Uber punta a diventare il principale operatore globale nel settore delle auto a guida autonoma.
DUBAI – Uber ha un obiettivo ben definito. Aspirare a diventare la piattaforma di veicoli a guida autonoma più estesa a livello globale. Intende fungere da collegamento per tutti i trasporti, tutti i mezzi di mobilità, ogni opzione di spostamento e consegna disponibile. E offrire all’utente, al cliente, la facoltà di selezionare quella più adatta alle sue esigenze. L’azienda a Dubai ha delineato le strategie per il suo avvenire.
Ha inaugurato una nuova divisione denominata Uber Autonomous Solutions, concepita per gestire tutte le operazioni legate al business dei robotaxi. Un chiaro messaggio rivolto a tutte le imprese che sviluppano tecnologie per la guida autonoma: Uber ha la risposta per voi. Un’app. E un’esperienza pratica che conta 72 miliardi di viaggi in 70 paesi, 15 mila città, di cui attualmente 15 sono già pronte per accogliere i robotaxi. Molte di queste si trovano negli Stati Uniti e in Asia, ma anche Madrid e Monaco in Europa.
Collaborazioni con produttori globali di tecnologia per la guida autonoma. Molte con la Cina
Uber Autonomous Solutions ufficializza ciò su cui Uber sta lavorando da anni. Ha instaurato collaborazioni con numerose aziende impegnate nello sviluppo di tecnologie per veicoli autonomi, dai robotaxi ai camion, dai droni ai robot per le consegne a domicilio. Uber ha supportato diverse realtà come Luci, Nero, Weeabi e le cinesi WeRide, Baidu, Pony.ia. Una mossa audace in un contesto di crescente tensione geopolitica tra Usa e Cina. E forse una scommessa diplomatica implicita, proponendosi come intermediario per portare la tecnologia sviluppata dalle aziende cinesi nei servizi offerti in Occidente.
La società, che genera un fatturato di 45 miliardi all’anno e ha una valutazione di 140 miliardi, ha investito 100 milioni di dollari per realizzare stazioni di ricarica rapida. Oggi rappresenta il punto di arrivo di un percorso più lungo e complesso. Uber ha stabilito alleanze e effettuato investimenti. Ora desidera diventare il fulcro di un ecosistema di tecnologie per la guida autonoma.
Uber punta a diventare l’infrastruttura centrale della guida autonoma a livello globale
Uber intende gestire l’infrastruttura: dati, formazione dei software, mappatura, flotta. I produttori si occupano dell’hardware. Uber aspira a diventare il loro indispensabile cervello commerciale. Una mossa necessaria. L’azienda ha ceduto la sua unità di sviluppo di veicoli a guida autonoma nel 2020. Troppe difficoltà.
Tuttavia, ha cercato di rafforzarsi in quel mercato concentrandosi sul software. Puntando a diventare una piattaforma per veicoli a guida autonoma. Ha siglato accordi con Waymo (che gestisce un servizio di robotaxi condiviso ad Atlanta e Austin), con Pony.Ai, con Momenta, con la britannica Wayve, recentemente finanziata con 1,5 miliardi, e con aziende che producono robot per le consegne come Carkten e Serve.
La presentazione di questi servizi, affidata a Dubai a Sarfraz Maredia, Responsabile Globale della Mobilità e delle Consegne Autonome di Uber, e Sachin Kansal, Chief Product Officer di Uber, chiarisce l’obiettivo. Ma prima di tutto è necessario convincere il mercato.
Il tema della sicurezza. E la necessità di persuadere il mercato
“La sicurezza è la nostra priorità principale”, afferma a Italian Tech Sachin Kansal. “Lo è per noi e per i nostri partner che sviluppano questa tecnologia. Siamo molto chiari su questo. Esistono regolamenti, e tutti devono rispettarli. Abbiamo un team dedicato alla sicurezza che collabora con i fornitori di tecnologia. Partecipiamo anche noi ai loro test”, aggiunge. “Alla fine, la nostra aspettativa è che il livello di sicurezza offerto da questi veicoli superi quello garantito da qualsiasi conducente umano”.
Il veicolo a guida autonoma per l’utente sarà un’alternativa: “Possono scegliere di accettare o rifiutare. Magari inizialmente diranno di no, poi un giorno diranno di sì e lo proveranno. Credo che questo rappresenti una grande opportunità per Uber di essere leader nel portare la guida autonoma a un ampio numero di utenti”. Alla fine, è una questione di abitudine. Nelle parole di Sachin Kansal si avverte il senso che le cose cambiano. Prima o poi cambiano. E se il cambiamento è percepito come qualcosa di positivo, diventa inarrestabile. “C’è una statistica molto interessante: un passeggero su quattro ci ha riferito che la sua prima esperienza su un veicolo elettrico è avvenuta proprio tramite Uber. Non mi sorprenderebbe se si verificasse qualcosa di simile anche con la guida autonoma”.
“Un robotaxi a Roma? Perché no. Imparerebbe subito”
Anche in Europa. Anche in Italia. Anche con le normative che possono tendere a ostacolare alcune innovazioni: “È un processo. Ovunque ci siano regolamenti. Bisogna lavorare in quel contesto. Non è più facile o più difficile. Noi forniamo le nostre informazioni. Cerchiamo e continueremo a cercare di essere chiari su standard di sicurezza e opportunità. Alla fine, i regolatori devono prendere decisioni Paese per Paese. Gli esperti sono loro”.
Sachin Kansal nel tempo libero guida auto Uber. Lo fa per passione, ma soprattutto per comprendere cosa sviluppa, progetta e gestisce. Conosce le strade. Conosce il caos del traffico. Ma soprattutto conosce molto bene l’Italia e Roma. Un robotaxi nella Capitale? “Perché no, è la mia città preferita e mi piacerebbe”. E sarebbe in grado di muoversi nel traffico romano, tra moto, scooter, monopattini e scarsa disciplina stradale? “Se un essere umano può guidare in un luogo, sono certo che anche un robotaxi possa farlo”.
La sfida con Tesla. Quella che riguarda il lavoro
Tuttavia, la sfida delle auto a guida autonoma va oltre il traffico delle città italiane. E dalle resistenze che l’azienda incontra da anni. Un aspetto riguarda la concorrenza. Uber accelera, ma anche i rivali stanno facendo lo stesso. Elon Musk con il suo Tesla Network, ad esempio, ha in mente di trasformare ogni Tesla in un taxi a guida autonoma, monetizzando il tempo in cui il proprietario non la utilizza. Ma c’è anche la sfida del mercato. Uber afferma che i robotaxi non sostituiranno gli autisti umani (attualmente l’azienda conta circa 8 milioni di autisti nel mondo). Anzi, saranno utili collaboratori. Aumenteranno, a causa dell’incremento della domanda dovuto alla riduzione dei costi. Una scommessa. Una delle tante aperte. E un’ulteriore sfida allo scetticismo.
I commenti sono chiusi.