Valentina Imbeni introduce a Milano, proveniente dalla California, un istituto formativo orientato al futuro.

Valentina Imbeni introduce a Milano, proveniente dalla California, un istituto formativo orientato al futuro. 1

26 gennaio 26. Inaugura a una scuola internazionale fondata a San Francisco, dove da anni le iscrizioni sono accompagnate da lunghe liste d’attesa. Si tratta di un’istituzione che si prepara a formare per il futuro. Insegna a formulare interrogativi. Un modello innovativo che unisce il Reggio Emilia Approach e l’International Baccalaureate, approcci pedagogici all’avanguardia. È bilingue, in inglese e italiano, non profit, per alunni dai 2 ai 14 anni. Non è un’istituzione esclusiva, ma segue un modello need-based, con borse di studio per coloro che ne hanno maggiore necessità. Offre pari opportunità a tutti. A idearla è una scienziata italiana che ha posto gli studenti al centro del progetto.

E questa è una storia di ritorni e partenze.

Il suo nome è Valentina Imbeni, ingegnera dei materiali, che ha lasciato Bologna venticinque anni fa per la University of California, Berkeley, con l’intento di dedicarsi alla ricerca. Un percorso che si è poi trasformato, in modo inaspettato, in un’altra direzione: ha fondato La Scuola. «Se hai idee giuste e meravigliose, non lasciarle agli altri: realizzale tu». Imbeni è attualmente in Italia per la giornata di apertura della La Scuola international school di Milano (che avrà luogo lunedì 26 gennaio): le lezioni inizieranno a settembre 2026. La incontro in un appartamento milanese che una coppia di genitori americani (lui di Milano, lei di San Francisco) ha messo a disposizione. Sono stati loro, cinque anni fa, durante il periodo del Covid, a suggerirle: perché non apri una filiale a Milano? «Ho sognato per anni di portare in Italia la nostra interpretazione del metodo Reggio Emilia combinato con l’IB. E oggi sono molto emozionata. Milano è una città internazionale, con un gran numero di scuole private, ma mancava un’istituzione come la nostra. Siamo un’organizzazione non profit: reinvestiamo tutto nell’educazione degli alunni. Uniamo il metodo Reggio Emilia, focalizzato sullo sviluppo delle capacità del bambino e sul lavoro di gruppo, con l’International Baccalaureate, un framework internazionale che prepara gli studenti al futuro».

La parola “futuro” ricorre frequentemente in questa intervista. E se le chiedi senza preavviso: che cos’è per te il futuro? Imbeni risponde: «Il futuro è una bella giornata – e ti sorprende -. Lo affermava Loris Malaguzzi, il fondatore del metodo Reggio Emilia. Dobbiamo crederci».

Figlia del sindaco di Bologna, Renzo Imbeni, vice presidente del Parlamento Europeo («mio padre era un grande sostenitore di un’Europa unita»), nel 2007 ha preso in gestione un piccolo asilo in difficoltà che aveva perso licenza, contratto d’affitto e significato trasformandolo in un caso di successo. «La California ti insegna a correre dei rischi, a rimboccarti le maniche e ad affrontare i problemi. Avevo un bambino di due anni in quel piccolo asilo italiano e ne aspettavo un altro. Il consiglio di amministrazione ha convocato tutti i genitori e ci ha chiesto aiuto. La struttura era in crisi e stava per chiudere. Era l’anno successivo alla morte di mio padre, sentivo ancora di più il legame con l’Italia e con lui, grande sostenitore dell’educazione. E per me, appassionata di ingegneria, era anche un progetto di ricerca da studiare e comprendere». Per trovare ispirazione, visita tutte le scuole di San Francisco. Poi ricorda di un incontro del padre con Loris Malaguzzi e Carlina Rinaldi e scatta l’illuminazione. «Ho iniziato a studiare e a leggere tutto su questo metodo, poi ho incontrato Susan Lyon, un’educatrice americana straordinaria che aveva portato il metodo in California e sono partita».

