San Francisco, centro dell’intelligenza artificiale, dove il domani appare poco umano.

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Zootropa Café, San Francisco 

Quando il taxi si ferma per prelevarci, non troviamo alcun essere umano ad attenderci. Nessuno a cui comunicare la nostra meta.

Una voce artificiale ci dà il benvenuto e ci invita a indossare la cintura di sicurezza.

Ci adeguiamo.

Il sedile del conducente, davanti a noi, è vuoto. Premi “Start” su un piccolo schermo tra i due sedili anteriori, e l’auto inizia a muoversi. Da sola.

Siamo a bordo di una Waymo. Una delle 800 vetture a guida autonoma che si muovono silenziosamente per le strade di San Francisco.

Queste auto appartengono a Alphabet, la multinazionale che gestisce Google e YouTube. Rappresentano il simbolo più evidente di una città in rapida trasformazione, guidata da una forza che non sembra rallentare: l’intelligenza artificiale.

Se questo cambiamento sia positivo o negativo, è ancora da determinare.

San Francisco era già la metropoli rappresentativa della Silicon Valley. La porta principale verso la culla dell’innovazione americana, composta da piccole località come Palo Alto, Mountain View e San Jose.

Tre anni dopo l’arrivo di , San Francisco è diventata anche la vetrina dell’IA, la tecnologia che sta modificando le nostre esistenze e il nostro lavoro.

Basta alzare lo sguardo.

Le pareti delle abitazioni e i tetti dei grattacieli sono coperti da pubblicità di OpenAI e Google, le due aziende leader nel settore. Entrambe invitano a utilizzare l’IA per affrontare problemi di ogni tipo, sia in ufficio che a casa.

Tuttavia, sulle strade di San Francisco c’è bisogno di un aiuto ben diverso.

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La vetrina dell’IA in una città che si svuota

Tra il 2024 e il 2026, questa città californiana ha affrontato una tempesta perfetta, causata dalle conseguenze a lungo termine della pandemia di COVID-19, da un’epidemia di oppioidi sintetici senza precedenti e da una crisi abitativa che ha ridefinito i confini della marginalità sociale.

Migliaia di senzatetto occupano – letteralmente – marciapiedi e scale pubbliche. Senza alcuna dignità. I loro sguardi sono annebbiati dalla droga e spesso distolti altrove, di certo non si soffermano sulle pubblicità delle grandi aziende tecnologiche.

Negli ultimi anni, il divario socio-economico della grande città affacciata sulla Bay Area si è accentuato: il reddito mediano delle famiglie ha raggiunto i 140.970 dollari, ma il tasso di povertà rimane ostinatamente fissato all’11,15%, evidenziando una città sempre più divisa tra una classe professionale ben remunerata e una sottoclasse vulnerabile, colpita in modo sproporzionato dall’inflazione e dai costi abitativi.

Il divario che l’algoritmo non riesce a colmare

Attualmente, il valore medio di una casa a San Francisco è di 1,2 milioni di dollari, con un incremento del 3,1% rispetto all’anno precedente. Il costo della vita complessivo è superiore del 63% rispetto alla media e del 16% rispetto alla media dello stato della California. Per dare un’idea: in un ristorante che non sia un McDonald’s, il conto per una bevanda e un piatto di patatine fritte è di 21 dollari, poco meno di 20 euro secondo il cambio attuale.

Non sorprende, quindi, che il numero degli abitanti di questa metropoli californiana sia diminuito negli ultimi anni.

Al 1° luglio 2024, le stime del Census Bureau indicavano una popolazione cittadina di 827.526 abitanti, segnando un calo del 5,8% rispetto al censimento del 2020, che registrava 873.965 residenti. Le proiezioni per il 2026 suggeriscono un’ulteriore, seppur più lenta, diminuzione verso circa 803.876 abitanti, con un tasso di declino annuale stimato intorno all’1,45%.

Questi sono i dati. Tuttavia, i numeri non bastano per comprendere San Francisco. È necessario viverla, almeno per qualche giorno. È ciò che abbiamo fatto.

