Ricercatori creano una patologia inesistente e, grazie all’intelligenza artificiale, è stata presa sul serio.
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Due anni fa, in questo periodo, il web ha finalmente offerto una spiegazione a chi non riusciva a comprendere quella singolare malattia oculare che si manifesta dopo un prolungato utilizzo degli schermi.
Si inizia a percepire prurito attorno ai bulbi oculari, le palpebre possono presentare una leggera tonalità rosa e, effettuando ricerche online con questi sintomi, si trovano articoli scientifici che suggeriscono possa trattarsi di “bixonimania”, una “rara iperpigmentazione associata all’esposizione alla luce blu”.
Colpisce circa “1 individuo su 90mila” e attualmente “si conosce ancora molto poco” su questa condizione “diventata un tema di crescente interesse nella comunità dermatologica”, scrivono autori come Lazljiv Izgubljenovic, Nao Tippet, Betsy Thurberg, Andi Deep e altri “specialisti nel campo”.
Tuttavia, se invece di strofinarci gli occhi dopo aver cercato una soluzione online li aprissimo, scopriremmo un’altra verità: la bixonimania non è reale, è una malattia completamente inventata.
Così come non esistono gli autori di quello che è un falso articolo scientifico e nemmeno i convegni sulla malattia: le immagini degli incontri sono state generate dall’intelligenza artificiale.
Un fatto certo è che si tratta della prima malattia fittizia creata dagli scienziati, ma grazie all’IA, le persone hanno creduto che fosse autentica, convincendosi di esserne affette.
La storia di questo disturbo inventato ha inizio nella primavera del 2024.
Il 15 marzo di due anni fa, un gruppo di ricercatori dell’Università svedese di Göteborg, guidati dalla professoressa Osmanovic Thunström, ha deciso di condurre un esperimento per verificare se i modelli linguistici su larga scala (LLM), quelli utilizzati dai chatbot, avrebbero assimilato informazioni false per poi riproporle come vere.
È così che è stata creata la patologia cutanea, con un nome e i suoi presunti sintomi, e tutto è stato caricato online utilizzando piattaforme preprint, ovvero articoli non sottoposti a peer-review, e sul social network accademico SciProfiles.
Approfondimenti sono stati pubblicati anche su siti come Medium e, per conferire maggiore credibilità, è stato utilizzato il nome di un autore inventato “Lazljiv Izgubljenovic” con tanto di foto (ovviamente generata dall’IA).
Nonostante si trattasse di un processo di pura invenzione, ogni dettaglio è stato studiato con attenzione: per esempio, Thunström rivela ora alla rivista Nature che il termine “bixonimia” è stato scelto per apparire chiaramente assurdo alla comunità medica (il termine “mania” è associato a disturbi psichiatrici, non dermatologici), ma non per i chatbot. L’obiettivo era infatti quello di comprendere come i sistemi di intelligenza artificiale costruiscano la loro “conoscenza”.
“Volevo verificare – spiega – se riuscivo a creare una condizione medica che non esisteva nel database”.
L’esperimento ha avuto un grande successo: in breve tempo i principali sistemi di intelligenza artificiale hanno cominciato a riprodurre le informazioni inventate come se fossero autentiche. Addirittura, i falsi articoli scientifici sono stati citati in pubblicazioni sottoposte a revisione paritaria, evidenziando ancora una volta le lacune attuali legate alle pubblicazioni peer-review, che spesso riportano testi generati dall’intelligenza artificiale. La stessa Thunström sostiene che alcuni ricercatori citano senza nemmeno consultare gli articoli originali.
Nonostante gli studi frutto della fantasia fossero carichi di indizi – per esempio, venivano attribuiti all’Asteria Horizon University o alla Nova City California (che non esistono), l’inganno ha colpito sia la comunità scientifica sia coloro che, convinti di essere affetti da questa malattia, hanno cercato informazioni online.
Se però qualcuno avesse letto attentamente le analisi inventate, forse avrebbe “aperto gli occhi” almeno di fronte agli strani ringraziamenti finali in cui si legge “si ringrazia Maria Bohm dell’Accademia della Flotta Stellare per la sua gentilezza e generosità nel contribuire con le sue conoscenze e il suo laboratorio a bordo della USS Enterprise” e vengono citati finanziamenti “dell’Università della Compagnia dell’Anello”.
Il sistema ideato dall’Università svedese è comunque riuscito a ingannare tutti. I chatbot più utilizzati, da Copilot di Microsoft Bing a Gemini di Google, hanno iniziato a riportare informazioni sulla bixonimania come “una condizione intrigante e relativamente rara” oppure “causata da un’eccessiva esposizione alla luce blu”, suggerendo agli utenti di consultare un oculista.
Perplexity AI e ChatGPT di OpenAI inizialmente hanno diffuso percentuali su chi potesse esserne affetto e hanno descritto i sintomi a chi digitava domande specifiche su pruriti o iperpigmentazione delle palpebre.
La buona notizia è che, con recenti aggiornamenti dei principali LLM (Laboratory Learning Models) progettati per identificare documenti falsi, alcuni chatbot oggi forniscono risposte più accurate. ChatGPT stessa, interpellata sulla malattia, parla ora di qualcosa di “inventato, marginale o pseudoscientifico”, anche se a determinate domande risponde ancora definendolo un problema legato “all’esposizione alla luce blu degli schermi digitali”.
Altri invece – come riportato in un articolo su Nature – nonostante la bixonimania sia stata smascherata, continuano a commettere errori dando per vera la patologia.
Tutto ciò – conclude sempre su Nature Alex Ruani, esperto in disinformazione sanitaria dell’University College di Londra – ci ricorda che “se il processo scientifico stesso e i sistemi che lo supportano sono efficienti, ma non riescono a intercettare e filtrare frammenti di informazioni false, allora siamo spacciati. Questa – conclude – è una lezione magistrale su come operano la disinformazione e la misinformazione”.
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