Il mento? Siamo l’unica specie a possederlo e potrebbe non avere alcuna utilità.
Pronunciato, robusto o esile e sottile. Questo è il mento, una sporgenza ossea situata nella parte anteriore della mandibola, sotto il labbro inferiore. Rappresenta un elemento distintivo della nostra specie, tanto che gli antropologi lo utilizzano frequentemente per identificare con certezza i fossili di Homo sapiens. Nessun altro primate presenta questa caratteristica, nemmeno i nostri antenati, come i Neanderthal, che avevano un mento piatto o poco pronunciato.
Le teorie del passato
Gli studiosi si sono a lungo interrogati sulla funzione di questa struttura. Alcuni hanno suggerito che potesse avere un ruolo nella masticazione, cioè per resistere alle sollecitazioni meccaniche necessarie per mordere e triturare alimenti duri. Altri hanno ipotizzato che potesse facilitare il linguaggio, offrendo un punto di attacco per i muscoli della lingua e dei tessuti orali coinvolti nella produzione di suoni complessi. Altri ancora hanno avanzato l’idea che potesse influenzare la selezione sessuale, fungendo da elemento di attrazione, oppure che potesse proteggere il collo e la gola in situazioni di conflitto.
La ricerca statunitense
Recentemente, un nuovo studio pubblicato sulla rivista Plos One e condotto da un gruppo di antropologi dell’Università di Buffalo, negli Stati Uniti, offre una spiegazione: questa protrusione si è sviluppata non per una funzione specifica, ma è emersa a seguito di altri cambiamenti evolutivi.
Per arrivare a questa conclusione, i ricercatori hanno esaminato 532 crani conservati in musei statunitensi ed europei: alcuni appartenevano a esseri umani, mentre altri a grandi scimmie, tra cui scimpanzé, gorilla, gibboni, bonobo e oranghi.
Il metodo di indagine
Su ciascun esemplare sono stati identificati 32 punti dell’osso mandibolare, come se fossero segnaposto su Google Maps. Hanno quindi misurato 46 distanze tra questi punti, per comprendere con precisione forma e proporzioni. Successivamente, hanno convertito i dati in numeri confrontabili tra le diverse specie. Dopo aver collocato le informazioni su un albero evolutivo, hanno simulato, attraverso modelli matematici, due scenari: cambiamenti indotti dalla selezione naturale e cambiamenti casuali (deriva genetica).
Dall’analisi è emerso che le caratteristiche della mandibola associate alla comparsa del mento sono nove. Di queste, tre hanno mostrato segni compatibili con la prima ipotesi, mentre sei con la seconda.
Il ruolo dell’alimentazione
La trasformazione della parte inferiore del volto potrebbe essere stata influenzata dall’alimentazione. Quando, probabilmente circa un milione di anni fa, i nostri antenati hanno iniziato a cuocere i cibi, la masticazione è diventata meno impegnativa: non era più necessario avere denti grandi e mandibole robuste come quelle delle altre scimmie. Di conseguenza, la parte anteriore dell’osso mandibolare si è progressivamente ridotta e riorganizzata, facendo emergere incidentalmente il mento.
L’idea del pennacchio
Questi risultati avvalorano l’idea espressa nel 1979 dai biologi evoluzionisti Stephen Jay Gould e Richard Lewontin nel saggio The Spandrels of San Marco and the Panglossian Paradigm, secondo cui il mento sarebbe uno spandrel, ovvero un pennacchio, termine che indica un tratto nato non come adattamento diretto, ma come effetto collaterale di modifiche avvenute in altre aree. Per illustrare il concetto, i due esperti utilizzarono l’esempio della basilica di San Marco a Venezia, dove si possono osservare i pennacchi, gli spazi triangolari curvi tra due archi ad angolo retto, decorati con mosaici. Affermare che i pennacchi siano stati creati per esporre mosaici sarebbe errato: erano, piuttosto, sottoprodotti architettonici della costruzione degli archi, abbelliti successivamente.
Si può anche considerare, in modo più semplice, lo spazio sotto una scala: non esiste per un motivo specifico, ma è il risultato della costruzione di un elemento utile per passare da un livello all’altro. Secondo questa interpretazione, sarebbero considerati pennacchi anche l’ombelico, i capezzoli maschili e i peli sul corpo.
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