Immagini private diffuse senza consenso su Telegram: la situazione in Italia e Spagna

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Su Telegram, la violenza di genere sta prendendo i contorni di un’infrastruttura organizzata e lucrativa, con l’app di messaggistica istantanea che funge da canale principale e involontario.

Queste sono le conclusioni del report “Harassment As Infrastructure: How Telegram’s design enables technology-facilitated gender-based violence in Italy and Spain”, redatto da AI Forensics, un’organizzazione indipendente fondata in Italia che si occupa di indagini tecnico-forensi sull’uso delle intelligenze artificiali e delle piattaforme digitali in relazione agli abusi e alle violenze.

Il documento evidenzia come Telegram abbia involontariamente favorito la creazione di un sistema in cui la violenza è automatizzata, catalogata, distribuita e commercializzata con efficienza, simile a una piattaforma di e-commerce legittima.

L’analisi si basa su 2,8 milioni di messaggi scambiati in sedici comunità online tra Italia e Spagna nell’arco di sei settimane, e i risultati smontano l’idea che gli abusi siano sporadici, associati a devianze individuali (come il revenge porn) o a comportamenti irresponsabili di adolescenti.

Telegram è il centro che raccoglie tutti i mali

La diffusione della violenza di genere non è limitata ai confini di una singola nazione né a una sola piattaforma. La ricerca ha individuato oltre 24mila utenti attivi nel perpetrare violenze e nel diffonderle attraverso gruppi Telegram che contano 27mila membri in Italia e circa 25mila in Spagna.

Questi numeri segnalano la presenza di una massa critica di individui che operano all’interno di norme sociali condivise, dove lo sfruttamento delle donne è normalizzato e incentivato. Un fenomeno che supera, ad esempio, il gruppo Facebook Mia moglie, in cui a condividere fotografie di donne erano per lo più i loro partner.

Infatti, il 72% dei contenuti presenti nei gruppi spagnoli è stato rintracciato anche negli ambienti italiani, dimostrando che la violenza di genere digitale ha creato una rete extranazionale che opera ignorando sia le giurisdizioni legali sia le barriere linguistiche.

Telegram funge da collante, diventando un punto di raccolta e un nodo logistico attraverso il quale i contenuti estratti da altre piattaforme vengono aggregati, elaborati e rimessi in circolazione.

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Un’economia sommersa

La natura di questa violenza è radicata in un’economia sommersa che sfrutta le funzionalità offerte da Telegram per trasformare l’abuso in una fonte di guadagno.

A dirigere queste attività, sostiene il rapporto, sono principalmente uomini giovani ed eterosessuali che hanno creato modelli di business per la vendita di interi archivi digitali contenenti immagini e video intimi non consensuali, inclusi materiali di natura pedopornografica e incestuosa.

L’accesso a questi archivi non è né gratuito né aperto a tutti e sottostà a dinamiche di mercato specifiche: gli utenti possono acquistare l’accesso perpetuo a canali privati o archivi completi pagando somme che variano dai 20 ai 50 euro, oppure sottoscrivere abbonamenti ricorrenti a partire da 5 euro mensili.

La monetizzazione è strutturata. Esistono veri e propri servizi di affiliazione attraverso i quali gli utenti vengono reclutati per promuovere bot di intelligenza artificiale capaci di generare immagini nudificate, ricevendo in cambio percentuali sui guadagni generati.

Il ruolo dell’automazione

L’ rappresenta il motore che ha favorito la crescita di questa economia. L’uso massiccio di bot e strumenti di intelligenza artificiale ha abbattuto le barriere tecniche all’ingresso, consentendo a chiunque di partecipare attivamente alla catena di produzione e distribuzione della violenza.

I bot svolgono molteplici funzioni all’interno di queste comunità: gestiscono automaticamente l’accesso ai gruppi privati, verificano il rispetto delle regole interne, generano link di invito e offrono servizi di manipolazione delle immagini.

