La fiducia nell’intelligenza artificiale rappresenta un paradosso.
Il contesto tecnologico mondiale del 2026 è caratterizzato da una significativa separazione tra le due sponde dell’Atlantico riguardo all’origine delle soluzioni adottate.
Secondo le informazioni raccolte da OpinionWay per VivaTech, una delle principali fiere europee dedicate alle tecnologie emergenti, il 92% dei leader aziendali preferirebbe collaborare con partner tecnologici della propria nazionalità.
La nuova mappa della fiducia digitale
Questa tendenza si manifesta con intensità variabile: per i dirigenti statunitensi e britannici, la nazionalità del fornitore è considerata un criterio essenziale, mentre la maggior parte dei colleghi europei la vede come un valore aggiunto piuttosto che un vincolo necessario. Questa differenza riflette due visioni contrastanti della sovranità digitale, intesa come la capacità di uno Stato o di un’organizzazione di mantenere il controllo sulle proprie infrastrutture informatiche e sui dati generati.
Se nel Regno Unito la fiducia è distribuita equamente tra le capacità nazionali e quelle europee, in Francia si osserva una netta preferenza per le soluzioni sviluppate all’interno del continente.
L’ambiguità nell’uso dell’intelligenza artificiale
Nonostante un punteggio di fiducia generale nelle tecnologie che raggiunge 89 su 100, emerge una contraddizione significativa nell’uso quotidiano degli strumenti digitali.
L’intelligenza artificiale, pur essendo considerata affidabile dall’89% dei leader per orientare le decisioni aziendali, viene frequentemente utilizzata senza le necessarie misure di sicurezza.
I dati mostrano infatti che quattro dirigenti su dieci hanno già condiviso informazioni riservate della propria azienda con strumenti di intelligenza artificiale di cui non si fidavano completamente.
Questo fenomeno non sembra limitato a specifici settori o dimensioni aziendali, ma si presenta come una pratica comune che evidenzia un ritardo nell’implementazione di quadri normativi interni e nella sensibilizzazione dei team. Tale mancanza strutturale rischia di generare vulnerabilità critiche per la riservatezza e l’integrità dei dati aziendali nel breve termine.
Investimenti e priorità strategiche per il prossimo futuro
La reazione delle aziende a queste sfide si traduce in un’accelerazione significativa degli investimenti nei settori della cybersicurezza e dell’intelligenza artificiale.
Per i prossimi dodici mesi, l’87% degli intervistati prevede di incrementare ulteriormente i fondi destinati all’intelligenza artificiale, con oltre la metà del campione intenzionata a farlo in modo significativo.
Allo stesso tempo, tecnologie emergenti come l’automazione robotica dei processi e il calcolo quantistico stanno guadagnando terreno per supportare le ambizioni legate all’elaborazione avanzata dei dati.
In Italia, sebbene la competitività percepita sia in crescita rispetto agli anni precedenti, il livello di fiducia rimane leggermente inferiore rispetto alla media degli Stati Uniti e del Regno Unito.
Impatto sociale e stabilità dell’occupazione
Un elemento rassicurante proviene dalle prospettive riguardanti il mercato del lavoro e l’integrazione delle macchine nei processi produttivi.
Il 92% dei leader d’azienda esprime fiducia nella possibilità di mantenere gli attuali livelli occupazionali nel corso del prossimo anno, suggerendo che l’adozione dell’intelligenza artificiale non porterà a licenziamenti di massa nel breve termine.
Oltre alla stabilità lavorativa, il settore tecnologico continua a essere percepito come un motore fondamentale per affrontare le grandi sfide contemporanee, dal miglioramento dell’ambiente alla promozione dell’inclusione.
Si osserva tuttavia che quasi la metà dei dirigenti accoglie con favore una revisione delle priorità aziendali orientata maggiormente ai risultati economici, segno di una maturazione del mercato che cerca di bilanciare i valori etici con la sostenibilità finanziaria delle innovazioni.
Il divario nell’adozione delle tecnologie emergenti in Italia
L’adozione delle nuove tecnologie all’interno del tessuto imprenditoriale italiano incontra resistenze superiori rispetto alla media globale.
In Italia solo il 38% dei dirigenti riconosce che l’innovazione possa migliorare l’esperienza del cliente, contro una media mondiale del 50%. Una discrepanza simile si osserva nell’impatto sulle performance finanziarie, segnalato dal 32% degli intervistati in Italia rispetto al 50% globale, e nell’efficacia del marketing, dove il divario è di tredici punti percentuali.
Questa cautela riflette una difficoltà strutturale nel tradurre l’entusiasmo teorico in applicazioni pratiche che generino valore immediato per l’impresa.
Lo spirito di adattamento anche nell’IA
Un elemento paradossale emerge dall’analisi di quanto accaduto nel 2025: il 79% dei leader italiani ha migliorato la propria percezione del ruolo delle tecnologie per la competitività aziendale.
Tuttavia, questo cambiamento di visione è solo in minima parte legato a successi concreti di implementazione tecnologica.
Rispetto al gruppo complessivo dei paesi analizzati dal VivaTech Trust Barometer, il successo nell’integrazione di nuovi strumenti spiega solo la metà del cambiamento di attitudine tra i dirigenti italiani.
Gli imprenditori nazionali tendono a essere più scettici o statici: il 19% ritiene che il ruolo della tecnologia non sia affatto evoluto negli ultimi dodici mesi, una quota quasi doppia rispetto al 10% registrato su scala globale.
La forza del sistema Italia sembra risiedere non tanto nell’avanguardia tecnica, quanto nella capacità di adattare le soluzioni esistenti alle esigenze specifiche e frammentate dei clienti.
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