La scuola cresce, acquisisce spazi, poi altri, e così via. Materna, elementari, medie. Diventa un esempio di grande successo in un contesto altamente competitivo. «Quando siamo nati assomigliavamo a una startup. Abbiamo sempre avuto una forte vocazione per l’innovazione. Il nostro progetto si reinventa quotidianamente, è in continuo movimento e mai concluso».

Attualmente la sede a San Francisco è nel quartiere Mission. Valentina ha raccolto 10 milioni di dollari per costruire un nuovo edificio e ristrutturare quello adiacente, una scuola del 1887. Gli spazi scolastici sono arredati dall’architetto italiano Michele Zini di Modena. «E ora abbiamo aperto anche una sede nella Silicon Valley».

In totale 450 studenti e 80 insegnanti («a cui faccio sempre l’ultimo colloquio»). Per la scuola dell’infanzia ci sono liste d’attesa molto lunghe. «Un aspetto interessante è che oltre il 70% di chi si iscrive negli Stati Uniti non ha alcun legame con l’Italia. A casa si parlano 30 lingue diverse. Provengono da tutto il mondo, attratti dal nostro approccio educativo e dall’immersione nella lingua italiana. La scuola è americana, equiparata alle scuole italiane: si inizia alla materna con una maggiore esposizione all’italiano e meno all’inglese».

A Milano avverrà l’opposto. Si inizia con una maggiore esposizione all’inglese, ma poi si arriverà, alle medie, a un modello che è metà in inglese e metà in italiano. «L’inglese è fondamentale per il futuro e i genitori italiani spingono affinché i loro figli abbiano maggiori opportunità, ma non dobbiamo dimenticare la bellezza della nostra lingua»

Il consiglio della scuola è composto da individui illuminati, visionari, esperti nel settore tecnologico, di intelligenza artificiale, come Lama Nachman che ha collaborato anche con Steven Hopkins, e filosofi…

Imbeni non ha mai perso il legame con l’Italia né l’amore per il nostro Paese, che lei descrive come «una terra di ricchezze infinite, sia per cultura che per la sua gente».

«È vero, affrontiamo molti problemi: stipendi stagnanti da troppo tempo, poche opportunità, soprattutto per i giovani, che sempre più spesso decidono di emigrare». È anche per questo che oggi desidera costruire un ponte tra l’Italia e la California.

«Le due scuole rimarranno collegate, con scambi che coinvolgeranno personale, insegnanti e famiglie. Gli studenti più grandi potranno recarsi in California per due mesi e quelli di San Francisco avranno l’opportunità di venire in Italia».

<pnegli stati uniti il 30% degli studenti riceve una forma di aiuto. «da uno sconto del 20% fino alla copertura totale, a seconda delle necessità. vogliamo fare la stessa cosa anche qui in italia. sarà più complesso, ma non ci intimorisce complessità. saremmo se complessità fosse un ostacolo per noi».

Cosa direbbe tuo padre oggi vedendoti aprire questa scuola a Milano? «Direbbe: perché non a Bologna?». Sorride. «Milano è una città internazionale ed è solo il primo passo»

Il marito scienziato, inglese conosciuto a Cambridge nel Regno Unito, si occupa di meccanica e fisica quantistica. Due figli, 20 e 22 anni, entrambi studenti universitari a Dublino: il maggiore al Trinity College, dove segue un corso di PPES (politica, filosofia, economia e scienze sociali), il più giovane studia chimica e fisica. «Entrambi hanno frequentato La Scuola di San Francisco».