I cosiddetti “nudifying bot” sono tra gli strumenti più richiesti e pubblicizzati, capaci di prendere una fotografia di una donna e trasformarla in un’ sessualmente esplicita in pochi secondi.

Questa tecnologia, unita alla capacità di generare deepfake audio e video, ha creato un mercato parallelo di contenuti sintetici non consensuali che alimenta ulteriormente la domanda di materiale abusivo.

Un sistema multipiattaforma

Sebbene Telegram sia il palcoscenico principale su cui si organizzano e si consumano queste violenze, il report chiarisce che la piattaforma non opera in isolamento, ma è parte integrante di un ecosistema multipiattaforma più ampio.

TikTok emerge come la fonte primaria di materiale grezzo, essendo menzionata quasi ventimila volte nel dataset analizzato. Gli utenti di Telegram considerano TikTok come un serbatoio inesauribile da cui attingere immagini e video di donne, spesso minori o influencer, per poi elaborarli e redistribuirli illegalmente.

Instagram occupa il secondo posto nella classifica delle fonti, con migliaia di riferimenti a profili personali e screenshot di conversazioni private che vengono catturati e condivisi senza il consenso delle vittime.

Snapchat e OnlyFans rivestono ruoli cruciali in questa catena di approvvigionamento. Il primo viene sfruttato per intercettare contenuti effimeri (quelli che scompaiono dopo 24 ore dalla pubblicazione) che vengono registrati e conservati, mentre il secondo è oggetto di un sistematico saccheggio di contenuti a pagamento che vengono poi leakati e venduti a prezzi irrisori nei canali Telegram.

C’è anche un ampio spazio di confronto e reclutamento, Reddit, dove gli utenti discutono tecniche, condividono prompt per aggirare le sicurezze delle intelligenze artificiali e diffondono link di invito per accedere alle comunità Telegram.

Organizzazione e organigrammi

Queste comunità sono strutturate, il che rende evidente che non si tratta di gruppi casuali. Al loro interno, infatti, ci sono fornitori di materiale, altri utenti che si occupano di recuperare contenuti specifici in base alla domanda del momento e amministratori che gestiscono le regole e mantengono l’ordine dei gruppi.

La maggior parte degli utenti contribuisce pagando e quindi sostenendo questi sistemi.

La suddivisione dei ruoli suggerisce l’esistenza di reti diramate e stabili nelle quali – continua il report – lo status degli utenti è determinato dalla loro capacità di fornire materiale esclusivo.

La violenza come strumento di coesione

La violenza diventa così un linguaggio comune e un mezzo di coesione sociale per persone che trovano in queste piattaforme uno spazio sicuro per esprimere e rafforzare norme misogine senza timore di sanzioni sociali o legali.

Le vittime di questo sistema sono estremamente variegate, spaziando dalle donne non esposte mediaticamente, come partner, ex fidanzate, amiche o conoscenti, fino a figure pubbliche come influencer, attrici, giornaliste e attiviste femministe.

Ciò che accomuna tutte le vittime è la totale perdita di controllo sulla propria immagine e sulla propria narrazione digitale. Spesso le donne non sono consapevoli che le loro foto, rubate da profili social privati o scattate di nascosto, stanno circolando in reti globali dove vengono commentate, valutate, modificate e vendute.

Una forma di violenza che ne contiene diverse: oltre alla diffusione non consensuale di immagini intime, le vittime subiscono doxxing, con la pubblicazione di indirizzi di casa, numeri di telefono e dati personali che le espongono a minacce nel mondo fisico.

Il cyberstalking e l’uso di spyware per monitorare i movimenti e le comunicazioni delle vittime sono pratiche diffuse e normalizzate al pari di strumenti per esercitare un controllo legittimo sulle donne.

La risposta delle piattaforme e l’impegno delle autorità

AI Forensics, oltre a condurre indagini, si impegna anche a invitare le piattaforme a adottare comportamenti più responsabili.

