Telefonia, quando il mercato delle reti smette di fare sconti

Telefonia, quando il mercato delle reti smette di fare sconti 1

L’aumento dei costi per le connessioni fisse e mobili previsto per il 2026 suscita diverse riflessioni su come le strategie promozionali degli operatori abbiano beneficiato della quasi patologica dipendenza delle persone dall’ossessione di vivere “sempre connessi”.

L’aspetto giuridico

Dal punto di vista legale, i fornitori di servizi telefonici hanno senza dubbio il potere di modificare prezzi e servizi secondo il proprio giudizio (a meno che non si verifichino pratiche di “cartello” —ossia accordi segreti per nuocere agli utenti). Quando ciò avviene in modo unilaterale —senza che il cliente possa esprimere il proprio parere— è possibile rescindere il contratto e passare a un altro fornitore, fino al prossimo turno, quando arriverà l’ennesima modifica delle tariffe e delle condizioni di servizio che indurrà il cliente a cercare un’offerta più favorevole o meno svantaggiosa.

Naturalmente, ciò non è sempre vero, poiché esistono contratti che offrono tariffe “per sempre” o che assicurano “sconti per quantità” in base al numero di linee richieste, e quindi bisognerebbe riesaminare le numerose pagine scritte in corpo 6 firmate frettolosamente in un punto vendita per comprendere esattamente se, e in che modo, gli aumenti impattino sul singolo utente. Buona fortuna.

Perché è finita la guerra dei prezzi

Indipendentemente dalle motivazioni, più o meno valide, che hanno portato agli aumenti —inflazione, costi energetici e così via— il punto che merita attenzione è quello sollevato da più parti riguardo al “nuovo corso” delle tariffe: la conclusione della guerra dei prezzi.

La competizione sui prezzi è indice di un mercato instabile, caratterizzato da utenti pronti a cambiare fornitore per un pugno di dati in più o per qualche centesimo in meno, di fronte a un prodotto —o meglio, a un servizio — sostanzialmente identico almeno dal punto di vista degli utenti. Questo, a dispetto dei tentativi di differenziare le singole offerte con proposte di accesso privilegiato a social network o contenuti “premium” che non hanno mostrato risultati particolarmente brillanti.

Attualmente, evidentemente, le analisi di mercato degli operatori devono aver concluso che la clientela è sufficientemente “matura” —o meglio condizionata— ad accettare prezzi più elevati pur di continuare a ricevere il proprio certificato di esistenza in vita nella forma di like e visualizzazioni mentre si vive davanti a uno schermo —non (più) quello della TV ma quello dello smartphone.

Tariffe flat e capitalismo della solitudine

Questa forma di capitalizzazione della solitudine è stata inizialmente prerogativa delle piattaforme di social networking e di content-sharing, il cui modello di business richiedeva e richiede ancora oggi che gli utenti interagiscano con la realtà attraverso uno schermo, anche quando basterebbe semplicemente osservare il mondo che li circonda o conversare direttamente con qualcuno.

Con l’aumento dell’incentivo all’uso dei social network e dei servizi basati sul traffico dati, gli operatori hanno compreso che la tariffazione basata sul consumo avrebbe generato costi insostenibili e quindi sono passati a quella “flat” e a basso costo, una scelta che —nel lungo periodo— si è rivelata difficile da mantenere in un mercato la cui clientela ha un basso livello di fedeltà.

L’impatto del mercato unico europeo delle telecomunicazioni

A questo scenario si devono aggiungere gli effetti delle politiche dell’UE, che da tempo mirano a creare un mercato unico delle telecomunicazioni. A questo proposito, si avvicina il momento decisivo con l’annunciato regolamento sul digital network il cui effetto dovrebbe essere quello di aggregare i grandi operatori, limitando però la capacità di quelli (relativamente) piccoli di competere sul mercato.

Il ruolo della finanziarizzazione di Big Tech

Infine, non si deve sottovalutare l’estrema finanziarizzazione del settore digitale che sottopone capitalizzazioni, investimenti e rendimenti alle oscillazioni (più o meno) imprevedibili del mercato. I fornitori europei —e italiani— subiscono, senza avere una reale possibilità di intervento, le conseguenze delle decisioni prese oltreoceano in termini di nuovi prodotti e servizi e quindi sono costretti a una continua rincorsa. Inseguono il presente, invece di plasmare il futuro.

Il prezzo di voler rimanere “sempre connessi”

Da queste premesse, tornando al punto, è piuttosto evidente che gli aumenti delle tariffe e la conclusione della guerra dei prezzi come strumento di marketing non sono solo una conseguenza delle congiunture economiche e politiche attuali, ma segnano una chiara discontinuità rispetto al passato.

Nel grande Risiko tecnopolitico dei servizi digitali, la merce più preziosa è rappresentata dalla base clienti e la perdita di rilevanza del prezzo come leva per acquisire e mantenere clienti solleva un interrogativo preoccupante: cosa siamo disposti a concedere, individualmente, collettivamente e come Paese, ogni volta che una misura di qualsiasi tipo è giustificata dalla necessità di “restare connessi”?

Se, quindi, il costo della connessione diventa il prezzo per rimanere nel mondo, ciò che paghiamo non è solo una fattura, ma il desiderio ardente di non scomparire. Qualsiasi sia il costo.

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