Google raggiunge un accordo nella controversia sulla privacy: sanzione di 68 milioni di dollari.

Google raggiunge un accordo nella controversia sulla privacy: sanzione di 68 milioni di dollari. 1

In effetti, lo sappiamo già. Gli assistenti virtuali alimentati dall’IA, come Siri o Google Assistant, ci ascoltano. Tuttavia, risulta complicato determinare se siamo ascoltati e registrati in modo continuo o se si attivano solo in presenza di specifiche parole chiave, le note wake words. Infatti, è capitato a molti di noi di sentire il nostro assistente virtuale, “nascosto” nel telefono, smartwatch o tablet, rispondere a domande che non avevamo posto. L‘accordo di risarcimento da 68 milioni di dollari raggiunto da Google per risolvere una class action negli Stati Uniti riguardo le accuse di violazione della privacy legate a Google Assistant, avvicina il dubbio (di essere ascoltati) alla certezza.

È importante chiarire che Google respinge ogni accusa. Non riconosce che il sistema ascolti le nostre conversazioni, ma comunque accetta l’accordo e risarcisce con una somma di 20 dollari gli utenti interessati che hanno partecipato alla class action, piuttosto che imbattersi in un lungo processo legale, che avrebbe avuto un’eco mediatica decisamente più rilevante. Del resto, esattamente un anno fa, a gennaio 2025, anche Apple ha sborsato 95 milioni per una causa riguardante Siri, per motivi analoghi, e gli utenti risarciti hanno ricevuto tra 8 e 40 dollari ciascuno. Ma quanto vale realmente il diritto alla privacy?

Secondo le accuse, iniziate nel 2019, l’assistente virtuale Google Assistant avrebbe registrato le conversazioni private degli utenti senza il consenso, attivandosi autonomamente in assenza delle parole magiche, Hey Google o Ok Google, che il sistema dovrebbe riconoscere come uniche chiavi di accesso. Nella class action si denuncia che le conversazioni ascoltate siano state elaborate e utilizzate per scopi pubblicitari, per inviare annunci mirati. Anche qui, a chi non è mai capitato di discutere di un prodotto, un oggetto, o una località, per poi ritrovarsi messaggi pubblicitari sui social o nelle email che promuovevano proprio ciò di cui avevamo appena parlato? Se questo venisse dimostrato in modo oggettivo, sarebbe una palese violazione della nostra privacy, che in Europa è regolata in modo molto più severo rispetto agli Stati Uniti.

In sua difesa, Google ha sempre affermato che la privacy policy che si accetta attivando il dispositivo (che probabilmente in pochi leggono), evidenzia che i dati vengono utilizzati per pubblicità mirata. Tuttavia, non si fa menzione della possibilità che il dispositivo si attivi autonomamente senza alcuna richiesta da parte dell’utente. Se accettiamo l’idea che questi assistenti virtuali possano accendersi per errore rispondendo a quelli che sono definiti “false accepts” durante una nostra conversazione con altre persone, allora significa che è attivo e continuativo.

Le aziende coinvolte affermano che dal punto di vista tecnico, il microfono del dispositivo è attivo, ma non trasmette tutto ciò che diciamo ai server. Il chip dedicato all’audio analizza i suoni per identificare uno specifico schema acustico, mentre l’audio catturato viene sovrascritto continuamente ogni pochi secondi e non viene memorizzato a meno che non venga identificata la wake word. Da quel momento in poi, la voce viene registrata e inviata ai server per essere trascritta e interpretata dall’IA che fornisce la risposta.

Ma la class action da 68 milioni di dollari che Google ha accettato di pagare, ribadisce ulteriormente il dubbio sul confine sottile tra attivazioni accidentali e volontarie. Esiste dunque un modo per gli utenti di tutelarsi? Forse, l’unica soluzione è disattivare le opzioni relative agli assistenti virtuali sui propri dispositivi.

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