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Gli Stati membri hanno la facoltà di obbligare le piattaforme digitali a riconoscere un’equa remunerazione agli editori di quotidiani per l’impiego dei loro contenuti online. Questa è la conclusione raggiunta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La pronuncia giunge in seguito al ricorso presentato da Meta Platforms (la società madre di Facebook, Instagram e Whatsapp) nei confronti dell’autorità italiana Agcom, avvalorando la validità delle normative nazionali che disciplinano il compenso per il diritto d’autore nel contesto digitale.
Il gigante tecnologico statunitense aveva contestato al tribunale amministrativo italiano i criteri stabiliti dall’Agcom per la determinazione dei compensi, affermando che tali disposizioni limitassero la libertà d’impresa garantita dai trattati europei. Tuttavia, i magistrati di Lussemburgo hanno rigettato l’argomentazione della società madre di Facebook. Secondo i giudici, il diritto alla remunerazione è pienamente compatibile con il quadro normativo comunitario. La Corte ha chiarito che questo compenso deve essere interpretato come “il corrispettivo per l’autorizzazione all’uso delle pubblicazioni”, sottolineando che gli editori conservano la completa autonomia nel decidere se rendere le proprie opere disponibili gratuitamente o negarne del tutto l’utilizzo.
La sentenza convalida inoltre la validità degli obblighi di trasparenza e di negoziazione imposti alle piattaforme. Per i giudici europei, richiedere alle Big Tech di operare in buona fede e di fornire i dati necessari per il calcolo del compenso è una misura giustificata per riequilibrare il rapporto contrattuale tra le parti. Questo meccanismo, come riportato nel dispositivo, assicura un equilibrio tra il diritto di proprietà intellettuale e la libertà economica, fungendo al contempo da garanzia per la libertà e il pluralismo dell’informazione nel mercato unico.