Ericsson adotta un approccio pratico su 5G e 6G. Missori: “Meno operatori, ma più potenti, e costi maggiori”
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Attualmente, il 6G rappresenta l’apice di una nuova sfida ottomila: è chiaro che ci attende un percorso complesso, che richiederà attrezzature specifiche e un approccio metodico per affrontare questa via. Il problema, come evidenziato da Andrea Missori, Head of South Europe & Eurasia di Ericsson, è che la transizione al 5G non è ancora completamente realizzata. In altre parole, l’Italia e molti altri paesi sembrano essere in una fase di attesa, mentre Stati Uniti, Cina e altre nazioni hanno già avviato i loro progressi. Il rischio è di non essere pronti per l’inizio delle sperimentazioni reali nel 2029 e per la prima commercializzazione prevista per il 2030/2031. Inoltre, c’è la possibilità di rimanere esclusi dai processi decisionali riguardanti la definizione di standard e percorsi di sviluppo e implementazione.
Qual è l’utilità del 6G se il 5G è stagnante?
La percezione comune, in particolare tra i consumatori, è che il 6G non rappresenti una priorità, semplicemente perché l’esperienza 5G attuale è ancora limitata. Coloro che vivono in aree urbane hanno una certa familiarità con questa tecnologia, ma nelle zone rurali o meno popolate, indipendentemente dalla presenza del logo 5G sui dispositivi, non si è notato un significativo miglioramento delle prestazioni rispetto al passato. Anche per quanto riguarda i servizi più innovativi, prevalentemente orientati al settore business, la situazione non cambia molto. In realtà, ci sono stati dei progressi, ma la percezione è ridotta, poiché si è registrato un aumento generale del traffico dati.
Se fossimo rimasti indietro di una generazione, avremmo assistito a social network bloccati e video di YouTube con caricamenti interminabili; così non è stato. Come evidenziato dall’ultima ricerca di Boston Consulting Group (BCG) “6G: The Network for the Future of AI and Immersive Connectivity” nel 2020 i video costituivano circa il 50% del consumo di dati, mentre ora abbiamo superato il 75%.
Tuttavia, non è questa eccessiva richiesta di dati a preoccupare, ma piuttosto l’uso dell’AI generativa e dell’AI agentica in rapida espansione. “Questi agenti necessiteranno di una connettività stabile e a bassa latenza per mantenere il contesto e gestire flussi di lavoro ottimali in tempo reale. Inoltre, l’intelligenza sta evolvendo da un computing focalizzato sui dispositivi a ecosistemi centrati sull’uomo [come anticipato da Qualcomm al MWG 2026, ndr], dove telefoni, dispositivi indossabili AR e XR, veicoli, laptop, sensori ambientali e reti di supporto operano come un unico ambiente interconnesso e persistente”, affermano i ricercatori di BCG.
In futuro arriverà la Physical AI, come spiega Missori: un’evoluzione che combina modelli AI con il mondo fisico reale, consentendo a macchine come robot, veicoli autonomi e sensori di percepire, ragionare e agire in modo autonomo negli spazi tridimensionali. A differenza dell’AI generativa, questa tecnologia elabora dati provenienti da sensori (telecamere, lidar, radar) per comprendere dinamiche fisiche come gravità, movimento e interazioni spaziali, generando azioni concrete anziché limitarsi a produrre contenuti digitali.
Tutto ciò richiederà un cambiamento architettonico, poiché le applicazioni tradizionali necessitano attualmente del 10% di traffico in uplink (dal dispositivo alla rete) e del 90% in downlink (dalla rete al dispositivo).
“Tuttavia, già un LLM (modello linguistico di grandi dimensioni), come quello di ChatGPT, inizia ad avere il 26% di uplink rispetto a un 74% di downlink”, afferma Missori. BCG sottolinea che se gli assistenti AI personalizzati e on-demand nei dispositivi di realtà aumentata, come gli occhiali smart, “raggiungessero il 40% di adozione, il traffico uplink per quel caso d’uso potrebbe aumentare dal 100% al 150%”. Lo stesso vale per i robot.
Il 6G, tra le sue innovazioni, promette di migliorare ogni aspetto con un’efficienza dello spettro superiore del 50% rispetto alla rete 5G e di raddoppiare la velocità di trasmissione uplink ai margini della cella nella stessa banda. Inoltre, prevede un’intelligenza intrinseca in tutta la struttura di rete (hardware, software e protocolli) “supportando l’orchestrazione in tempo reale di dispositivi, edge e cloud computing”.
“Escludendo per un momento il discorso 6G, il vero problema attuale è che sarebbe opportuno realizzare un 5G standalone di qualità. In Italia, circa il 30% dei siti è stato aggiornato, il che significa che i restanti sono rimasti sostanzialmente come ai tempi del 4G. Secondo gli operatori, il Governo potrebbe migliorare la situazione estendendo la durata delle concessioni delle frequenze 4G e ottenere in cambio che gli operatori investano quelle risorse nella rete 5G”, afferma Missori.
