La percezione è influenzata da chi legge: in che modo le nostre credenze orientano l’assimilazione delle notizie.

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La verità, più che nei dati, sembra risiedere nelle convinzioni. Questo avviene non solo quando si valuta una notizia, ma anche quando ci si avvicina per la prima volta ad essa. Un recente studio condotto dalla Sapienza Università di in collaborazione con l’IRCCS Fondazione Santa Lucia e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences evidenzia come le credenze individuali influenzino profondamente l’apprendimento, rendendo arduo correggere informazioni errate. Questo vale anche quando si sottopongono a un test di apprendimento per rinforzo, ovvero con un incentivo. E ciò avviene anche a livello fisiologico.

La ricerca, diretta da Stefano Lasaponara, si basa su un dato noto da tempo. In particolare, l’essere umano tende a favorire ciò che conferma le proprie idee. I cosiddetti bias di conferma che i social media hanno amplificato negli ultimi vent’anni. Tuttavia, lo studio introduce un ulteriore livello: questo meccanismo si attiva prima ancora di decidere se una notizia (per noi, non in senso assoluto) sia vera o falsa, influenzando successivamente il modo in cui apprendiamo da essa.

La prima novità: le pupille si dilatano immediatamente

“Abbiamo osservato – spiega Lasaponara a Italian Tech – che già mentre le persone leggono una notizia le pupille tendono a dilatarsi maggiormente per quelle che considerano vere. Quelle in cui, come si è poi dimostrato, crederanno di più. Come se questo meccanismo fisiologico fungesse da indicatore di fiducia naturale, attivato dal sistema nervoso simpatico. Al contrario, per quelle immediatamente giudicate come false o inaffidabili, indipendentemente dalla loro veridicità, quel meccanismo non si attivava”. Questo primo passaggio dell’esperimento, la midriasi delle pupille in presenza di notizie ritenute affidabili, rappresenta la prima novità dell’indagine: il cervello sembra “prendere posizione” molto prima della valutazione consapevole, orientando fin da subito l’attenzione e l’elaborazione delle informazioni. La “salienza”, afferma l’esperto.

La seconda novità: la resistenza ai test di apprendimento per rinforzo

Il secondo aspetto deriva da una domanda che il docente di psicologia si è posto nel corso degli anni, avendo iniziato a riflettere sullo studio nel 2021: “Mi sono chiesto fino a che punto le notizie considerate vere, e quindi spesso anche le fake news create per rispondere ai convincimenti degli utenti, potessero influenzare i meccanismi di apprendimento – racconta – così abbiamo sottoposto ai volontari un compito classico della psicologia, un test di apprendimento per rinforzo che si utilizza anche con i topolini”. In una fase simile a un gioco è stato infatti introdotto un incentivo economico: tra due notizie già viste e lette in precedenza bisognava identificare e selezionare quella associata a una ricompensa. Attraverso tentativi successivi, i partecipanti imparavano quali scelte risultavano più vantaggiose.

L’altro aspetto cruciale dell’indagine è emerso proprio in questo passaggio: quando la notizia premiata coincideva con quella considerata vera dal volontario, l’apprendimento risultava rapido ed efficace. Al contrario, quando la ricompensa era legata a una notizia percepita come falsa, i partecipanti faticavano a correggersi e, nonostante il premio (si trattava, spiega il docente, di crediti virtuali in un videogioco), continuavano a scegliere l’opzione coerente con le proprie convinzioni, anche a costo di perdere denaro. “Non è sufficiente che un’informazione sia in linea con le proprie convinzioni per guidare l’apprendimento: è fondamentale che venga percepita come vera. Quando siamo convinti che qualcosa sia vero, non solo tendiamo a preferirlo, ma possiamo arrivare a ignorare segnali che dovrebbero farci cambiare strategia”, prosegue Lasaponara.

Per combattere le fake news non basta il debunking

Lo studio potrebbe avere un’importanza significativa per le politiche da adottare contro la disinformazione. I risultati suggeriscono infatti che contrastare le fake news non implica solo fornire informazioni corrette, ma anche comprendere i meccanismi cognitivi attraverso cui le persone selezionano e apprendono le notizie: “Naturalmente nei nostri esperimenti non tutte le notizie erano false. A noi interessava anche e soprattutto comprendere il funzionamento dei bias di conferma – conclude Lasaponara – ma sappiamo bene che le notizie false sono progettate e prodotte proprio per incanalarsi in quei pregiudizi, spesso con un elevato tasso di credibilità e verosimiglianza. Pertanto, ciò che abbiamo dimostrato è utile e significativo. In particolare, questa resistenza all’apprendimento per rinforzo, e cioè il fatto che ciò che crediamo vero riesca a resistere anche a un meccanismo ancestrale, ci offre un’idea della profondità dei danni che possono derivare da notizie non veritiere.”

Il risultato è quindi un quadro meno rassicurante di quanto si possa pensare: non è sufficiente esporre le persone a informazioni corrette per indurle a cambiare idea. E in fondo la grande difficoltà dei team che si dedicano al cosiddetto debunking, ovvero lo sforzo continuo di smentire le più incredibili falsità, ce lo dimostra. Se una notizia è percepita come vera, diventa anche più facile da apprendere. E quindi, a sua volta, più resistente alla smentita, oltre a innescare reazioni fisiologiche che la avvantaggiano. Ed è in questo contesto che le fake news trovano il loro vantaggio evolutivo.

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