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Sam Altman, Jony Ive e le comparse in strada

Ci siamo spostati principalmente tra Union Square e il quartiere finanziario, fino al molo turistico del Pier 39. E poi tra Little Italy e Chinatown, giù per Columbus street fino al Zootropa Cafè, dove Sam Altman, CEO di OpenAI, e Jony Ive, leggendario designer ex Apple, hanno raccontato davanti alle videocamere la collaborazione che porterà alla creazione di nuovi dispositivi progettati specificamente per sfruttare l’intelligenza artificiale.

“Mi sono trasferito in America attratto dall’entusiasmante ottimismo di San Francisco e della Silicon Valley”, afferma Ive seduto al bancone, nel video girato per annunciare – un anno fa – una partnership che sembra ancora lontana dal dare i suoi frutti.

“San Francisco è stata, in un certo senso, un luogo mitico nella storia americana, e forse anche nella storia del mondo – aggiunge Sam Altman, originario di St. Louis, nel Missouri -. È la città che più associo all’avanguardia culturale e tecnologica. … Il fatto che tutte queste cose accadano nella Bay Area e non in nessun altro luogo di questo vasto pianeta in cui viviamo, credo non sia un caso”.

“Ci troviamo all’inizio di quella che credo sarà la più grande rivoluzione tecnologica della nostra vita – afferma Ive, riferendosi all’avvento dell’intelligenza artificiale generativa -. Ho la crescente consapevolezza che tutto ciò che ho appreso negli ultimi 30 anni mi ha condotto in questo luogo e in questo momento”.

Nel video promozionale, i due arrivano allo Zootropa Café attraversando a piedi strade affollate. Alcuni di questi, come ha fatto notare il San Francisco Standard, sono comparse. In effetti, a San Francisco è difficile imbattersi in un incrocio particolarmente affollato.

Davanti ai nostri occhi, spesso, sembra di trovarsi in una città fantasma.

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Uffici deserti, aiutano quelli di OpenAI e Anthropic

Poche persone in strada, sia al mattino che al pomeriggio. Molti locali commerciali sfitti, talvolta chiusi con assi di legno, simbolo di un abbandono piuttosto che di una transizione fisiologica da un’attività a un’altra.

Il tasso di sfitto degli uffici ha chiuso il quarto trimestre del 2025 al 32,8%, in calo rispetto al picco del 37% registrato all’inizio del 2024. Una debole ripresa alimentata quasi esclusivamente dal settore dell’intelligenza artificiale.

Solo nel 2025, le aziende di IA hanno affittato circa un milione di piedi quadrati di uffici nel centro della città.

Colossi emergenti come OpenAI e Anthropic hanno ampliato la loro presenza immobiliare, trasformando San Francisco nell’epicentro globale del talento IA. Questo afflusso di capitali e lavoratori sta generando un effetto a catena positivo sui servizi locali, con un incremento delle presenze nei quartieri adiacenti ai poli tecnologici come Mission Bay e Jackson Square.

Ma basta spostarsi nelle strade più centrali e il verso di un gabbiano può sovrastare tranquillamente il scarso traffico cittadino.

Un cartello pubblicitario ironizza sull’eco che producono gli Agenti IA. “Decidi tu”, è il claim, come a voler sottolineare che l’uomo resta al centro. Ma l’eco di San Francisco è reale e non è generato da un’intelligenza artificiale.

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Dentro una Waymo: sicuri, ma tremendamente soli

La sensazione di vuoto è accentuata dalle decine di taxi a guida autonoma che sfrecciano sulle strade.

Le Waymo, appunto.

Chi vive a San Francisco non ci fa più caso, ma per chi le osserva per la prima volta sono uno shock. Si prenotano tramite un’app e arrivano a prenderti senza alcun essere umano al volante.

San Francisco, un giro sulla Waymo: il taxi senza conducente

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Mentre eravamo a San Francisco, abbiamo utilizzato queste vetture diverse volte: il costo è competitivo – 13 dollari per una corsa di 3 Km – mentre il tempo impiegato per arrivare a destinazione è superiore a quello che impiegherebbe un taxi guidato da una persona.