Tuttavia, la risposta delle piattaforme stesse e delle istituzioni appare finora inadeguata rispetto alla portata e alla complessità del fenomeno.

Telegram, nonostante le sue politiche di utilizzo, sembra persino trarre vantaggio da queste reti incassando ricavi significativi dagli abbonamenti Premium, sottoscritti da chi organizza e archivia i contenuti abusivi.

La moderazione dei contenuti si rivela inefficace e reattiva: i gruppi chiusi dalle autorità tendono a riaprire nel giro di poche ore sotto nuovi nomi o link. La natura crittografata e la privacy offerta dalla piattaforma, sebbene legittime in molti contesti, vengono sfruttate per creare zone d’ombra in cui la violenza può prosperare.

Inoltre, la frammentazione delle responsabilità legali tra i vari paesi europei e la mancanza di una regolamentazione unitaria pongono le forze dell’ordine nella condizione di intervenire solo dopo lunghe operazioni di coordinamento.

Le implicazioni più profonde

Le implicazioni di questa ricerca per il futuro della sicurezza digitale e dei diritti delle donne sono significative e richiedono un cambiamento di paradigma nell’approccio legislativo e tecnologico.

Il report sottolinea che la violenza online non può essere considerata semplicemente come un’estensione digitale di reati tradizionali e dovrebbe essere riconosciuta come una forma specifica di crimine da combattere con strumenti di prevenzione e indagine.

Le raccomandazioni del report mirano a una responsabilizzazione diretta delle piattaforme, suggerendo di designare Telegram come Piattaforma Online Molto Grande (VLOP) sotto il Digital Services Act dell’Unione europea e, in quanto tale, soggetta a obblighi di trasparenza algoritmica e di moderazione.

La prevenzione e la lotta

Per quanto riguarda i quadri giuridici delle singole nazioni, AI Forensics insiste sull’aggiornamento dei rispettivi codici penali affinché simili reati vengano aggravati dall’uso di automazioni e monetizzazione.

Con l’introduzione della legge italiana sull’intelligenza artificiale entrata in vigore il 10 ottobre del 2025 è stato varato l’articolo 612-quater del Codice penale che punisce la diffusione di deepfake con la reclusione da 1 a 5 anni.

Un passo nella giusta direzione, sebbene insufficiente e non adeguato alla potenza con cui le intelligenze artificiali sono in grado di creare e contribuire a diffondere questi contenuti.

La lotta contro questo ecosistema di abuso richiede anche una cooperazione internazionale tra forze di polizia, autorità di regolamentazione e piattaforme tecnologiche.

La creazione di task force specializzate, capaci di tracciare i flussi finanziari legati alla vendita di archivi illegali, di identificare gli sviluppatori e i distributori di bot malevoli, è sollecitata con urgenza dal report.

Parallelamente, è fondamentale investire nell’educazione digitale e nella prevenzione, promuovendo la cultura del consenso e, ancor prima, del rispetto.

Non da ultimo, le vittime necessitano di percorsi di supporto dedicati che includano assistenza legale, psicologica e tecnica per la rimozione dei contenuti, con tempi di intervento ridotti rispetto agli standard attuali.

Solo attraverso un approccio trasversale che combina regolamentazione rigorosa, innovazione tecnologica, etica e cambiamento culturale sarà possibile smantellare queste forme di violenza.

L’origine non è tecnologica

Il report “Harassment As Infrastructure” restituisce il quadro di una realtà in cui la tecnologia amplifica la misoginia trasformandola in un sistema ramificato.

Telegram, con le sue specifiche architetture e il suo modello di business, è terreno fertile per questa evoluzione, ma le radici del problema affondano in una cultura più ampia che tende a sottovalutare la gravità della violenza di genere sia offline che online. La sfida non è solo tecnica o legale, ma soprattutto etica e politica. Incolpare le piattaforme online non risolve il problema.

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