Artemis 2 è decollata, obiettivo luna entro il 2030: incertezze su normative, spese e sicurezza.
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La missione Artemis 2 ha preso avvio ieri con un lancio spettacolare da Cape Canaveral. L’astronave, dopo la spinta del motore del modulo di servizio ESM – progettato in Europa e in parte in Italia – è attualmente in rotta verso il nostro satellite naturale.
Artemis 2 non prevede un atterraggio sulla Luna, ma realizzerà un sorvolo per testare la capsula Orion e tutte le operazioni necessarie in preparazione del primo allunaggio con equipaggio, previsto entro l’autunno del 2028.
Tuttavia, molti, sia negli Stati Uniti che altrove, esprimono preoccupazioni e critiche riguardo al vasto programma di esplorazione lunare, il cui costo totale è stimato intorno ai 95 miliardi di dollari. Al programma partecipano, oltre agli USA, anche l’Europa, il Giappone e il Canada.
Quale futuro dopo l’allunaggio
Orion orbiterà attorno alla Luna prima di rientrare sulla Terra tra dieci giorni. Questo volo servirà a testare hardware e sistemi che dovranno presto permettere agli astronauti americani – e di altre nazioni partner – di calcare il suolo lunare per la prima volta dopo 56 anni.
Molti analisti evidenziano, tuttavia, che la NASA non è ancora pronta per far atterrare esseri umani sulla Luna. Ma questo rappresenta, in effetti, il punto di forza del programma Artemis rispetto alle missioni Apollo degli anni Sessanta e Settanta: non si tratta di visitare la Luna per pochi giorni, ma di riuscire a stabilirsi per un lungo periodo. Non è ancora chiaro per quanto tempo esattamente, ma l’intento è di costruire una base lunare che consenta agli astronauti di vivere sulla superficie per settimane, o addirittura mesi.
Tutto ciò rende la logistica molto più complessa: gli astronauti non potranno portare con sé tutte le forniture necessarie e dovranno fare affidamento sulle risorse disponibili in loco, attraverso un processo noto come utilizzo delle risorse in situ.
Invece di trasportare grandi quantità d’acqua dalla Terra, ad esempio, si potrà sfruttare il ghiaccio lunare sciogliendolo sul posto. Tuttavia, queste sono prospettive legate a missioni future, quelle successive alla creazione dei primi avamposti sulla superficie lunare.
Nel frattempo, sono già in fase di sviluppo, anche in Europa, veicoli cargo che porteranno sulla Luna tonnellate di rifornimenti: attrezzature scientifiche, acqua, cibo e molto altro. Sono previsti anche moduli pressurizzati per ospitare gli astronauti per soggiorni brevi, come il modulo MPH che sarà realizzato dall’Italia.
L’obiettivo è, insomma, ambizioso, tanto più che esiste ancora un importante nodo irrisolto: il veicolo di allunaggio. Non è ancora stato scelto tra il più ambizioso Starship di SpaceX e il più pratico MK-2 di Blue Origin.
La sicurezza e la salute degli astronauti
Un altro aspetto evidenziato dagli analisti riguarda la sicurezza e la salute degli astronauti.
Le radiazioni, la regolite – il materiale polveroso che ricopre la superficie lunare, tagliente come il vetro e capace di danneggiare gravemente le apparecchiature – e un livello di gravità molto diverso da quello terrestre rappresentano problemi concreti, che si ritiene possano essere affrontati e risolti.
L’agenzia ha sottolineato l’importanza di identificare ed estrarre risorse lunari: acqua da trasformare in carburante, elio-3 per la produzione di energia ed elementi delle terre rare come lo scandio, utilizzato nell’elettronica.
È difficile stimare l’abbondanza effettiva di queste risorse finché non saranno state mappate e valutate in modo più sistematico, ma il loro potenziale valore è già evidente, considerato che saranno fondamentali per garantire una presenza umana sostenibile sulla Luna.
Ed è proprio questa la logica alla base di gran parte del programma Artemis: servono risorse per mantenere una base lunare, quindi è necessario costruire la base per poterle cercare.
La NASA ha definito questi sforzi una vera e propria “corsa all’oro lunare”. Un’espressione che, però, mette in evidenza una delle criticità del programma che nessuna tecnologia potrà risolvere: alcuni esperti sostengono infatti che l’estrazione di risorse dalla Luna costituisca una violazione del diritto internazionale.
A chi appartiene la Luna?
Il Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico vieta l’appropriazione della Luna da parte di singoli stati.
Gli USA sostengono che estrarre risorse non equivalga ad appropriarsi del territorio, ma molti esperti di diritto spaziale considerano questa interpretazione errata e strumentale.
Gli Accordi Artemis – firmati da oltre 60 paesi come condizione per partecipare al programma – stanno di fatto riscrivendo il trattato originale, con un documento che legittima esplicitamente l’estrazione di risorse spaziali e introduce il concetto di “zone di sicurezza” attorno alle aree di attività lunare, entro cui altri paesi non possono interferire.
Questi Accordi aggirano il consenso internazionale più ampio, escludendo in particolare la Cina, che sta sviluppando un proprio programma lunare con la Russia. Questo crea uno scenario in cui esistono due sistemi normativi paralleli e incompatibili, con il concreto rischio di conflitti futuri sull’accesso alle risorse lunari.
Anche Cina e India in corsa
Nel lontano 1961 John F. Kennedy indicò la Luna come “la nuova frontiera”. Poi, dopo i sei sbarchi del Programma Apollo – conquistati per superare l’Unione Sovietica – il satellite fu trascurato per decenni.
Solo alla fine degli anni Novanta tornò a essere al centro dell’attenzione, quando la sonda NASA Lunar Reconnaissance Orbiter confermò definitivamente la presenza di enormi quantità di acqua ghiacciata ai poli. Con il tempo si è scoperto anche che la Luna ospita elementi chimici che sulla Terra iniziano a scarseggiare.
Oggi quella frontiera kennediana è più attuale che mai.
Persino Elon Musk ha dovuto, almeno per ora, mettere in secondo piano il sogno di conquistare Marte per concentrare tutte le risorse disponibili sulla riconquista della Luna.
E non ci sono solo gli Stati Uniti, con i loro partner europei, giapponesi, canadesi ed emiratini.
Anche la Cina è pronta a far sbarcare i propri taikonauti entro il 2030, mentre l’India — che ha già inviato verso la Luna due sonde e un piccolo rover — punta anch’essa a piantare la propria bandiera sul suolo selenico. A maggior ragione ora che si prepara a inviare nello spazio, a partire dal 2027, i propri astronauti, attualmente in addestramento da due anni: dapprima in orbita terrestre, poi verso la Luna subito dopo il 2030.
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