Il motivo è semplice: queste auto sono più attente a rispettare i limiti di velocità urbani, gli stop e le precedenze. Se il tragitto è molto lungo, tutte queste precauzioni si accumulano e la differenza di tempo impiegato per arrivare a destinazione – rispetto a un’auto con conducente – può essere quasi il doppio.

Le Waymo si muovono autonomamente, in strada, grazie a una serie di sensori e videocamere a 360° che interpretano l’ambiente circostante, riconoscendo persone, veicoli in movimento, monopattini e biciclette. L’intelligenza artificiale, addestrata con simulazioni che considerano infiniti “casi limite”, svolge il compito più importante.

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Il blackout che ha fermato tutto

Nell’abitacolo, dopo i primi minuti di disorientamento e meraviglia, ci si sente al sicuro. Ma anche estremamente soli.

Non tutti hanno voglia di conversare con il conducente, ma farne a meno significa affrontare una corsa in una bolla totale, soli con il proprio respiro, accompagnati da una playlist di Spotify in sottofondo (si può scegliere dal display anteriore e posteriore).

Qualche tempo fa, a causa di un importante blackout che ha colpito la città, decine di Waymo si sono bloccate. Video amatoriali le hanno immortalate con le quattro frecce accese, alcune ferme in mezzo a un incrocio. Un assaggio di un futuro distopico dove la vita in molti casi è appesa al fragile filo della tecnologia.

Se c’è un problema, mentre si è a bordo di una Waymo, si preme un pulsante: “Support”. Risponde un operatore. Umano? Chissà. Chi può dirlo, oggi.

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World e l’Orb: certificare l’umanità in uno spazio vuoto

Ci stiamo avviando verso un mondo di esseri umani e deepfake. E San Francisco si sta preparando. In questa città ha aperto uno dei primi spazi di World, la startup di Sam Altman che mira a creare una rete globale di identità e finanza basata sulla verifica dell’umanità.

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È un ampio locale che si affaccia su uno dei marciapiedi di Union Square, al piano terra dei grandi magazzini Macy’s (preoccupantemente vuoti anche questi). L’ingresso è libero, ma all’interno non c’è mai nessuno, fatta eccezione per due ragazzi che si alternano per assistere eventuali visitatori.

Lo spazio espositivo è asettico: panche in legno, alcune mensole (vuote), e otto sfere metalliche chiamate Orb, il dispositivo fisico con cui World scansiona l’iride delle persone per certificare che l’utente sia un umano reale e unico, senza necessariamente raccogliere dati anagrafici come nome o indirizzo.

L’obiettivo è immagazzinare una briciola di umanità che, a dire il vero, questa grande metropoli americana sembra aver smarrito.

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Il senzatetto che leggeva accanto alla pubblicità di Gemini

Scendendo verso il distretto finanziario, lasciandoci alle spalle World, abbiamo notato su Geary Street un senzatetto seduto sull’asfalto, con accanto la sua busta di averi.

Stava facendo qualcosa di inaspettato: leggeva. Proprio accanto a decine di bici a noleggio che pubblicizzavano Gemini, l’assistente digitale di Google (“Un nuovo tipo di aiuto”, era lo slogan). Un contrasto che ci ha fatto riflettere molto, perché San Francisco – così come New York e molte altre città americane che abbiamo visitato negli ultimi anni per condurre interviste tech – è un luogo dove acquistare un giornale, una rivista o un libro è una missione quasi impossibile.

Le edicole protagoniste dei film americani degli anni ’80 e ’90, dove i protagonisti correvano all’alba ad acquistare i giornali freschi di stampa, sono tutte – ma davvero tutte – chiuse, o convertite in negozi di souvenir, bibite e snack.

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Le librerie a San Francisco, almeno nelle aree centrali della città, sono pochissime, quasi introvabili.

Siamo entrati in una di queste, chiamata The Best Bookstore, a due

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