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Tra maggio e giugno del 2006, MySpace divenne il sito più visitato negli Stati Uniti, superando Yahoo Mail e Google Search. Rappresentò il 4,45% di tutto il traffico web negli Stati Uniti. Vent’anni dopo, è un portale che vive principalmente di ricordi, ricerche di profili passati, residui musicali e curiosità nostalgiche: secondo Semrush, a marzo 2026 myspace.com si trovava al numero 7.894 tra i siti più visitati negli Stati Uniti.
Di questo e altro discute Quel che non è salvato è perduto, il nuovo libro di Lorenzo Fantoni, pubblicato da effequ (pp. 272, € 19). Fantoni inizia dal primo “urlo del modem” US Robotics a 33,6k nell’ufficio paterno, quella “vertigine del mondo che ti scruta negli occhi e ti interroga su cosa desideri sapere”. Raccontando come la sua generazione sia diventata il “Servizio Tecnico Globale” per genitori e figli, si fa portavoce di un’epoca in cui “niente è rimasto ciò che era per più di qualche anno”. Il libro analizza i nodi fondamentali del web italiano e non solo: da GeoCities come “villaggi virtuali”, con homepage html disordinate e gif animate, alla pirateria di Progetto Prometeo e Napster come conservazione nostalgica, dai troll dei forum come precursori della rabbia algoritmica allo smartphone che elimina la noia e l’oblio digitale di MySpace e social.
Ne pubblichiamo un estratto, dedicato alla rapida ascesa e alla triste decadenza di MySpace, il primo dei social network, quando ancora non erano definiti in questo modo.
Quello che oggi ricordiamo come il luna park kitsch delle pagine glitterate era in realtà molto di più. MySpace rappresentò il primo vero laboratorio di una condizione che oggi consideriamo scontata: l’always on. La piattaforma non solo accoglieva i contenuti degli utenti, ma integrava e normalizzava il rumore di fondo delle comunità digitali. Prima di allora forum, chat e bacheche erano spazi disgiunti, con regole locali e logiche autonome. MySpace unificò tutto in un unico contenitore, dove ogni atto comunicativo era già concepito come esibizione e accumulo di capitale sociale. Non fu mai solo personalizzazione creativa, ma un prototipo di sorveglianza leggera, dove l’atto stesso di decorare la propria pagina o aggiungere un amico significava generare dati.
Potevi mostrare l’elenco delle tue amicizie (e che dramma se non eri nella top 8), oltre a creare una pagina personale modificabile, se avevi imparato da solo come farlo o avevi scelto di rivolgerti a qualche esperta ragazzina che aveva realizzato da sola una fanpage degli Evanescence. In seguito arrivarono il lettore musicale, i glitter, le foto, le gif animate, la follia kitsch che ieri ci affascinò, che oggi ci affascina, o Tom. Come spesso accade con le buone idee, l’intuizione forse più brillante era sfuggita alle presunte eccellenze che ci stavano lavorando: la possibilità di modificare il codice delle pagine, inizialmente un bug imprevisto, riscosse un tale successo che non ci fu alcun tentativo di correggerlo da parte dell’azienda.
Quella libertà illimitata non era solo svago. Era una forma di costruzione identitaria in chiave postmoderna, un patchwork di segni e stili presi in prestito. Sono questi gli anni in cui emerge la figura del “prosumer”, il soggetto consumatore che è anche produttore di contenuti. Il suo habitat naturale era una sorta di fiera dell’artigianato digitale, dove ogni profilo era una bottega in cui ci si arrangiava con strumenti imperfetti ma con risultati unici.
MySpace continuò a espandersi fino a superare la concorrenza. Ottenuto il titolo di “sito internet più visitato”, nel 2005 fu acquisito da NewsCorp di Rupert Murdoch. Julia Angwin, nel suo libro Stealing MySpace, racconta che quell’acquisto segnò un punto di svolta: da fenomeno underground, MySpace divenne mainstream, con pressioni pubblicitarie sempre più pesanti che finirono per snaturarlo. Troppi banner, troppa invasività, troppa attenzione riservata alle aziende inserzioniste e poca nei confronti degli utenti. Andò incontro a quel processo circolare che in seguito, grazie a Cory Doctorow, avremmo definito “enshittification”: qualcosa di buono viene acquistato e trasformato in un prodotto orientato alla massima crescita, finché non viene svuotato di ogni valore e perde ogni interesse per chiunque. Nel frattempo, per Myspace giunsero anche i problemi tecnici: le pagine caricavano lentamente, mentre imperversava la concorrenza spietata di social network emergenti come Facebook, Twitter e YouTube, che offrivano meno caos e più ordine. MySpace iniziò il suo declino.
Nel 2019 un errore cancellò milioni di brani e foto caricati tra il 2003 e il 2015. Si trattava della colonna sonora di un’intera generazione, della sua memoria storica: improvvisamente svanita nel nulla. Per alcuni fu un sollievo, per altri un trauma, ma ciò che resta oggi di quell’episodio è un monito su come la memoria digitale non sia mai realmente nostra: internet non è un archivio, ma un flusso che decide cosa conservare e cosa lasciare cadere.
Per un momento avevamo sperato che il web potesse diventare la nostra memoria collettiva, il cervello globale a cui affidarci per ricordare. La perdita di MySpace, tuttavia, rivelò quanto quella memoria fosse in realtà fragile.
Come quando cresci e un giorno i giocattoli che hai amato non ti piacciono più, così MySpace passò dall’essere un “place to be” a qualcosa di imbarazzante e infine nostalgico. Non sembrava possibile che un giorno l’avremmo abbandonato, eppure fu così. Il suo declino resta a ricordarci che può accadere di nuovo a qualunque social network.
Internet non è un’entità benevola. Non eliminerà i tuoi selfie sgranati né conserverà le demo della tua band del liceo solo perché lo desideri. Che ti piaccia o meno, internet ricorda esattamente ciò che vuole ricordare, perché internet, come la natura, non è tua amica, non è un’entità senziente. Internet è solo un concetto insensibile, ribollente e gorgogliante che sopravvive grazie a dollari aziendali e dati personali. E quando non sarà più utile a internet continuare a ospitare i tuoi ricordi, siano essi buoni o cattivi, semplicemente smetterà di farlo, così come noi smettiamo all’improvviso di visitare un sito che solo il giorno prima era il centro delle nostre vite.