Infatti, il 5G rimane complementare al 6G e, di conseguenza, Ericsson sta già valutando come rendere i nuovi prodotti compatibili con la nuova generazione, come già fatto con i prodotti 4G-5G ready. “Inoltre, sarebbe opportuno implementare la tecnologia FDD (Frequency Division Duplex) invece di TDD (Time Division Duplex), che nessun altro paese ha ancora adottato su larga scala”.
In sostanza, si tratta di adottare un approccio che consenta di separare uplink e downlink su bande di frequenza distinte e fisse. In altre parole, due autostrade parallele dedicate, che consentono trasmissioni simultanee senza interferenze. Un metodo per rispondere alle crescenti esigenze dell’AI e facilitare la transizione verso la prossima generazione mobile.
Un altro aspetto – e su questo Missori è chiaro – è il limitato impegno dell’Europa nel sostenere e proteggere le aziende del settore. “Il 60% della ricerca e sviluppo di Ericsson avviene in Europa, ma la questione è quanto i governi e gli operatori, in quest’ordine, saranno attenti a questo tema per premiare questa scelta. Se c’è un divario da colmare sul 5G, agevolazioni e supporto dovrebbero essere una priorità. Non imporre regolamenti irragionevoli”. E per quanto riguarda l’Italia, il suo parere è che qualsiasi azienda, italiana o meno, che svolge ricerca e sviluppo in Italia, generando un numero significativo di brevetti all’anno, dovrebbe ricevere almeno il credito d’imposta, come avviene ad esempio in Francia.
Non sorprende che anche BCG richiami l’attenzione dei responsabili politici, suggerendo che sia necessario sostenere la ricerca e sviluppo con incentivi e investimenti mirati e coerenti, misure fiscali e programmi di ricerca competitivi in linea con le roadmap tecnologiche nazionali. Non solo. “Implementare crediti d’imposta sugli investimenti per le spese di progettazione di tecnologie avanzate e incoraggiare modelli collaborativi di innovazione che colleghino università, aziende e laboratori di ricerca” ribadisce BCG.
I dati dell’industria tlc europea “sono allarmanti”, ricorda Missori. “Iper-competitività, iper-regolamentazione e assenza di opportunità di consolidamento ci hanno portato ad avere operatori con una media di 5 milioni di clienti, mentre gli operatori in India ne hanno in media 400 milioni e negli USA circa 110 milioni. O si decide di essere un mercato libero, accettando le conseguenze, oppure si diventa un mercato commodity e si consente l’elasticità dei prezzi.”
I segnali da monitorare per il cambiamento
Il manager di Ericsson ha coraggiosamente accettato di indicare quegli elementi di cambiamento da osservare per capire se si è intrapresa la giusta direzione verso il 6G.
“In primo luogo, menzionerei quanto riportato nei report di Enrico Letta (Much More than a Market, aprile 2024) e Mario Draghi (The Future of European Competitiveness, settembre 2024), ovvero la riduzione del numero di operatori, più forti e capaci di competere in tutta Europa. In sostanza, un vero consolidamento dell’industria, con un maggior numero di clienti e maggiori possibilità di investimento”.
In secondo luogo, c’è un tema delicato riguardante le tariffe, considerate troppo basse, specialmente in Italia. “Dovrebbe esserci un rapporto più equilibrato tra servizio e prezzo. Negli ultimi dieci anni, il costo del servizio è diminuito, mentre la quantità di dati forniti e consumati è aumentata. Ecco, vorrei vedere una inversione di tendenza. Perché per investire in una nuova generazione servono risorse finanziarie. È fondamentale stabilire un prezzo che rifletta ciò che offri, e se aumento l’offerta, il prezzo dovrebbe aumentare di conseguenza”.
Ma di quali cifre stiamo parlando esattamente? “Se le tariffe di ogni singolo cellulare in Italia aumentassero di uno o due euro, avremmo risolto e nessuno se ne accorgerebbe, a differenza degli aumenti che da anni stanno colpendo le bollette del gas o della luce”.
Missori conclude facendo riferimento agli investimenti pubblici nel 5G. “E nella connettività avanzata per supportare la digitalizzazione di settori strategici, dalle ferrovie alla sanità, dalla sicurezza alla difesa, dove la sicurezza e l’affidabilità delle reti sono requisiti di interesse nazionale”. Infine, sostiene la necessità di una revisione delle politiche relative alla concessione delle frequenze: “che passi da una tassa vera e propria, applicata ex ante, a un incentivo allo sviluppo, dove gli operatori, in cambio della concessione, si impegnino a investire in modo da migliorare la competitività del paese e la diffusione delle tecnologie avanzate”.
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