Quali sono le conseguenze della cannabis sul sonno?

Gli effetti della cannabis sul sonno rimangono un argomento di ricerca

L’idea che la cannabis possa migliorare la qualità del sonno è ormai diffusa tra numerosi utilizzatori. Sebbene questa convinzione sia frequentemente supportata da esperienze personali, il panorama che emerge dagli studi scientifici risulta decisamente più articolato. Negli ultimi anni, i ricercatori hanno intensificato le indagini per comprendere come il tetraidrocannabinolo (THC), il principale composto psicoattivo presente nella cannabis, influisca realmente sui meccanismi che governano il sonno notturno.

Le evidenze accumulate fino a questo momento indicano che la percezione soggettiva di aver riposato meglio non sempre corrisponde a quanto registrato tramite strumenti di monitoraggio del sonno. Questa discrepanza rappresenta uno dei principali temi di interesse nella ricerca a livello internazionale.

La ricerca condotta dall’Oregon Health and Science University

Tra i gruppi di ricerca attivi in questo ambito si trova quello diretto da Nicole Bowles, ricercatrice dell’Oregon Health and Science University di Portland, che da tempo studia il legame tra consumo di cannabis e qualità del sonno. In una recente intervista al Washington Post, la ricercatrice ha riassunto efficacemente il punto centrale della questione, evidenziando come esista una notevole distanza tra ciò che le persone pensano che la cannabis possa fare per il loro sonno e quanto invece venga rilevato attraverso misurazioni scientifiche.

Questa osservazione ha trovato ulteriore conferma in uno studio pubblicato quest’anno sul Journal of Sleep Research, in cui il team ha cercato di valutare gli effetti del THC utilizzando protocolli sperimentali rigorosi e strumenti di monitoraggio oggettivi.

Un esperimento basato su osservazioni quotidiane e in laboratorio

Per approfondire il fenomeno sono stati coinvolti diciotto volontari, suddivisi in due gruppi distinti. Il primo era composto da individui che consumavano cannabis con una certa regolarità, almeno tre volte alla settimana. Il secondo includeva invece partecipanti che non utilizzavano la sostanza da almeno dodici mesi.

La ricerca è stata articolata in due fasi distinte. Nella prima fase, i partecipanti hanno continuato a condurre la loro vita quotidiana, seguendo però alcune indicazioni specifiche. Per circa due settimane, è stato richiesto loro di andare a letto ogni sera più o meno alla stessa ora e di dedicare al sonno circa otto ore. Durante tutto il periodo, ciascun volontario ha indossato un sensore da polso in grado di registrare vari parametri legati ai ritmi del sonno.

Successivamente, tutti sono stati ospitati in un laboratorio specializzato nel monitoraggio del sonno, dove hanno trascorso tre notti consecutive. La prima notte aveva esclusivamente lo scopo di consentire ai partecipanti di familiarizzare con l’ambiente, evitando che eventuali difficoltà legate al contesto potessero influenzare i risultati delle osservazioni successive.

Il confronto tra placebo e THC

Le due notti successive hanno costituito il fulcro dell’esperimento. Un’ora prima di andare a dormire, ai partecipanti veniva somministrata una capsula. In una delle due occasioni, la pillola non conteneva alcun principio attivo, fungendo quindi da placebo. Nell’altra, invece, la capsula conteneva 10 milligrammi di THC.

L’uso del placebo ha permesso ai ricercatori di confrontare direttamente le differenze generate dalla presenza del principio attivo, limitando il più possibile l’influenza delle aspettative dei partecipanti sui risultati finali.

L’obiettivo principale era osservare come il THC modificasse diversi parametri fisiologici normalmente associati a un sonno di buona qualità, dalla rapidità con cui ci si addormenta fino all’andamento delle varie fasi del riposo.

Una delle prime evidenze emerse riguarda la durata complessiva del sonno nella fase di monitoraggio domestico. Contrariamente a quanto molti potrebbero supporre, le persone che utilizzavano abitualmente cannabis hanno dormito mediamente meno tempo rispetto ai non consumatori.

La differenza registrata è risultata pari a circa ventisei minuti di sonno in meno ogni notte. Sebbene possa sembrare un intervallo relativamente contenuto, accumulato nel corso delle settimane può influire sul recupero fisico e mentale, soprattutto se associato ad altre alterazioni della struttura del sonno.

Il THC rallenta l’addormentamento

Le osservazioni effettuate in laboratorio hanno rivelato un altro risultato significativo. Dopo l’assunzione della capsula contenente THC, i partecipanti impiegavano più tempo per addormentarsi rispetto alla notte in cui avevano ricevuto il placebo.

Anche questo aspetto contrasta con l’idea comune secondo cui la cannabis faciliterebbe automaticamente l’inizio del sonno. Secondo i dati raccolti, almeno nelle condizioni sperimentali utilizzate dai ricercatori, il principio attivo sembrerebbe invece prolungare il tempo necessario affinché l’organismo entri effettivamente nelle prime fasi del riposo.

Naturalmente, si tratta di risultati riferiti a uno specifico dosaggio e alle caratteristiche dei partecipanti coinvolti nello studio, elementi che rendono necessaria cautela nell’estendere le conclusioni all’intera popolazione.

L’analisi non si è limitata esclusivamente alla durata del sonno. I ricercatori hanno infatti monitorato anche alcuni parametri fisiologici, tra cui la frequenza cardiaca.

Durante il sonno, normalmente, il battito tende a rallentare progressivamente come conseguenza della diminuzione dell’attività del sistema nervoso. Dopo l’assunzione di THC, tuttavia, questo rallentamento è risultato molto meno marcato rispetto a quanto osservato durante la notte con placebo.

La fase REM arriva più tardi

Uno degli aspetti più interessanti emersi dall’esperimento riguarda la cosiddetta fase REM, uno dei momenti fondamentali dell’architettura del sonno.

È durante questa fase che l’attività cerebrale aumenta, si verificano la maggior parte dei sogni e vengono svolti importanti processi legati alla memoria, all’apprendimento e all’elaborazione delle emozioni.

I ricercatori hanno osservato che, dopo l’assunzione del THC, l’ingresso nella prima fase REM risultava sensibilmente ritardato. Se normalmente essa compariva circa novanta minuti dopo l’addormentamento, con il principio attivo il tempo necessario superava le due ore.

Molte persone riferiscono infatti di sentirsi rilassate dopo aver assunto cannabis o di percepire una maggiore facilità nell’addormentarsi. Tuttavia, quando il sonno viene analizzato attraverso strumenti scientifici, possono emergere modificazioni che il soggetto non è in grado di percepire direttamente. È proprio questa differenza tra esperienza personale e dati oggettivi a rendere particolarmente delicata l’interpretazione degli effetti della cannabis sul riposo.

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