Una vita intensa. Piena di insegnamenti appresi. «In una lettera che mio padre ha scritto poco prima di morire c’era un invito chiaro all’azione: “Se hai idee giuste e meravigliose, non delegare agli altri, realizzale tu”. Spesso commettiamo l’errore di pensare che non abbia più senso, ad esempio, fare politica, perché tanto nulla cambia. Invece non è così: se non lo fai tu, lo faranno gli altri. Se ritieni che le tue idee possano giovare all’umanità, realizzale. Si può fallire, si può ripartire, si può commettere errori, si può andare avanti e imparare dai propri sbagli. È una cosa che in Italia non ci viene insegnata: qui ci educano a fare sempre “la cosa giusta”. Sono partita da Bologna con questa mentalità. Quando facevo i miei primi errori in laboratorio a Cambridge, mi presentavo dal mio professore con il capo pieno di cenere. E lui mi ripeteva: “non impareremmo nulla se non facessimo errori”. Ho imparato a sbagliare».

Non a caso, nella scuola Imbeni ha scelto di adottare un motto proveniente dalle scuole di Reggio Emilia: “Niente è senza gioia”. «Dovremmo imparare a trovarla anche nelle piccole cose».

Non è semplice. «Proviamo ad allenarci all’ottimismo. Alla fine di una giornata, se invece di concentrarci esclusivamente su ciò che non abbiamo fatto nella nostra to do list, riflettessimo su quello che abbiamo completato? Va bene, non ho finito, ma ho portato a termine due terzi di quello che avevo programmato»

E guardando la tazza che ha in mano, aggiunge: «Io sono una scienziata. Il bicchiere che ho in mano contiene 50 millilitri di latte e dal punto di vista scientifico sono 50 millilitri di latte. Ma posso scegliere di vederlo sempre mezzo pieno. È una scelta personale. L’ottimismo è un’intenzione. E dobbiamo allenarci a questo. Dobbiamo coltivare le relazioni umane, che è una parte della filosofia di Reggio Emilia, che si definisce anche la pedagogia delle relazioni».

Tra le relazioni da preservare c’è quella tra studente, insegnante e genitore. «Lorenzo Malaguzzi affermava sempre: se questa relazione non è solida, se non è coltivata, se non collaboriamo, non avremo mai successo. Oggi tutto è diventato più complicato. Il mondo è cambiato, l’incertezza regna sovrana, i genitori sono preoccupati, temono per il futuro dei propri figli. Non sappiamo quali lavori faranno, quali competenze saranno necessarie, e così tendiamo a proteggerli completamente. E sbagliamo. In California si parla di Caterpillar parents, i genitori che spianano la strada o Drone parents, quelli che controllano tutto. Una psicologa molto brava con cui collaboriamo da anni sostiene sempre: “Dovete aiutare i vostri figli a sviluppare the muscle of disappointment, il muscolo della delusione, della frustrazione, e dovete farlo nell’amore e nella sicurezza della vostra casa. Perché se non sono abituati a questo, quando usciranno, non avranno alcuna resilienza. Così anche a scuola cerchiamo di renderli resilienti, coltiviamo sia la mente che il cuore».

Da scienziata a imprenditrice. Ti saresti mai aspettata tale percorso?

«No. Ho sempre nutrito un grande interesse per l’educazione, ma non avrei mai immaginato di dovermi reinventare. Quando ho lasciato l’università per avviare l’asilo, avevo un’offerta di lavoro sicura in mano. In Italia mi dicevano “sei pazza, rinunci alla carriera accademica per gestire un asilo?”, mentre in America mi rispondevano ‘Great idea’. Sono vissuta in una casa che criticava il capitalismo, ma creare qualcosa di nuovo è entusiasmante, è una cosa meravigliosa e molto divertente. Certo, fondare un’azienda solo per profitto non mi sarebbe mai piaciuto, ma questa è un’azienda che fa del bene. Ho sempre creduto nell’educazione. Credo sia lo strumento ideale per costruire un futuro migliore. Per formare una nuova generazione di leader un po’ meno egoisti, più attenti, più empatici, più consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni sul mondo. E soprattutto più aperti alla prospettiva altrui».

Nel frattempo, gli studenti che escono da La Scuola di San Francisco accedono alle migliori università del mondo. Da Stanford al MIT, dalla Bocconi a UCL. Sono pronti per il futuro. «Ma non il futuro che abbiamo definito noi, ma per quello che verrà…».

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