre avere due elementi: un team di persone che ti supportano e un grande sogno. Un obiettivo finale da non compromettere. Puoi fare compromessi a breve termine, ma devi rimanere concentrato sul tuo sogno: per me era curare i bambini prima che nascessero. E poi serve anche fortuna, essere nel posto giusto al momento giusto. Ma devi mantenere la concentrazione. È come cercare un parcheggio: se ti muovi continuamente, non lo trovi; se stai fermo, prima o poi arriva qualcuno e si libera. È statistica».

Difficoltà ce ne sono molte. «La più grande è comprendere che un’idea da sola non basta: serve un team, è necessario coinvolgere gli altri e ciò significa comprendere i loro obiettivi, aiutarli a raggiungerli, così loro aiuteranno te».

Sposato con un’avvocata italiana, De Coppi ha due figlie di 20 e 23 anni, che studiano ingegneria ed economia.

Tornerai in Italia? «Ho iniziato a collaborare con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e con l’Università Tor Vergata di , ma il problema non è far rientrare persone come me, che hanno già intrapreso un percorso all’estero, ma piuttosto rendere il Paese competitivo, capace di attrarre giovani brillanti, ambiziosi, desiderosi di apportare cambiamenti, offrendo loro strumenti concreti e un sistema che funzioni. Se richiami chi ha già avuto successo all’estero, rischi di bloccare il sistema invece di favorirne l’evoluzione. Dobbiamo piuttosto incentivare i giovani. Quando sono tornato in Italia a Natale, qualche giorno fa, ho letto la notizia del giovane primario di Verona: 33 anni, figlio dell’ex rettore e già professore ordinario. E mi sono chiesto: succede ancora così? Emergere ancora dinamiche di appartenenza, relazioni, cognomi importanti? Questo all’estero non accade: se sei competente, il sistema lo riconosce perché sa che ne trarrà beneficio, e ti aiuta a diventare ciò che puoi diventare». In Inghilterra, De Coppi è diventato primario a 34 anni.

Recentemente è stato nominato Fellow dell’American College of Surgeons e primo chirurgo pediatrico della storia accolto nell’Academy of Medical Sciences. Riconoscimenti prestigiosi. «Ripeto sempre: “Senza mai ‘frequentare le cene giuste’».

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