Rimangono 15.000 asteroidi “killer di città” non identificati che potrebbero rappresentare un pericolo per il nostro pianeta.
La notizia non è delle più confortanti. Secondo la National Aeronautics and Space Administration (Nasa), circa 15mila asteroidi, ancora non identificati, potrebbero rappresentare un pericolo per la Terra. A comunicarlo è Kelly Fast, direttrice dell’Ufficio di coordinamento per la Difesa planetaria dell’agenzia, durante il recente congresso annuale dell’American Association for the Advancement of Science, tenutosi a Phoenix, negli Stati Uniti.
Si tratta di corpi rocciosi di dimensioni medie, cioè con un diametro che varia tra 140 metri e un chilometro: non sufficientemente grandi da mettere in pericolo la vita sul nostro pianeta (come l’evento che 66 milioni di anni fa causò l’estinzione dei dinosauri), ma nemmeno così piccoli da essere ignorati. Il loro impatto potrebbe, infatti, distruggere un’intera area metropolitana: per questo motivo vengono definiti city killer.
Questa fascia intermedia di asteroidi rappresenta la maggiore criticità: quelli di dimensioni maggiori, sebbene più pericolosi, sono più facili da intercettare con largo anticipo, mentre quelli più piccoli, pur essendo difficili da rilevare, raramente causano danni significativi.
Lo scampato pericolo
Gli scienziati sono stati avvisati il 25 dicembre 2024, quando un telescopio in Cile, in Sud America, ha rilevato che un asteroide, successivamente denominato YR4, grande quanto un campo da calcio, era passato molto vicino alla Terra.
Le analisi iniziali avevano stimato un rischio di impatto nel 2032 intorno al 4%, ma successivi calcoli hanno ridotto le probabilità di collisione allo 0,0027% (una su 37mila). Fortunatamente, si tratta di probabilità molto basse. “Questa roccia spaziale non rappresenta più una minaccia”, rassicura Vishnu Reddy, responsabile dell’International Asteroid Warning Network (Iawn), “anche perché è improbabile che il pericolo aumenti nuovamente, una volta che si sta avvicinando allo zero”.
Resta, invece, la possibilità che possa colpire la Luna. In tal caso, l’impatto sarebbe così intenso da risultare visibile a occhio nudo.
Un esperimento nello spazio
Di fronte a questo evento, gli esperti stanno rivalutando i programmi di difesa planetaria. Un esperimento significativo in tal senso è stata la missione Double Asteroid Redirection Test (Dart), realizzata nel 2022 dalla Nasa, in collaborazione con l’Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University. In sostanza, gli scienziati, coordinati dall’astronoma Nancy Chabot, hanno progettato una navicella appositamente creata che ha poi intenzionalmente colpito, a una velocità di circa 22.500 chilometri orari, Dimorphos, la piccola luna dell’asteroide Didymos. La sua orbita è stata modificata in modo misurabile (riduzione del periodo orbitale di 33 minuti), dimostrando che deviare un oggetto celeste è tecnicamente fattibile.
“Dart è stato un test fondamentale, ma non abbiamo un altro veicolo pronto all’uso, quindi, in caso di necessità, non avremmo modo di difenderci”, ha dichiarato Chabot.
Il contributo europeo
Dopo la missione statunitense, anche l’European Space Agency (Esa) sta contribuendo. Nel 2024 ha lanciato la sonda Hera verso il sistema Didymos-Dimorphos con l’intento di analizzare nel dettaglio gli effetti dell’impatto causato da Dart. In particolare, misurerà con precisione la massa dell’asteroide, il cratere generato, l’esatta entità delle variazioni orbitali, per valutare l’efficacia della tecnica e migliorare le future strategie difensive.
Servono investimenti
Nel frattempo, la Nasa, per colmare le attuali lacune nell’osservazione, sta sviluppando il telescopio spaziale Near-Earth Object Surveyor, capace di individuare oltre il 90% degli oggetti di dimensioni intermedie, inclusi quelli più scuri e, quindi, più difficili da rintracciare.
Il problema, secondo gli esperti, non è solo di natura tecnica, ma anche politica. La capacità di localizzare e deviare un asteroide richiede, infatti, oltre a una pianificazione anticipata, significativi investimenti.
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