Mauro Porcini, responsabile del design di Samsung, afferma: “Desidero realizzare prodotti che narrino una storia.”
MILANO – Mauro Porcini è il primo global chief design officer nella storia di Samsung Electronics, nonché il primo presidente non sudcoreano del gigante tecnologico con sede a Seul.
Con cinquant’anni, laureato al Politecnico di Milano e con un’importante carriera in 3M e Pepsi, Porcini ha intrapreso il suo percorso in Samsung ad aprile scorso. Con un approccio ben definito: “Il designer – ci ha detto – pone la persona al centro come valore fondamentale”.
In che modo questa visione si traduce in un’azienda?
“Assimilando sia il linguaggio del business sia quello della tecnologia applicata alla produzione. Io sono un rappresentante della persona, ma al tavolo c’è anche il management, che giustamente pone il business al centro. La Ricerca e Sviluppo (R&D) è il terzo elemento: offre un’esperienza tecnica di alta qualità, ma deve aprirsi alle dinamiche di mercato e ai bisogni dell’individuo”.
Come si possono minimizzare i conflitti?
“Attraverso una cultura del dialogo, del rispetto e dell’apertura verso le varie discipline. Purtroppo, spesso non accade: le realtà fortemente focalizzate sul marketing tendono a non valorizzare adeguatamente la tecnologia o l’R&D. Ho vissuto in contesti simili, dove il rispetto per la ricerca scientifica o per il design veniva messo in secondo piano. Al contrario, nelle aziende orientate alla tecnologia si rischia di sottovalutare il marketing e il design. La mia lotta, in tutti questi anni, è stata proprio quella di promuovere un equilibrio. All’inizio della mia carriera pensavo che il design avrebbe potuto salvare il mondo”.
E poi?
“Ho compreso che non era così: il nostro compito è introdurre un approccio umanistico nell’equazione”.
Qual è il linguaggio attuale del design tecnologico?
“Quello unidimensionale ispirato al Bauhaus, dove la forma segue la funzione. Il risultato è che smartphone, televisori e frigoriferi tendono a somigliarsi tutti. Io credo invece in un design che rifletta la diversità umana. Ci muoveremo verso una personalizzazione estrema, guidata dall’IA: la mia interfaccia sarà differente dalla tua. È un’esigenza già evidente nella moda o nell’arredamento, e che abbiamo iniziato a esplorare con la Frame TV o con i nuovi Micro RGB da 130 pollici”.
La nuova tv Micro RGB TimlessFrame da 130 pollici presentata da Samsung al CES 2026 di Las Vegas
Qual è la filosofia che sta applicando ai prodotti Samsung?
“Ho riassunto la piramide dei bisogni di Maslow [influente psicologo statunitense del ‘900, ndr] in quattro pilastri: Live Longer si concentra sulla salute fisica e mentale monitorata dai wearable. Live Better, ovvero l’IA che libera il tempo delle persone. Live Loud rappresenta lo spazio per esprimere la propria identità. Live On, invece, riguarda la possibilità di trascendere la nostra esistenza. IA e dati ci permetteranno di creare veri e propri ‘gemelli digitali’ delle persone”.
Un’anima digitale che persiste oltre l’individuo può risultare inquietante.
“Io la percepisco in modo diverso. Se un giorno i miei genitori non ci fossero più e io, in un momento di difficoltà, potessi chiedere al “gemello” di mio padre cosa farebbe al mio posto, lo farei. Non lo considero macabro, anzi lo trovo prezioso”.
Ma è corretto offrire una tecnologia che renda possibile ciò?
“Come per ogni grande sfida, dal razzismo ai conflitti globali, la soluzione risiede in una bussola etica e morale che deve guidare l’azione degli individui, delle aziende e dei governi”.
Le macchine sostituiranno mai l’iniziativa umana?
“Non credo che accadrà a breve, probabilmente non saremo qui per assistere a ciò. L’IA diventerà presto una commodity accessibile a tutti, proprio come Internet. La vera differenza competitiva sarà determinata dall’essere umano attraverso la sua sensibilità e creatività”.
