L’occasione per l’Italia: un “capitalismo politico” bipartisan basato sull’innovazione
Con l’apertura del 2026, l’Italia si trova in un contesto macroeconomico relativamente favorevole, con uno spread a 64,6 punti e un tasso di disoccupazione al 5,7%. Tuttavia, questi dati rappresentano solo le precondizioni, non il traguardo, di una questione molto più intricata che si svolge nel campo del cosiddetto “capitalismo politico“, come ha delineato Alessandro Aresu, ispirandosi a Max Weber. In questo nuovo zeitgeist globale, dove il confine tra Stato e mercato si dissolve in un liberal-dirigismo strategico, l’Italia ha la possibilità unica di formare un consenso bipartisan attorno all’innovazione. Come osservato da Marianna Mazzucato ne Lo Stato innovatore, le grandi aziende tecnologiche necessitano di una politica industriale coerente, e lo stesso Trump, sostenitore della deregulation nell’Intelligenza artificiale, attrae la Silicon Valley con investimenti specifici.
La sinistra può intravedere in questa nuova forma di keynesismo anticiclico una risposta concreta alle questioni che le stanno a cuore: investire nei settori tecnologici significa puntare su un aumento della produttività in grado di generare salari più elevati e occupazione qualificata, affrontando in modo strutturale la stagnazione dei redditi.
Tuttavia, questa visione di un’Italia “Globale” dinamica e presente nei principali forum internazionali — dall’accordo con il Giappone al Piano Mattei — rischia di basarsi su fondamenta fragili se non si ha il coraggio di riconoscere uno squilibrio di fondo: nei grandi accordi diplomatici, la “posta pesante” continua a provenire da altri. Nel dialogo con l’Africa, l’energia stabilisce le regole, mentre nell’asse con Tokyo il baricentro tecnologico è inclinato verso il Sol Levante, che detiene il primato nella produzione di wafer di silicio. Questi dischi purissimi sono essenziali per l’elettronica moderna; senza la capacità di produrre o controllare queste risorse materiali, ogni discussione sull’intelligenza artificiale o sulla difesa avanzata rischia di rimanere confinata alla teoria o alla dipendenza dall’estero.
Affinché l’Italia possa realmente influenzare questi tavoli, deve investire di più nella politica industriale nazionale, e la questione più urgente riguarda proprio l’ecosistema dell’innovazione. È paradossale che, nonostante l’intensa attività diplomatica, ci sia ancora incertezza riguardo alla richiesta all’UE per il rinnovo delle detrazioni fiscali al 30% per chi investe in startup. L’ecosistema italiano attende questo segnale con una clausola di retroattività per tutto il 2026: senza questo supporto finanziario, il capitale privato si ritirerà proprio nel momento più critico. Allo stesso tempo, l’attività degli uffici del Mimit sul nuovo Testo Unico per le startup non può limitarsi a un semplice restyling burocratico, ma deve trasformarsi in una riforma organica in grado di rendere il sistema-paese competitivo. È necessario effettuare investimenti seri in aree strategiche come gli spin-off universitari, i centri di ricerca, gli incubatori certificati e gli acceleratori d’impresa. Le aziende necessitano di procedure più agili. È fondamentale semplificare, evitando di sostituire la burocrazia tradizionale con una nuova burocrazia digitale nelle procedure per la richiesta di finanziamenti.
La sfida per l’Italia non consiste solamente nel mantenere la stabilità attuale, ma nel dimostrare che il suo “capitalismo politico” ha una visione a lungo termine, capace di unire le forze politiche in un accordo sociale per la produttività e di trasformare l’ambizione diplomatica in una reale sovranità tecnologica.
Solo attraverso un “Digital consensus” che unisca maggioranza e opposizione e dia maggiore sostanza alla visione globale del nostro governo, potremo vincere questa sfida.
* Presidente Angi (Associazione Nazionale Giovani Innovatori)