Le paure più comuni? Serpenti e vertigini.
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I nostri antenati erano costretti a proteggersi da animali feroci, attacchi di tribù avversarie, fulmini e condizioni atmosferiche avverse. Per consentire loro di farlo con rapidità ed efficienza, l’evoluzione ha sviluppato un meccanismo utile: la paura. Sulla base di queste premesse, i ricercatori del Dipartimento di Zoologia dell’Università Carolina di Praga, in Repubblica Ceca, hanno realizzato uno studio su 119 partecipanti, pubblicato su Plos One, per esaminare le differenze tra i timori ancestrali e quelli contemporanei.
Un’emozione che ha origine nel cervello
Per comprendere i risultati della ricerca, è opportuno fare un passo indietro. Gli organi sensoriali, come la vista, l’udito e l’olfatto, ricevono informazioni dall’ambiente che segnalano un pericolo. Questi segnali giungono al cervello, in particolare all’amigdala, una piccola struttura a forma di mandorla che gestisce le emozioni, inclusa la paura. Qui si attivano diversi meccanismi che preparano l’organismo a reagire, attraverso l’attacco o la fuga: gli ormoni dello stress vengono rilasciati in grande quantità; le pupille si dilatano; il respiro accelera; la frequenza cardiaca, la pressione e il flusso sanguigno aumentano; i muscoli ricevono più energia. Contemporaneamente, gli organi non immediatamente necessari, come il sistema gastrointestinale, riducono la loro attività. L’allerta viene inviata automaticamente all’ippocampo e alla corteccia prefrontale, le aree cerebrali responsabili della razionalità, che devono valutare i segnali di minaccia ricevuti, per decidere se si tratta di un falso allarme (e quindi annullare la risposta) o di un pericolo reale (la risposta continua a essere attivata).
Tre categorie di immagini
Gli scienziati cechi hanno mostrato ai partecipanti tre categorie di fotografie: minacce ancestrali, come serpenti velenosi e altezze; pericoli moderni, come armi da fuoco e malattie trasmesse per via aerea (ad esempio, persone che indossano mascherine, starnutiscono o tossiscono); immagini neutre, in questo caso di foglie.
Per monitorare le risposte fisiologiche, gli esperti hanno misurato la resistenza cutanea, un indicatore inversamente correlato alla sudorazione: maggiore è la sudorazione, minore è questo valore.
Hanno osservato che i soggetti testati hanno mostrato una maggiore sudorazione in risposta alle immagini delle minacce, indipendentemente dalla tipologia, rispetto alle foto neutre. Questo risultato era atteso. La scoperta più interessante è stata che le reazioni sono risultate più intense per le altezze e i serpenti velenosi rispetto alle armi e alle malattie trasmissibili.
Circuiti specializzati
A spiegare le ragioni di ciò è Eva Landová, coordinatrice dello studio: “Il cervello moderno riconosce che una pistola è un oggetto altamente letale, ma, essendo un’invenzione relativamente recente, non ha ancora sviluppato risposte automatiche rapide ed efficaci. Al contrario, il cervello antico ha avuto milioni di anni per creare un circuito specializzato per riconoscere i serpenti e reagire alla loro presenza. Analogamente, poiché cadere da un’altezza elevata rappresenta un rischio mortale fin dai tempi in cui i nostri antenati vivevano sugli alberi, possiede un sistema sofisticato e specifico per i rischi legati alla gravità. Stiamo iniziando a sviluppare schemi di risposta anche per malattie e armi, ma queste non suscitano ancora reazioni fisicamente intense come quelle provocate da minacce inscritte nel nostro Dna da millenni”.
I processi inconsci
In aggiunta, tra le minacce presentate, molti hanno indicato i serpenti come i più spaventosi. Tuttavia, chi esprimeva una paura più intensa non coincideva necessariamente con chi mostrava la maggiore sudorazione. Al contrario, per le minacce legate all’altezza, alle armi da fuoco e alle malattie trasmesse per via aerea, le valutazioni soggettive risultavano più coerenti con le risposte corporee.
“Questo suggerisce che le reazioni ai serpenti sono influenzate da processi inconsci in misura maggiore rispetto ad altre tipologie di minacce”, afferma Iveta Stolhoferová, coautrice dello studio.
I limiti della ricerca
Gli autori evidenziano anche i limiti della loro analisi. In primo luogo, le variazioni della resistenza cutanea avvengono in modo relativamente lento: poiché i ricercatori hanno presentato diversi pericoli ai partecipanti in un breve intervallo di tempo, potrebbero aver registrato risposte fisiologiche sovrapposte a più minacce. Inoltre, il design dello studio non ha consentito di distinguere le reazioni istintive da quelle consapevoli, che potrebbero variare a seconda della categoria di minaccia. “Per questo motivo auspichiamo ulteriori ricerche che approfondiscano la risposta a una serie di pericoli percepiti”, hanno concluso i ricercatori.
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