E l’IA ridurrà la nostra dipendenza dagli schermi?
“Non è che lo schermo scomparirà: cambierà forma. Se potrò proiettare un ologramma o avere un display flessibile sulla manica della giacca, il medium tecnico sarà diverso, ma l’esigenza di vedere rimarrà. Magari un giorno le televisioni saranno “dipinte” sulle pareti, ma continueranno a esistere”.
Il nuovo Samsung Galaxy Z Trifold, primo smartphone pieghevole con tre pannelli dell’azienda sudcoreana
Qual è il prodotto dell’attuale ecosistema Samsung che subirà la trasformazione più radicale sotto la tua direzione?
“Più che un singolo prodotto, assisteremo a un’evoluzione profonda dell’intero portfolio. Certamente i prodotti attuali subiranno cambiamenti, ma la vera rivoluzione avverrà attraverso i wearable, che si evolveranno e si moltiplicheranno, diventando molto più pervasivi di quanto non siano oggi. La sfida più interessante, però, riguarda categorie che attualmente non sono ancora presenti nelle nostre business unit, ma che in futuro diventeranno pilastri della nostra offerta”.
Si riferisce a una tecnologia che oggi consideriamo ancora futuristica o di nicchia?
“Non posso ancora stabilire un orizzonte temporale preciso, ma è certo che in futuro avremo dei robot in casa pronti ad aiutarci in una vasta gamma di compiti quotidiani. Non si limiteranno a pulire i pavimenti: si occuperanno del bucato, della gestione dei vestiti e arriveranno persino a cucinare. L’obiettivo finale non è la tecnologia in sé, ma l’impatto che questi nuovi assistenti avranno sulla nostra qualità della vita, liberandoci finalmente dalle incombenze più ripetitive”.
Condivideremo le case del futuro con i robot?
“Ci penso ogni giorno. Ho un team di centinaia di persone dedicato esclusivamente a esplorare il futuro da ogni angolazione: dalle macchine volanti all’interno delle mura domestiche fino, appunto, agli umanoidi”.
E come cambierà il nostro modo di abitare?
“Ci toglieremo l’orologio, metteremo via il telefono e la casa ci supporterà in modo invisibile e intuitivo con un’IA condivisa. In questo Samsung ha un vantaggio competitivo enorme: siamo presenti in ogni stanza”.
Concretamente, come si trasforma un’intera abitazione in un ambiente intelligente senza risultare invasivi?
“Rendendo più intelligenti la televisione, il frigorifero e gli speaker Wi-Fi, iniziamo a coprire la cucina e il salotto, creando una rete neurale domestica. La sfida del design oggi è capire come far dialogare questi oggetti con le persone, utilizzando la ricerca interna, le collaborazioni e le acquisizioni per costruire un futuro in cui la tecnologia non sia un corpo estraneo, ma un layer di intelligenza che arricchisce la nostra quotidianità”.
Oggi siamo abituati a vedere nello smart speaker, come Alexa di Amazon, il centro di comando della casa. In un futuro in cui parlare con l’ambiente domestico diventerà la norma, pensa che continueremo a usare dispositivi dedicati o sarà l’intera struttura della casa a risponderci come un oracolo?
“L’essenziale è che ogni stanza sia coperta da un punto di accesso. Nel breve termine, questo avverrà attraverso l’evoluzione di prodotti che già possediamo o l’introduzione di nuovi hardware nati esclusivamente per l’IA. Amazon ha aperto la strada con dispositivi dedicati, ma la vera sfida è l’integrazione. In Samsung stiamo portando l’intelligenza ovunque: la televisione, ad esempio, è il candidato ideale perché è già il centro naturale del salotto. Non avremo necessariamente bisogno di un nuovo ‘compagno’ fisico, ma di una tecnologia che ci consenta di interagire in modo fluido. Se questa interazione richiede una componente visiva, il dispositivo dovrà avere uno schermo o la capacità di proiettare informazioni, altrimenti l’esperienza resterà incompleta”.
