Oltre 2 miliardi di perdite e un costo medio di 1.200 euro a individuo: il prezzo della pirateria.

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La pirateria non è priva di costi. È un onere che qualcuno finisce sempre per sostenere, e tale spesa non appare mai sullo schermo. Il settore audiovisivo genera miliardi di euro in ricavi e impiega decine di migliaia di persone, ma continua a fronteggiare un problema ormai sistemico. Infatti, attualmente la fruizione illegittima di contenuti coinvolge circa il 40% della popolazione adulta italiana.

Secondo l’analisi “Il prezzo nascosto della pirateria” dell’I-Com, Istituto per la Competitività, presentata alla Camera dei Deputati, nel 2024 il danno economico derivante da furti di dati e frodi per chi utilizza servizi illegali ha superato 1,42 miliardi di euro. In tre anni, l’aumento è stato del 14,5%.

Lo studio – presentato dal presidente I-Com Stefano da Empoli, insieme all’on. Ylenja Lucaselli, al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria Alberto Barachini, al commissario Agcom Massimiliano Capitanio e al direttore della Polizia Postale Ivano Gabrielli – evidenzia come la pirateria non comporti solo perdite per l’industria, ma crei un impatto economico diretto anche sugli utenti, attraverso frodi digitali e furti di dati.

1.200 euro a persona: il prezzo nascosto della pirateria

Coloro che optano per la via illegale per guardare film, serie o eventi sportivi in streaming pensano di risparmiare. Spesso, invece, si ritrovano a perdere. Il costo medio è di 1.204 euro a persona, secondo i dati riportati nel rapporto. Una cifra che aumenta con l’età – 1.507 euro nella fascia 45-54 anni, 1.505 euro tra i 55 e i 64 – e che, per quasi tutte le altre fasce, rimane comunque superiore ai mille euro.

Le piattaforme illegali non sono semplici alternative per accedere ai contenuti: sono ambienti poco trasparenti in cui abbondano malware, attacchi di phishing e sistemi di sottrazione dei dati personali, spesso rivenduti nel dark web o utilizzati per frodi successive. In questa economia sommersa, il vero prodotto non è la serie tv o la partita in diretta, ma l’utente stesso, con le sue credenziali, i suoi metodi di pagamento e la sua identità digitale.

È questa doppia esposizione, legale e cibernetica, a spiegare l’evoluzione del danno complessivo legato alle minacce informatiche connesse alla fruizione illegale: 1,24 miliardi di euro nel 2022, 1,32 miliardi nel 2023, oltre 1,42 miliardi nel 2024. Un incremento del 14,5% che indica un rischio sistemico in crescita. Dati che si inseriscono in un contesto coerente anche a livello internazionale: nel Regno Unito, uno studio BeStreamWise del 2025 ha evidenziato che il 40% degli utenti pirata ha subito una perdita media di 1.680 sterline.

In questo contesto, un ruolo significativo è ricoperto dalle IPTV illecite, quei sistemi che replicano via internet – spesso tramite abbonamenti a basso costo – l’intera offerta delle piattaforme legittime, da film e serie fino agli eventi sportivi in diretta. Un modello parallelo che sottrae risorse dirette ai titolari dei diritti e che, nonostante una leggera flessione, nel 2024 coinvolgeva ancora circa il 22% della popolazione adulta italiana.

290 milioni di atti illegali, 2 miliardi di perdite

Duecentonovanta milioni di atti illeciti all’anno. Non si tratta del bilancio di una ristretta cerchia di furbetti digitali, ma della misura di un fenomeno di massa che attraversa l’Italia da nord a sud, coinvolgendo una vasta parte della popolazione adulta e drenando miliardi di euro da un’industria che offre lavoro a decine di migliaia di persone.

I dati elaborati da I-Com per il 2024 non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: la perdita di fatturato complessiva, considerando tutti i settori economici colpiti dalla fruizione illegale, ha superato i 2 miliardi di euro, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente.

L’impatto sul PIL si è attestato a 904 milioni di euro, anch’esso in crescita del 10%. Cifre che non rappresentano più una semplice deviazione nei consumi, ma un danno macroeconomico concreto, che influisce su investimenti, capacità produttiva e stabilità complessiva del sistema.

Limitando l’analisi al solo settore audiovisivo, la situazione non migliora. Nel 2024 il danno economico diretto è ammontato a 1,12 miliardi di euro, quasi l’8% in più rispetto alla rilevazione precedente. Ogni film scaricato illegalmente, ogni partita vista su un server pirata, ogni serie in streaming al di fuori dei canali autorizzati sottrae risorse che non torneranno in produzione: meno contenuti originali, margini più ristretti, un’industria già sotto pressione che fatica ulteriormente a mantenere il passo.

Oltre 34mila posti di lavoro a rischio entro il 2030

La pressione della pirateria non si limita ai bilanci aziendali, ma si estende fino ai livelli occupazionali. Nel 2025 la perdita nell’industria audiovisiva è di 3.399 posti di lavoro.

Tuttavia, è guardando al futuro che il quadro diventa più allarmante. Estendendo l’orizzonte dal 2025 al 2030, la proiezione sale a 34.012 posti di lavoro persi, con 26.786 concentrati nell’ambito della produzione cinematografica, di video e di programmi televisivi.

Numeri che assumono un peso ancora maggiore se si considera il contesto in cui si inseriscono: il comparto audiovisivo italiano genera oltre 21,6 miliardi di euro di ricavi e occupa quasi 80.000 addetti, con un ruolo economico e culturale che va ben oltre l’intrattenimento.

La pirateria, in questo contesto, non consuma solo valore attuale, ma erode le fondamenta di un ecosistema che unisce creatività, tecnologia e lavoro, restringendo le opportunità per chi desidera entrare in quell’industria. Non si tratta di un reato privo di vittime, ma di un danno silenzioso che compromette l’intera filiera culturale ed economica del Paese.

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