Davos, l’intelligenza artificiale suscita timori: “Un’onda travolgente sta investendo il settore lavorativo”
Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind (reuters)
A Davos, situato tra le Alpi svizzere, si teme l’arrivo di un’ondata di intelligenza artificiale. Una forza disruptive destinata a compromettere numerosi posti di lavoro.
Il World Economic Forum, l’incontro che riunisce leader politici, dirigenti aziendali, accademici ed esperti economici per valutare le grandi trasformazioni globali, ha raccolto opinioni cariche di preoccupazione riguardo a un futuro sempre più influenzato dai progressi dell’IA.
Un fenomeno anomalo sul mercato del lavoro
Pochi giorni dopo la diffusione di un rapporto particolarmente critico sulle prospettive occupazionali, la direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha preso la parola a Davos affermando che l’intelligenza artificiale sta colpendo i mercati del lavoro “come uno tsunami” e che molti Paesi e aziende sono ancora impreparati di fronte a un impatto che si preannuncia profondo e imminente.
Georgieva prevede che l’intelligenza artificiale potrà contribuire alla crescita economica di circa lo 0,8% nei prossimi anni, avvertendo al contempo che questa tecnologia “avrà un impatto sul mercato del lavoro come un’onda anomala”. Ha poi sottolineato che Paesi e aziende devono interrogarsi sulle nuove competenze già richieste e su come acquisirle in modo efficace. E in tempi brevi.
La direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva
Cathy Li, responsabile per l’intelligenza artificiale del World Economic Forum, ha dichiarato che gli investimenti complessivi nell’IA hanno raggiunto i 600 miliardi di dollari dal 2010, con Stati Uniti e Cina che rappresentano il 65% della spesa globale.
Il settore sta crescendo a un ritmo annuale del 33%. L’accelerazione è notevole e chi non si adatta rischia di rimanere indietro. O, peggio, di essere estromesso.
Il monito delle grandi aziende tech
Il CEO di Palantir, Alex Karp, ha preso la parola a Davos con un messaggio chiaro ai neolaureati in discipline umanistiche: “L’IA distruggerà il vostro lavoro”.
Karp, alla guida di un’azienda specializzata nell’analisi dei dati per governi e grandi organizzazioni, ha ricordato di avere un dottorato in filosofia, utilizzando il proprio percorso accademico come esempio di una carriera che oggi considera poco rappresentativa. “Se hai frequentato un’università d’élite e hai studiato filosofia – ha affermato – ci si aspetta che tu abbia anche altre competenze”.
ALex Karp, CEO di Palantir
Karp, co-fondatore di Palantir, ha affermato che nell’era dell’IA i professionisti tecnici e i lavoratori specializzati si adatteranno meglio rispetto agli impiegati d’ufficio. Richiamando l’esempio degli operai impiegati nelle fabbriche di batterie, che oggi svolgono mansioni simili a quelle degli ingegneri giapponesi pur avendo solo un diploma di scuola superiore, Karp ha notato che questi lavoratori risultano “molto preziosi, se non insostituibili”, in quanto possono essere rapidamente riassegnati a ruoli diversi rispetto a quelli di partenza.
Il Fondo monetario internazionale stima che circa il 40% dei posti di lavoro a livello globale sia influenzato dall’intelligenza artificiale, sia in termini di potenziamento delle mansioni sia di possibile sostituzione.
La percentuale sale fino al 60% nelle economie sviluppate, mentre si colloca tra il 20 e il 26% nei Paesi a basso reddito.
I primi segnali sugli assunzioni
<panche il ceo di google deepmind, Demis Hassabis, e il CEO di Anthropic, Dario Amodei, si sono ritrovati a Davos per discutere del futuro dell’intelligenza artificiale. Durante i loro interventi hanno toccato anche il tema dell’influenza sul lavoro, spiegando che le loro aziende stanno già notando effetti tangibili dell’IA sulle dinamiche assunzionali.
“Credo che quest’anno potremmo vedere l’inizio di un possibile impatto sui livelli più junior”, ha affermato Demis Hassabis, indicando come particolarmente vulnerabili i ruoli di ingresso nel mercato del lavoro e le posizioni di tirocinio.
Il CEO di Google DeepMind, Demis Hassabis (a sinistra), e il CEO di Anthropic, Dario Amodei (reuters)
“Lo osservo anche all’interno di Anthropic – ha affermato Dario Amodei -. Prevedo un momento in cui, sia nei ruoli più junior che a livello intermedio, avremo effettivamente bisogno di meno persone”.
Il co-fondatore e CEO dell’azienda, già ricercatore di alto profilo in OpenAI, si era già espresso in passato con preoccupazione riguardo a questo tema, affermando che entro il 2030 “l’IA eliminerà il 50% degli impiegati junior”.
“La mia preoccupazione – ha aggiunto Amodei a Davos – è che la rapida espansione dell’intelligenza artificiale supererà la nostra capacità di adattamento”.
I dati del Forum su IA e occupazione
I timori espressi dai leader nel campo dell’intelligenza artificiale trovano conferma nei dati raccolti dal World Economic Forum, sebbene non delineino uno scenario nettamente negativo.
L’analisi di Davos evidenzia che le competenze basate sull’interazione umana presentano un potenziale di trasformazione ibrida con l’IA – ossia settori in cui le persone continuano a dirigere le attività mentre la tecnologia svolge un ruolo di supporto – limitato al 12/13%.
Contemporaneamente, le previsioni indicano 92 milioni di posti di lavoro che potrebbero essere eliminati entro il 2030, a fronte della possibile creazione di circa 170 milioni di nuovi ruoli, soprattutto in settori ad alta componente umana come la sanità e l’energia sostenibile.
Licenziamenti e scuse tecnologiche
Tuttavia, non tutti sono d’accordo nel considerare l’IA responsabile dei recenti licenziamenti. A Davos, Sander van ‘t Noordende, CEO di Randstad, la più grande agenzia di lavoro interinale del mondo, ha affermato che è prematuro attribuire all’IA decine di migliaia di posti di lavoro persi.
“Credo che queste perdite siano principalmente collegate all’incertezza generale del mercato”, ha dichiarato van ‘t Noordende, aggiungendo che “il 2026 sarà l’anno di un cambiamento significativo”, suggerendo che la fase attuale rappresenti più una pausa di adattamento che un effetto diretto dell’automazione.
In questo contesto, gli analisti di Deutsche Bank hanno avvertito del rischio che i licenziamenti mascherati dall’IA diventino una tendenza del 2026, con le aziende pronte a utilizzare l’intelligenza artificiale come giustificazione conveniente per tagli legati in realtà ad altri fattori.
Deutsche Bank prevede inoltre che la preoccupazione legata all’IA nel corso di quest’anno passerà “da un sussurro a un boato”.
Una visione più cauta
“La perdita di posti di lavoro legata all’IA finora è stata sopravvalutata”, ha affermato Andrew Ng, informatico e imprenditore, tra i massimi esperti mondiali di intelligenza artificiale, cofondatore di Google Brain e della piattaforma di formazione Coursera, già chief scientist di Baidu e figura di riferimento nello sviluppo del deep learning.
Anche Ng ha osservato che i recenti licenziamenti nel settore tecnologico vengono spesso attribuiti in modo errato all’adozione dell’IA, mentre in molti casi riflettono una fase di riequilibrio dopo le assunzioni particolarmente aggressive degli anni della pandemia.