Questa evoluzione potrebbe risolvere il paradosso del “sociale ma isolato” che viviamo oggi con gli smartphone?
“Esattamente. Spesso racconto un episodio emblematico: ero a New York con amici e, durante una discussione, è sorta una curiosità a cui solo l’IA poteva rispondere. In un attimo, tutti abbiamo estratto il telefono, isolandoci nel nostro schermo per cercare la risposta. È stato un momento strano, quasi alienante. Se in quella stanza ci fosse stata una TV intelligente o un dispositivo condiviso, ci saremmo rivolti a lei e l’IA sarebbe diventata il ‘quarto partecipante’ alla conversazione, mantenendoci uniti nel dialogo invece di dividerci”.
Quindi il futuro non è necessariamente un nuovo oggetto, ma un nuovo modo di stare insieme mediato dalla tecnologia?
“Il punto è proprio questo: quale sarà il form factor che permetterà all’IA di diventare un partecipante alla conversazione discreto e utile? Sarà uno smartphone che evolve la sua forma per stare sul tavolo in modo naturale o sarà un oggetto completamente diverso? È un territorio ancora tutto da esplorare, ma la direzione è chiara: passare dall’IA personale che ci isola a un’IA condivisa che abilita la socialità”.
In che modo, attraverso di lei, Samsung sarà più italiana?
“Ho vissuto moltissimo all’estero e ovunque ho lavorato ho coordinato team con persone di diverse nazionalità. Per questo non mi sono mai permesso di parlare di “italianità” in senso nazionalistico, perché un leader globale deve mantenere una certa neutralità. Tuttavia, sono profondamente italiano nel mio modo di fare leadership. Porto con me il senso della bellezza, la creatività e quella che noi chiamiamo “l’arte dell’arrangiarsi”, che gli americani definiscono più elegantemente problem solving. È la capacità di muoversi nelle aree grigie. Se la macchina da guerra americana è imbattibile nell’eseguire un sogno in scala attraverso processi rigidi, in un mondo che si muove alla velocità della luce serve la flessibilità italiana. Noi abbiamo uno spirito critico che ci impedisce di limitarci a eseguire un ordine; sappiamo adattarci, anche se la vera sfida dell’Italia resta quella di imparare a portare questo approccio su scala globale”.
L’approccio umanistico alla tecnologia è la vera eredità che la nostra cultura può lasciare al mondo tech?
“Assolutamente. La nostra educazione, anche quella scientifica, è intrinsecamente umanistica. Ci insegna la sensibilità verso le arti, la poesia, il modo in cui interagiamo. Io, per spiegare un concetto, tendo a renderlo “poetico”; l’americano o il coreano vanno dritti al punto. Oggi questa sfumatura è fondamentale perché la tecnologia, esteticamente, è diventata fredda e minimalista. Guardiamo le riviste di design: mostrano case bellissime ma prive di vita. Io voglio portare in Samsung un’energia diversa: oggetti che non siano solo tecnicamente perfetti, ma che raccontino una storia”.
Quale sarà, dunque, la sua missione per i prossimi anni?
“In un momento in cui la tecnologia può condurci in direzioni totalmente opposte, voglio essere la voce dell’umanità e dell’amore in questo mondo”.
Guardando al futuro, cosa può imparare l’Italia da modelli come quello coreano per non restare schiacciata dai nuovi giganti globali?
“La Corea è un modello affascinante: una penisola piccola come la nostra che è riuscita a creare fenomeni globali incredibili, da Samsung al K-Pop, passando per il cinema e la cosmesi. Sono maestri nel prendere le tendenze internazionali e rileggerle con la loro sensibilità originale. L’Italia negli ultimi anni ha vissuto di rendita sui successi della moda e dell’automotive del secolo scorso, ma oggi dobbiamo chiederci come proiettare quel valore nel nuovo mondo. Dobbiamo trovare la quadra per trasformare le nostre eccellenze in brand globali, altrimenti continueremo a essere acquistati da gruppi stranieri.”
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